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Archivio per la categoria ‘SOCIETà’

DIRITTI UMANI: ORGANIZZAZIONI DENUNCIANO VIOLAZIONI IN AMAZZONIA

Pubblicato da milionidieuro su 10 giugno 2009


Il governo deve fare chiarezza: lo hanno chiesto i rappresentanti di cinque organizzazioni locali a difesa dei diritti umani, sollecitando l’esecutivo a indagare sulle denunce di violazioni e abusi da parte della polizia contro le popolazioni indigene amazzoniche dopo gli scontri dello scorso fine-settimana lungo la strada Fernando Belaunde Terry che unisce i centri di Tarapoto e Yurimaguas.

Secondo cifre ufficiali – riferisce l’agenzia missionaria Misna – sarebbero 24 gli agenti rimasti uccisi e nove i civili; testimonianze locali, non ancora verificabili, parlano invece di decine di morti tra i nativi che da giorni occupavano la strada per protesta contro le politiche di sfruttamento delle risorse naturali e accusano la polizia di aver occultato i loro cadaveri gettandoli in un fiume.
”Ci sono indizi da verificare, dobbiamo sapere la verita”’, ha detto Ernesto de la Jara dell’Instituto de Defensa Legal (Idl). La Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) ha condannato ”energicamente” le violenze sottolineando che ”la criminalizzazione della legittima mobilitazione e protesta sociale, sia attraverso la repressione diretta dei manifestanti o attraverso inchieste o processi penali, e’ incompatibile con una societa’ democratica”; un richiamo che Lima ha seccamente respinto.

La ”Defensori’a del Pueblo’, l’ufficio per i diritti civili, trasformatosi in primo mediatore tra indigeni e governo – scrive ancora Misna – ha per il momento smentito l’esistenza di fosse comuni segnalate nella zona di Bagua, dove si sono concentrati gli scontri; a Bagua, presidiata dall’esercito, resta in vigore il coprifuoco dalle 18:00 alle 06:00, mentre i circa 1000 indigeni rifugiatisi presso le strutture della parrocchia di Bagua Grande stanno facendo ritorno ai loro villaggi, scortati da centinaia di soldati.

Il clima resta tuttavia teso e si teme il rischio di nuove violenze. Intanto l’ambasciata del Nicaragua a Lima ha riferito di aver accolto la richiesta di asilo politico rivolta da Alberto Pizango, presidente dell’Associazione interetnica della selva peruviana (Aidesep), accusato dalla magistratura di ”sedizione” e ”ribellione”. L’Aidesep e’ la sigla che riunisce oltre un migliaio di comunita’ indigene amazzoniche protagoniste da due mesi della piu’ imponente mobilitazione contro il governo del presidente Alan Garci’a a cui viene chiesta la deroga di un pacchetto di decreti approvati lo scorso dicembre nel piano di adeguamento della legislazione previsto dal Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, ritenuti lesivi dei diritti dei popoli originari sulle loro terre..

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Indios contro le esplorazioni petrolifere sulle loro terre amazzoniche.

Pubblicato da milionidieuro su 6 giugno 2009


Lima. Sale il bilancio degli scontri in corso nella zona peruviana della foresta amazzonica tra gli indios e le autorità di polizia. Al momento il totale è di 45 morti, 20 agenti e 25 manifestanti. Gli indios avevano preso in ostaggio almeno 50 persone, fra cui 38 poliziotti; un blitz tentato per liberarli ha portato alla morte di 9 ostaggi e alla liberazione di altri 22, mentre si ignora la sorte degli altri sette. Il bilancio effettivo degli scontri non può comunque essere verificato considerato che in zona, nella provincia di Utcubamba, non vi sono giornalisti indipendenti presenti. Nella zona è stato proclamato il coprifuoco. Gli indios protestano contro le esplorazioni petrolifere sulle loro terre amazzoniche.

Gli scontri sono avvenuti nella zona nota come Curva del Diablo nella provincia di Utcubamba. Il presidente del gruppo di protesta, Alberto Pizango, ha accusato il governo di «genocidio» per aver attaccato dei manifestanti pacifici. Secondo l’attivista, la polizia avrebbe aperto il fuoco e lanciato lacrimogeni contro una protesta non violenta. Il presdiente peruviano Garcia, che ha molto incoraggiato gli investimenti stranieri nel settore petrolifero in questa zona della giungla amazzonica, dal canto suo ha risposto a Pizango accusandolo di essere sceso sul piano «dell’azione criminale, assaltando posti di polizia, rubando armi e uccidendo agenti che stavano solo facendo il loro lavoro». Dall’aprile scorso, gli indios stanno effettuando una serie di blocchi a intermittenza contro strade, oleodotti, condotte idriche chiedendo al governo di rispettare i diritti delle popolazioni autoctone.

GIà AD APRILE 2009 La Rettet den Regenwald, una Ong tedesca, ha lanciato una campagna per proteggere i diritti e la vita di alcune delle tribù di indios “non contattate” che vivono nelle remote foreste nord-occidentali del Perù messe in pericolo dalla società petrolifera anglo-francese, Perenco, che ha avuto dal governo di Lima concessioni che le permetterebbero di invadere i territori ancestrali di questi indios che non hanno praticamente mai avuto contatti con l´uomo bianco e che non sanno di vivere sul più grande giacimento di petrolio scoperto in Perù negli ultimi trenta anni. «Le uncontacted tribù sono i più vulnerabili tra gli esseri umani sul pianeta – dice Rettet – I trattati internazionali garantiscono i loro diritti… ma gli interessi economici del governo peruviano e l´industria petrolifera sono molto più forti». La campagna di Rettet invita tutti a premere sul presidente della Perenco, Francois Perrodo, sul presidente del Perù, Alan Garcia, sul ministro dell´energia e delle miniere e sul presidente della Perupetro, Daniel Saba perché «I diritti delle tribù “non contattate” devono essere rispettati e qualsiasi attività petrolifera, di concessione o agricola sul loro territorio, deve essere proibita». Della vicenda si sta interessando anche “Survival” ed il suo direttore Stephen Corry, dice che «Questa è un´ulteriore prova del fatto che le “non contattate” tribù del Perù stanno diventando un problema sempre più globale. Il governo e le imprese come Perenco devono capire le norme e le regole: è assolutamente inaccettabile che i territori di questi indios possa essere invaso e distrutto, i loro diritti violati, e la loro vita messa in grave pericolo». Il progetto “blocco 67″ si basa sulla costruzione di un oleodotto ed impianti da un miliardo e mezzo di dollari per trasportare il petrolio estratto da 14 pozzi dell´Amazzonia peruviana alla costa, gli unici dubbi vengono dalla Perupetro, la compagnia petrolifera di Stato, che sta valutando se investire subito nel progetto mentre il prezzo del petrolio è così basso e l´Opec chiede di tagliare la produzione. La giungla interessata dai progetti della Perenco è un´area nella quale vivono almeno due delle ultime tribù “non contattate” del pianeta e le richieste dell´impresa anglo-francese sono fortemente osteggiati dalla Asociación interétnica de desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep) che chiedono alla Commissione Inter-Americana per diritti umani di mettere il veto sul progetto . Ma il clima non sembra dei migliori: il presidente “socialdemocratico”, Alan Garcia, ha detto che le tribù “non contattate” sono un´invenzione degli ambientalisti contrari alle prospezioni petrolifere e che vogliono impedire al Perù di trasformarsi da importatore di petrolio in esportatore. Le riserve petrolifere scoperte sarebbero di 300 milioni di barili che potrebbero essere raggiunti dalle trivelle della Perenco già nel 2011 e sfruttati ad un ritmo di 100.000 barili al giorno, con un´invasione del territorio indio da parte di 1.500 operai che si porterebbero dietro un discreto indotto e molte malattie come il raffreddore e l´influenza che sterminerebbero i popoli indios. La vicenda si svolge nella zona frontaliera tra Perù ed Equador dove l´isolamento ha permesso a piccoli gruppi di indios di non entrare i contatto con la “civiltà”, decidendo di vivere in modo tradizionale, anche grazie a trattati che garantiscono i loro diritti sui territori. Lo studio di impatto ambientale presentato da Perenco però nega completamente l´esistenza di queste tribù che sfuggono ad ogni contatto dopo aver visto gran parte di loro morire per le malattie portate dai “bianchi” o per i massacri perpetrati dai “coloni”. E´ così che alla fine degli anni ´80 è scomparsa la metà dei Nahuas dell´Amazzonia peruviana. La Perenco richiama una legge peruviana che autorizza lo sfruttamento economico «delle terre appartenenti allo Stato ed alle comunità contadine ed indigene». L´atteggiamento del Perù è ben diverso da quello del vicino Equador che nel 1999 ha dichiarato l´area di frontiera “zona intangibile” per proteggere gli indigeni e vieta qualsiasi attività estrattiva nella selva dove vivono le tribù “non contattate”. Nella nuova Costituzione “ambientalista” dell´Equador i diritti inalienabili degli indios sono uno degli elementi centrali. L´Equador ha anche avviato un´iniziativa unica al mondo che vieta lo sfruttamento petrolifero nella foresta tropicale, nel parco nazionale Yasuní e nell´area Ishpingo-Tambococha- Tiputini, in cambio di una compensazione finanziaria internazionale.

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Amianto, 500mila i morti annunciati per i primi trent’anni del secolo e A L’AQUILA E NEI COMUNI COLPITI DAL TERREMOTO???

Pubblicato da milionidieuro su 17 aprile 2009

300 bare. 300 nomi. Uccisi, ma non dal terremoto. Dalle case assassine. Costruite rubando sui materiali, rubando sulla sicurezza. Uccisi dall’edilizia selvaggia, da parcheggi sotterranei ricavati erodendo le fondamenta degli edifici. Da chi doveva vigilare e non ha vigilato. Da chi doveva fermare i lavori e non è intervenuto. Da una causa rimasta pendente, da una condanna che non è mai arrivata.
300 cadaveri, disposti in file ordinate davanti al Presidente del Consiglio. 300 altri, disposti alla rinfusa, sotto alle macerie. In Irpinia furono coperti da colate di cemento, per evitare epidemie. Verranno fuori tra duemila anni, come a Pompei.
Nel frattempo, altri se ne andranno. Molto prima, forse tra venti o trent’anni. Quando meno se lo aspettano, implacabilmente, inesorabilmente. Con tutta probabilità, inspiegabilmente.
L’eternit è un materiale isolante fatto con l’amianto. L’amianto è un minerale fibroso, i cui filamenti sono così leggeri da restare in sospensione nell’aria per molto tempo, e sono così piccoli da avere un diametro inferiore a quello che le nostre vie respiratorie sono in grado di filtrare. Basta inalarne uno, uno solo. Poi, non resta che aspettare. Le patologie connesse si sviluppano anche dopo venti o trent’anni. Si chiamano abestosi, mesotelioma, carcinoma polmonare, e sono tutte mortali.
Nei giorni successivi al sisma, i comuni colpiti erano polveriere di calce ed altri materiali finemente triturati. A fine giornata, il sapore di calcinacci e muratura rimaneva nella gola e nei polmoni.
Quanti degli edifici crollati avevano un tetto in eternit? Almeno il 20, 30%. L’aria era satura di amianto.
Dal momento del crollo in poi, ogni respiro a L’Aquila e dintorni è stato una probabile condanna a morte. I sopravvissuti, i soccorritori, i giornalisti, gli operatori, le forze dell’ordine e i parenti accorsi alla disperata ricerca di notizie dei loro cari, …tutti.

Saranno i prossimi a morire…..

I numeri sono allarmanti: 90.000 morti l’anno secondo la rivista scientifica The Lancet; 500.000 quelli annunciati per la sola Europa nei primi 30 anni del XXI secolo. Eppure non sono bastate queste cifre, terrificanti, per convincere la Commissione europea ad imporre un divieto totale e definitivo sull’utilizzo dell’amianto, la cui pericolosità è legata a una serie di minerali letali per l’essere umano.
Queste sostanze finiscono in decine e decine di oggetti o strutture con le quali ogni giorno veniamo a contatto. Dai freni a disco ai tostapane, dai materiali da costruzione navale agli edifici privati e pubblici (come le scuole). La nocività dell’amianto è stata accertata dal 1906, ma ci sono voluti decenni per convincere alcuni governi a metterlo al bando. E la strada è ancora tutta in salita.
L’u
ltimo colpo di scena risale al 18 e 19 febbraio scorsi. A Bruxelles si doveva decidere per una regolamentazione sull’utilizzo di alcune sostanze chimiche sul mercato europeo (tra cui le fibre di amianto). Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi si sono pronunciati per un’immediata decisione in merito, ma la maggior parte dei rappresentanti degli Stati membri ha votato a favore di una deroga (rifacendosi a una decisione presa nel 2007 da un gruppo di lavoro della Direzione Generale Imprese della Commissione europea per prolungare, appunto, la derogazione sull’amianto). In sostanza: un nulla di fatto che lascia invariata la situazione e fa slittare le decisioni ad un momento ancora da definire.
“La deroga proposta dalla Commissione europea deve passare il vaglio del Parlamento Ue, che ha tempo sei mesi per pronunciarsi” spiega Laurent Vogel, direttore del dipartimento Salute e sicurezza dell’Istituto sindacale europeo. “Di mezzo però ci sono le elezioni europee di giugno. E il rischio è quello di vedere i dibattiti prolungarsi in eterno. Se la deroga dovesse essere concessa, gli Stati membri chiederanno di fare di nuovo il punto della situazione nel 2012″. E visti i tempi della burocrazia europea, “rischiano di pronunciarsi in maniera definitiva non prima del 2015″.

Per Eric Jonckheere, fondatore della Abeva, associazione per sensibilizzare l’opinione pubblica al pericolo dell’amianto, la delusione è stata immensa. “Non posso credere che all’alba del XXI secolo ci siano governi europei disposti a piegarsi di fronte al mondo industriale su una vicenda così grave” ha spiega Jonckheere . “Se questa deroga dovesse passare, ai 500.000 morti annunciati in Europa entro il 2030 se ne aggiungeranno altre decine di migliaia negli anni succesivi”, ha spiegato. “Io e la mia famiglia siamo cresciuti a Kapelle-Op-Den-Bos, dove mio padre lavorava come ingegnere della multinazionale belgo-svizzera Eternit, la stessa che ha mandato al macello i lavoratori di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia)” sottolinea Jonckheere, e aggiunge “L’amianto dell’Eternit ha spazzato via la mia famiglia”. Le confidenze di Jonckheere a sono preziose, perché illustrano gli effetti devastanti di un prodotto “che non uccide soltanto le persone che lavorano all’interno di una fabbrica, come mio padre, ma anche coloro che vi entrano in contatto. Sebbene non avesse mai lavorato nello stabilimento dell’Eternit, mia madre (morta nel 2000 all’età di 63 anni, ndr) è il primo caso in Belgio di vittima ambientale”. Dopo di lei, sono morti altri due fratelli: “il primo a 43 anni, il secondo un mese fa, 44 anni appena compiuti”.
È proprio il dolore per le perdite dei familiari che ha spinto Eric Jonckheere a fondare un’associazione senza scopo di lucro. “Con Abeva cerchiamo di sensibilizzare non soltanto l’opinione pubblica ma anche la nostra classe politica sui rischi di salute pubblica che l’amianto fa planare sui lavoratori e i cittadini. E cerchiamo di insistere sulla necessità di assistere le vittime di oggi e di domani. Pochi lo sanno, ma in futuro l’asbestosi farà più vittime del tabacco. Ecco perché la deroga che la Commissione europea intende concedere ai gruppi industriali va combattuta”.
La battaglia si annuncia lunga e difficile. Le multinazionali hanno il vento in poppa. “Dow Chemical, Solvay e Zachem possono contare sul supporto di altri tre gruppi industriali, due svedesi e un bulgaro” spiega Vogel. “Purtroppo le attività lobbyistiche hanno ridotto la capacità della Commissione a decidere in maniera indipendente”, come proverebbero anche fonti confidenziali. “Alcuni gruppi hanno speso somme importanti per la ricerca di materiali e di processi di sostituzione all’amianto” si legge tra i commenti rilasciati da esperti della Commissione a rappresentanti della società civile. “Dow (Chemical)” ad esempio, “ha speso 200 milioni di euro. La Commissione può prendere una misura di interdizione se è provato che esiste un rischio” nel caso della produzione di cloro. “Tuttavia, gli Stati, gli industriali e i sindacati sono d’accordo per dire che non vi è alcun rischio”. Non solo. “C’è chi, come Solvay, ha addirittura trovato un’alternativa all’amianto nei suoi stabilimenti americani, ma non in Europa!” tuona Jonckheere. “Oggi questi gruppi approfittano della crisi economica per dire che il passaggio a una produzione pulita costa troppo. Ma i governi non si rendono conto che i costi per curare nei prossimi anni i malati di tumore o di meotelioma saranno nettamente superiori!”.

Quella dell’amianto è una vicenda che dura ormai da troppo tempo. Il primo divieto europeo risale al 1999, quando una direttiva Ue vietò la produzione e l’introduzione sul mercato comunitario delle fibre serial-killer a partire dal 1 gennaio 2005. L’unica eccezione fu quella concessa ai diaframmi utilizzati per la fabbricazione del cloro. Questa deroga, limitata a tre anni (fino al 1 gennaio 2008), doveva essere transitoria, il tempo necessario per i gruppi industriali chiamati in causa di trovare alternative ‘pulite’ al processo di produzione. Da allora, la maggior parte delle multinazionali hanno trovato una soluzione, salvo tre: Dow Chemical (Stati Uniti), Solvay (Belgio) e Zachem (Polonia).
Oggi le prospettive sono torbide. Per Vogel, “gli Stati membri si sono dimostrati troppo compiacenti con il mondo dell’industria. A parte la Francia, appoggiata dal Belgio e dai Paesi Bassi, gli altri, a cominciare da Germania, Regno Unito e Polonia, non hanno fatto nulla per opporsi alla deroga, anzi”. E l’Italia? “Nelle riunioni di dicembre scorso gli esperti italiani mandati dal vostro ministero della Sanità mi sembravano molto incerti, anche perché non erano molto preparati. Da allora, le cose sono cambiate e l’Italia ha sostenuto la Francia”. Ma i conti rischiano comunque di essere salati. Oltre alla deroga sulla produzione e importazione, c’è in ballo la possibilità di introdurre sul mercato europeo materiali contenenti amianto e in uso prima del 1 gennaio 2005. “In questo caso” sottolinea Vogel,la Commissione lascia a ogni Stato membro la libertà di concedere o meno delle deroghe”. Problema: “se la Polonia accetta l’importazione di materiale dalla Russia o dal Canada, ovvero dai due più grandi ‘produttori’ di amianto al mondo, c’è il rischio che questo materiale finisca sul mercato europeo, ivi incluso l’Italia”, spiega Vogel. Il che significa altre vittime supplementari tra i prossimi 20 o 40 anni.

Dal dopoguerra al 1992, anno in cui l’Italia ha deciso di vietare l’amianto, circa 3,7 milioni di tonnellate sono entrate nella composizione di oltre 3.000 prodotti diffusi nel nostro paese. L’effetto è quello di una bomba ad orologeria. Secondo gli pneumologi italiani, ogni anno, nel nostro Paese, 3.000 persone sono uccise da asbestosi (malattia polmonare cronica conseguente all’inalazione di fibre di amianto o asbesto): 1.000 per mesotelioma, 1.500 per tumore pulmonare, gli altri per tumori rintracciati in altri parti del corpo.
Nonostante questi dati, il lavoro da fare sulla via delle restrizioni all’utilizzo dell’amianto sembra ancora in una pericolosa fase di stallo.

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Amianto, 500mila i morti annunciati per i primi trent’anni del secolo e A L'AQUILA E NEI COMUNI COLPITI DAL TERREMOTO???

Pubblicato da milionidieuro su 17 aprile 2009

300 bare. 300 nomi. Uccisi, ma non dal terremoto. Dalle case assassine. Costruite rubando sui materiali, rubando sulla sicurezza. Uccisi dall’edilizia selvaggia, da parcheggi sotterranei ricavati erodendo le fondamenta degli edifici. Da chi doveva vigilare e non ha vigilato. Da chi doveva fermare i lavori e non è intervenuto. Da una causa rimasta pendente, da una condanna che non è mai arrivata.
300 cadaveri, disposti in file ordinate davanti al Presidente del Consiglio. 300 altri, disposti alla rinfusa, sotto alle macerie. In Irpinia furono coperti da colate di cemento, per evitare epidemie. Verranno fuori tra duemila anni, come a Pompei.
Nel frattempo, altri se ne andranno. Molto prima, forse tra venti o trent’anni. Quando meno se lo aspettano, implacabilmente, inesorabilmente. Con tutta probabilità, inspiegabilmente.
L’eternit è un materiale isolante fatto con l’amianto. L’amianto è un minerale fibroso, i cui filamenti sono così leggeri da restare in sospensione nell’aria per molto tempo, e sono così piccoli da avere un diametro inferiore a quello che le nostre vie respiratorie sono in grado di filtrare. Basta inalarne uno, uno solo. Poi, non resta che aspettare. Le patologie connesse si sviluppano anche dopo venti o trent’anni. Si chiamano abestosi, mesotelioma, carcinoma polmonare, e sono tutte mortali.
Nei giorni successivi al sisma, i comuni colpiti erano polveriere di calce ed altri materiali finemente triturati. A fine giornata, il sapore di calcinacci e muratura rimaneva nella gola e nei polmoni.
Quanti degli edifici crollati avevano un tetto in eternit? Almeno il 20, 30%. L’aria era satura di amianto.
Dal momento del crollo in poi, ogni respiro a L’Aquila e dintorni è stato una probabile condanna a morte. I sopravvissuti, i soccorritori, i giornalisti, gli operatori, le forze dell’ordine e i parenti accorsi alla disperata ricerca di notizie dei loro cari, …tutti.

Saranno i prossimi a morire…..

I numeri sono allarmanti: 90.000 morti l’anno secondo la rivista scientifica The Lancet; 500.000 quelli annunciati per la sola Europa nei primi 30 anni del XXI secolo. Eppure non sono bastate queste cifre, terrificanti, per convincere la Commissione europea ad imporre un divieto totale e definitivo sull’utilizzo dell’amianto, la cui pericolosità è legata a una serie di minerali letali per l’essere umano.
Queste sostanze finiscono in decine e decine di oggetti o strutture con le quali ogni giorno veniamo a contatto. Dai freni a disco ai tostapane, dai materiali da costruzione navale agli edifici privati e pubblici (come le scuole). La nocività dell’amianto è stata accertata dal 1906, ma ci sono voluti decenni per convincere alcuni governi a metterlo al bando. E la strada è ancora tutta in salita.
L’u
ltimo colpo di scena risale al 18 e 19 febbraio scorsi. A Bruxelles si doveva decidere per una regolamentazione sull’utilizzo di alcune sostanze chimiche sul mercato europeo (tra cui le fibre di amianto). Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi si sono pronunciati per un’immediata decisione in merito, ma la maggior parte dei rappresentanti degli Stati membri ha votato a favore di una deroga (rifacendosi a una decisione presa nel 2007 da un gruppo di lavoro della Direzione Generale Imprese della Commissione europea per prolungare, appunto, la derogazione sull’amianto). In sostanza: un nulla di fatto che lascia invariata la situazione e fa slittare le decisioni ad un momento ancora da definire.
“La deroga proposta dalla Commissione europea deve passare il vaglio del Parlamento Ue, che ha tempo sei mesi per pronunciarsi” spiega Laurent Vogel, direttore del dipartimento Salute e sicurezza dell’Istituto sindacale europeo. “Di mezzo però ci sono le elezioni europee di giugno. E il rischio è quello di vedere i dibattiti prolungarsi in eterno. Se la deroga dovesse essere concessa, gli Stati membri chiederanno di fare di nuovo il punto della situazione nel 2012″. E visti i tempi della burocrazia europea, “rischiano di pronunciarsi in maniera definitiva non prima del 2015″.

Per Eric Jonckheere, fondatore della Abeva, associazione per sensibilizzare l’opinione pubblica al pericolo dell’amianto, la delusione è stata immensa. “Non posso credere che all’alba del XXI secolo ci siano governi europei disposti a piegarsi di fronte al mondo industriale su una vicenda così grave” ha spiega Jonckheere . “Se questa deroga dovesse passare, ai 500.000 morti annunciati in Europa entro il 2030 se ne aggiungeranno altre decine di migliaia negli anni succesivi”, ha spiegato. “Io e la mia famiglia siamo cresciuti a Kapelle-Op-Den-Bos, dove mio padre lavorava come ingegnere della multinazionale belgo-svizzera Eternit, la stessa che ha mandato al macello i lavoratori di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia)” sottolinea Jonckheere, e aggiunge “L’amianto dell’Eternit ha spazzato via la mia famiglia”. Le confidenze di Jonckheere a sono preziose, perché illustrano gli effetti devastanti di un prodotto “che non uccide soltanto le persone che lavorano all’interno di una fabbrica, come mio padre, ma anche coloro che vi entrano in contatto. Sebbene non avesse mai lavorato nello stabilimento dell’Eternit, mia madre (morta nel 2000 all’età di 63 anni, ndr) è il primo caso in Belgio di vittima ambientale”. Dopo di lei, sono morti altri due fratelli: “il primo a 43 anni, il secondo un mese fa, 44 anni appena compiuti”.
È proprio il dolore per le perdite dei familiari c
he ha spinto Eric Jonckheere a fondare un’associazione senza scopo di lucro. “Con Abeva cerchiamo di sensibilizzare non soltanto l’opinione pubblica ma anche la nostra classe politica sui rischi di salute pubblica che l’amianto fa planare sui lavoratori e i cittadini. E cerchiamo di insistere sulla necessità di assistere le vittime di oggi e di domani. Pochi lo sanno, ma in futuro l’asbestosi farà più vittime del tabacco. Ecco perché la deroga che la Commissione europea intende concedere ai gruppi industriali va combattuta”.
La battaglia si annuncia lunga e difficile. Le multinazionali hanno il vento in poppa. “Dow Chemical, Solvay e Zachem possono contare sul supporto di altri tre gruppi industriali, due svedesi e un bulgaro” spiega Vogel. “Purtroppo le attività lobbyistiche hanno ridotto la capacità della Commissione a decidere in maniera indipendente”, come proverebbero anche fonti confidenziali. “Alcuni gruppi hanno speso somme importanti per la ricerca di materiali e di processi di sostituzione all’amianto” si legge tra i commenti rilasciati da esperti della Commissione a rappresentanti della società civile. “Dow (Chemical)” ad esempio, “ha speso 200 milioni di euro. La Commissione può prendere una misura di interdizione se è provato che esiste un rischio” nel caso della produzione di cloro. “Tuttavia, gli Stati, gli industriali e i sindacati sono d’accordo per dire che non vi è alcun rischio”. Non solo. “C’è chi, come Solvay, ha addirittura trovato un’alternativa all’amianto nei suoi stabilimenti americani, ma non in Europa!” tuona Jonckheere. “Oggi questi gruppi approfittano della crisi economica per dire che il passaggio a una produzione pulita costa troppo. Ma i governi non si rendono conto che i costi per curare nei prossimi anni i malati di tumore o di meotelioma saranno nettamente superiori!”.

Quella dell’amianto è una vicenda che dura ormai da troppo tempo. Il primo divieto europeo risale al 1999, quando una direttiva Ue vietò la produzione e l’introduzione sul mercato comunitario delle fibre serial-killer a partire dal 1 gennaio 2005. L’unica eccezione fu quella concessa ai diaframmi utilizzati per la fabbricazione del cloro. Questa deroga, limitata a tre anni (fino al 1 gennaio 2008), doveva essere transitoria, il tempo necessario per i gruppi industriali chiamati in causa di trovare alternative ‘pulite’ al processo di produzione. Da allora, la maggior parte delle multinazionali hanno trovato una soluzione, salvo tre: Dow Chemical (Stati Uniti), Solvay (Belgio) e Zachem (Polonia).
Oggi le prospettive sono torbide. Per Vogel, “gli Stati membri si sono dimostrati troppo compiacenti con il mondo dell’industria. A parte la Francia, appoggiata dal Belgio e dai Paesi Bassi, gli altri, a cominciare da Germania, Regno Unito e Polonia, non hanno fatto nulla per opporsi alla deroga, anzi”. E l’Italia? “Nelle riunioni di dicembre scorso gli esperti italiani mandati dal vostro ministero della Sanità mi sembravano molto incerti, anche perché non erano molto preparati. Da allora, le cose sono cambiate e l’Italia ha sostenuto la Francia”. Ma i conti rischiano comunque di essere salati. Oltre alla deroga sulla produzione e importazione, c’è in ballo la possibilità di introdurre sul mercato europeo materiali contenenti amianto e in uso prima del 1 gennaio 2005. “In questo caso” sottolinea Vogel,la Commissione lascia a ogni Stato membro la libertà di concedere o meno delle deroghe”. Problema: “se la Polonia accetta l’importazione di materiale dalla Russia o dal Canada, ovvero dai due più grandi ‘produttori’ di amianto al mondo, c’è il rischio che questo materiale finisca sul mercato europeo, ivi incluso l’Italia”, spiega Vogel. Il che significa altre vittime supplementari tra i prossimi 20 o 40 anni.

Dal dopoguerra al 1992, anno in cui l’Italia ha deciso di vietare l’amianto, circa 3,7 milioni di tonnellate sono entrate nella composizione di oltre 3.000 prodotti diffusi nel nostro paese. L’effetto è quello di una bomba ad orologeria. Secondo gli pneumologi italiani, ogni anno, nel nostro Paese, 3.000 persone sono uccise da asbestosi (malattia polmonare cronica conseguente all’inalazione di fibre di amianto o asbesto): 1.000 per mesotelioma, 1.500 per tumore pulmonare, gli altri per tumori rintracciati in altri parti del corpo.
Nonostante questi dati, il lavoro da fare sulla via delle restrizioni all’utilizzo dell’amianto sembra ancora in una pericolosa fase di stallo.

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