Archivio per la categoria ‘riscaldamento globale’
Pubblicato da milionidieuro su 17 giugno 2009

In Africa 73% delle terre aride coltivate sono a grave rischio desertificazione, fenomeno che interessa altre aree del pianeta. E in Italia oltre il 21% del territorio presenta caratteristiche tali da essere predisposto al rischio di desertificazione. Si stimano quasi un milione di profughi ambientali l’anno nel mondo, sono circa 24 milioni attualmente e il loro numero potrebbe salire a 200 milioni nel 2050.
Con lo slogan ”Conservare terra e acqua. Proteggere il nostro futuro comune” si celebra oggi la Giornata Mondiale per la lotta alla Desertificazione, indetta dalle Nazioni Unite nel 1994 per combattere degrado del suoloo e siccita’ che sempre piu’ minacciano la sicurezza umana mettendo a rischio i mezzi di sostentamento – cibo, acqua, attivita’ economiche - e che nelle situazioni piu’ critiche costringono intere popolazioni ad abbandonare la loro terra.
Alla Giornata aderiscono 190 Paesi.
I processi di desertificazione sono estremamente diffusi nel mondo tanto che ogni anno circa 6 milioni di ettari (il doppio della superficie del Belgio) subiscono un processo irreversibile di desertificazione e altri 20 milioni di ettari ne sono interessati fino a non essere piu’ sfruttabili con profitto dall’uomo; le aree a rischio sono state valutate attorno al 35% dell’intera superficie utile.
Uno dei fattori che danno il via alla desertificazione e’ la variazione della copertura vegetale dei terreni (diboscamento, pascolo eccessivo), che causa la perdita graduale dello strato superficiale di humus. In seguito tendono a instaurarsi processi erosivi, che alterano la struttura del terreno e la sua capacita’ di ritenzione dell’acqua, fino ad arrivare a stati di degrado praticamente irreversibili. Normalmente i terreni piu’ sensibili ai fenomeni di desertificazione sono quelli situati in climi aridi e con pendenze relative elevate.
In occasione della Giornata numerose iniziative sono in programma nel nostro Paese. Fra l’altro uno sguardo sul ruolo dell’agricoltura nella lotta ai processi di desertificazione: l’Istituto Nazionale di Economia (INEA) agraria organizza il seminario sul tema ”La lotta alla desertificazione: nuove sfide e strumenti operativi a livello nazionale e internazionale”, nel corso del quale vengono presentati tre supporti metodologici e innovativi per la lotta alla desertificazione. Si tratta in particolare di: SIGRIAN: Sistema Informativo per la Gestione delle Risorse Idriche in Agricoltura a livello Nazionale; il notiziario informativo sull’andamento della stagione irrigua; l’ aggiornamento al 2007 della cartografia CASI3, con inclusione delle aree extracomprensoriali.
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Pubblicato da milionidieuro su 16 giugno 2009

Ciclone nel Myanmar, terremoto in Cina e inondazioni in India: tre catastrofi naturali che, nel 2008,hanno ucciso oltre 220.000 persone. Ridurre la vulnerabilita’ ai disastri per le comunita’ povere colpite dal cambiamento climatico, sara’ l’argomento della ”piattaforma globale per la riduzione del rischio di catastrofi”, in programma a Ginevra, dal 16/6.L’Unione internazionale per la conservazione della natura afferma che la gestione sostenibile delle risorse riduce il rischio.
“Se la temperatura dell’acqua aumentera’ di 3 gradi Celsius, si arrivera’ a una situazione di 3 milioni di anni fa, al Pleocene e saremo a rischio estinzione e sara’ la fine della civilta’ umana”, ha spiegato il guru dell’economia e profondo conoscitore delle tematiche ambientali americano. Rifkin ha parlato di sottostima del fenomeno da parte di tutti, di previsioni sbagliate da parte degli esperti, a cominciare da lui stesso. La situazione “non ha precedenti, dobbiamo riaprire le dighe 100 anni prima rispetto a quanto avevamo previsto pochi anni fa, quando stilammo il 3° Rapporto sui cambiamenti climatici (ora siamo al 4°)”. Alla luce di questo ha detto: “Serve un piano e una strategia mondiale che ci possa portare in modo molto veloce all’era del Post Co2. C’e’ bisogno di una road map non possiamo sbagliare” perche’ “non c’e’ piano economico senza business plan”, aggiunge Rifkin
Il Pianeta sta male e il riscaldamento climatico sta peggiorando a ritmi che sono stati sottostimati e che si stanno manifestando in tutta la loro ineluttabilità. Bisogna agire e creare una roadmap economica e politica per evitare che la popolazione mondiale vada verso l’estinzione. A lanciare l’allarme è Jeremy Rifkin, che
proponendo il concetto a lui caro di Terza rivoluzione industriale, ha ricordato quanto i cambiamenti del clima siano materia di oggi e non del futuro. Nella lectio magistralis tenuta al Sustainability International Forum (Sif) organizzato da Minerva e P&G Alumni, il professor Rifkin ha detto di essere preoccupato perché la situazione dei cambiamenti climatici «è peggiore di quello che crediamo. Tutti noi ci siamo sbagliati nelle previsioni, perché l’accelerazione di questi fenomeni è stata sottostimata». Un’accelerazione che rischia di far «scomparire la vita dalla Terra entro la fine del secolo», ha aggiunto Rifkin in una delle sue affermazioni più catastrofiste. I dati sono di fronte a noi, ha spiegato il presidente della Fondazione Economic Trends, «le stagioni degli uragani nel golfo del Messico e fino alla Florida sono dimostrazioni in tempo reale dei cambiamenti climatici». «Spero di essermi sbagliato e di svegliarmi da questo brutto sogno, ma adesso non possiamo sbagliare nella definizione delle prossime mosse, altrimenti troveremo la porta chiusa».
E il prossimo appuntamento è quello del G8 su cui Rifkin non ha dubbi: il summit deve essere il luogo per «focalizzare la discussione sulla terza rivoluzione industriale e su un piano economico per la lotta ai cambiamenti climatici. Adesso quello che serve è mettere in campo un’agenda economica e un piano di finanziamenti». Senza queste prospettive, senza una roadmap economica da parte dei Paesi industrializzati anche Copenhagen sarà un fallimento, ha aggiunto. «Si parla di livelli di emissioni, di cap and trade, di trasferimento tecnologico, ma non si parla della Terza rivoluzione industriale, quella che permetterà ai nostri edifici, alle nostre abitazioni di diventare produttori di energia, creando un capitalismo distribuito». Se nel corso del vertice di Copenhagen a dicembre non si rifletterà su tutto questo il rischio è alto, avverte Rifkin. «Se l’accordo di riduzione delle emissioni si attesterà sull’aumento di 2-3 gradi della temperatura esiste il rischio potenziale che l’intera popolazione della Terra si estingua entro la fine del secolo. I ghiacci che tengono intrappolato il gas naturale in Siberia, hanno subito un cambiamento di temperatura troppo veloce e se si dovessero sciogliere ci sarebbe un’emissione massiccia di CO2».
Il sole splende tutto il giorno, il vento soffia, la terra sprigiona caldo, anche il pattume e i residui agricoli producono energia e infine l’idroelettrica”. E alla platea di imprenditori, rappresentanti delle istituzioni e dell’economia Rifkin, con il suo fare diretto e appassionato, ha detto che bisogna arrivare a un “capitalismo distribuito e condiviso”. Ma il guru americano ha avvertito: “Il cambiamento economico non e’ un’utopia ma non ne ho sentito parlare. Neppure Obama ha parlato ad esempio del consumo di carne che e’ la terza causa di surriscaldamento del pianeta”. Insomma per Rifkin occorre passare “dalla geopolitica alla biopolitica e fare in modo che ogni creatura abbia il diritto assoluto di accesso all’energia, un diritto indiscutibile . Tutti gli esseri umani – ha concluso – hanno diritto a partecipare a questa risorsa”.
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Pubblicato da milionidieuro su 14 giugno 2009

Lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia avrebbe portato, dal 1995, ad un aumento di 0,7 millimetri l’anno del livello del mare. Lo dimostra uno studio condotto da un gruppo di ricercatori americani e danesi. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia potrebbe essere stato responsabile del 25% dell’innalzamento globale del livello del mare.Il fenomeno, con una media di tre millimetri l’anno, ‘viaggerebbe’ ad una velocita’ piu’ che doppia rispetto alla media del ventesimo secolo.
Milioni di persone in tutto il mondo saranno costrette ad abbandonare le proprie case nelle prossime decadi a causa dell’innalzamento dei mari e della siccita’ provocati dal cambiamento climatico. E’ quanto emerge da uno studio presentato oggi alla conferenza mondiale sul clima in corso a Bonn. Il rapporto, realizzato dall’Universita’ delle Nazioni Unite, dall’organizzazione umanitaria Care International e dall’ Universita’ di Columbia (New York), spiega che e’ troppo presto per fare previsioni esatte, ma cita una stima dell’ Organizzazione internazionale per la migrazione, secondo cui questi fenomeni potrebbero spingere 200 milioni di persone a lasciare le proprie terre entro il 2050. ”La migrazione e gli spostamenti indotti da fenomeni ambientali hanno il potenziale di diventare fenomeni senza precedenti, sia in termini di estensione, sia di entita”’, sottolinea lo studio, dal titolo ‘In cerca di riparo: una mappa degli effetti del cambiamento climatico sulla migrazione e gli spostamenti umani’. ”Nelle prossime decadi – proseguono gli esperti -, i cambiamenti climatici indurranno o costringeranno milioni di persone a lasciare le proprie case alla ricerca di sicurezza e di una vita sostenibile”. Il rapporto sottolinea quindi che servono fondi per aiutare queste popolazioni a fuggire dalle zone piu’ a rischio. Fra queste, lo studio cita gli stati-isole come le Maldive e Tuvalu, le regioni secche come la zona sud-sahariana del Sahel e il Messico, oltre ai paesi dei delta fluviali come il Bangladesh, il Vietnam e l’Egitto. ”Nelle aree densamente popolate dei delta del Gange, del Mekong e del Nilo, un innalzamento dei mari di un metro potrebbe interessare 23,5 milioni di persone e ridurre la superficie dei terreni oggi destinata all’agricoltura di almeno 1,5 milioni di ettari”, spiega il rapporto. Secondo gli scienziati, entro questo secolo, i livelli dei mari potrebbero crescere di almeno un metro. Il mondo, conclude lo studio, deve investire per preparare le comunita’ ed i paesi piu’ poveri ai cambiamenti climatici. Fondi, questi, che ”devono essere in aggiunta agli impegni esistenti”.
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Pubblicato da milionidieuro su 12 giugno 2009

Accelerazione dei processi di desertificazione e abbandono delle colture, mancanza di acqua, aumento dei fenomeni climatici estremi: i cambiamenti climatici sono ormai gia’ da qualche anno una realta’ con la quale dobbiamo confrontarci e un accordo su base globale per cercare di contrastarli non e’ piu’ prorogabile.
Sul banco degli imputati l’impatto ambientale di ogni singolo uomo che vive sul pianeta: le emissioni di gas serra, la deforestazione, l’uso scriteriato delle acque, una politica energetica basata sul petrolio e sul carbone. Uno dei dati piu’ preoccupanti riguarda i paesi industrializzati, che secondo quanto stabilito dal protocollo di Kyoto avrebbero dovuto ridurre del 5 per cento entro il 2012 le proprie emissioni rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l’obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell’ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell’11 per cento dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.
E il pianeta risponde: sempre nel 2005, secondo uno studio della Nasa, la quantita’ di ghiaccio della Groenlandia che si e’ fusa con l’oceano e’ stata superiore di ben due volte e mezzo rispetto a quella del 1996. Risultato: entro i prossimi cinquanta anni il mar Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi. La temperatura media globale combinata (superficie terrestre e oceani) del mese di Aprile 2009, secondo i dati preliminari del NOAA, e’ stata la quinta piu’ calda per questo mese in base ai dati finora registrati (+0.59*C sopra la media).
Ridurre le emissioni di anidride carbonica e realizzare gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto – secondo gli esperti – rappresenta un primo ma indispensabile passo per invertire la tendenza rispetto all’effetto serra. Perche’ il processo di riscaldamento globale, provocato soprattutto dai consumi crescenti di petrolio e di altre fonti fossili, non e’ piu’ soltanto una minaccia ma sta gia’ producendo effetti drammatici: alluvioni e uragani si stanno ripetendo con una forza e una cadenza senza precedenti e determinano modifiche sempre piu’ consistenti negli ecosistemi e nei territori, anche per l’intreccio con la pressione esercitata dall’uomo.
Senza interventi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, gli effetti dei cambiamenti climatici andranno aumentando nel tempo. Il protocollo di Kyoto e’ stato solo un primo piccolo passo nella lotta ai cambiamenti climatici. I negoziati per un nuovo accordo sul clima, che dovra’ entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, sono stati avviati gia’ alla conferenza sul clima di Montreal, in Canada, nel 2005.
Sin da allora e’ stato evidente l’assoluta urgenza di raggiungere un accordo nel minor tempo possibile in modo da far entrare in vigore il nuovo negoziato entro il 2012 ed evitare cosi’ un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sara’ probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari. Come accaduto per il protocollo di Kyoto anche in questo caso il processo potrebbe richiedere diversi anni.
Proprio oggi si chiude a Bonn la Conferenza delle sessioni degli Organi sussidiari dell’UNFCCC e del Protocollo di Kyoto che ha fatto entrare nel vivo i negoziati in vista della Conferenza di Copenhagen, a dicembre, che dovra’ vedere la sigla di un accordo globale.
Sul piatto, non solo le politiche di riduzione dei Paesi occidentali, ma anche le istanze dei Paesi in via di Sviluppo (fra i quali colossi come la Cina e l’India) che non intendono vedere nell’Accordo un freno alla loro crescita. E anche le esigenze, ribadite di recente dall’Italia, di coniugare ambiente e sviluppo.
L’Unione Europea ha sottoscritto un impegno unilaterale di riduzione delle emissioni del 20 per cento entro il 2020 dichiarandosi pronta ad arrivare al 30 per cento entro la stessa data in caso l’obiettivo venga condiviso anche dagli altri paesi industrializzati.
L’Italia paga un pesante ritardo nell’applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto e sta accumulando un debito di 3,6 milioni di euro al giorno per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all’obiettivo previsto dal Protocollo.
Anche se per il quarto anno consecutivo le emissioni climalteranti italiane si sono ridotte, dopo essere arrivate nel 2004 ad un livello dell’11% superiore ai livelli del 1990. Nel 2008, in base alle stime del Kyoto Club, sono state del 6% piu’ alte rispetto al 1990. Il recupero degli ultimi anni deriva dall’aumentato prezzo dell’energia, da inverni poco rigidi, dall’arrivo della recessione e per finire dai primi risultati delle politiche di efficienza energetica e di incentivazione delle rinnovabili. E tutto fa pensare che anche il 2009, a seguito della crisi, vedra’ un’ulteriore riduzione delle emissioni.
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Pubblicato da milionidieuro su 8 giugno 2009

Un muro intorno alle isole delle Maldive per attenuare mareggiate e innalzamento del livello del mare. È una delle ipotesi prese in considerazione dal ministro dell’Ambiente maldiviano, Abdulla Shahid, in un’intervista rilasciata domenica 7 giugno a Vienna. L’operazione avrebbe un costo tra i 25 e i 30 miliardi di dollari.
Le Maldive sono una delle nazioni più minacciato dal riscaldamento globale e dall’aumento del livello del mare. «L’erosione della spiaggia è il problema numero 1 per il nostro paese – spiega Shadid – che al massimo si trova tre metri sopra il livello del mare. A causa dell’erosione delle spiagge la popolazione di due delle 200 isole abitate sono state trasferire. Negli ultimi due weekend un isola ha perso 366 metri di lunghezza e la sua spiaggia ha perso sei metri di profondità.
Il governo ha già istituito un fondo sovrano nel caso in cui abbia bisogno di acquistare terreni all’estero per il reinsediamento dei suoi civili, ha detto il presidente maldiviano Mohamed Nasheed lo scorso 7 aprile. Le Nazioni Unite in settimana decideranno le modalità per aiutare le nazioni più povere ad avere accesso via satellite alle immagini che potranno aiutare i loro piani contro i disastri ambientali e il cambiamento climatico. Foto che normalmente costano 4mila dollari ciascuna, potranno essere ottenute gratis attraverso le Nazioni Unite.
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riscaldamento globale:Maldive pronte al trasloco
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Pubblicato da milionidieuro su 5 giugno 2009

Per conoscere la capacita’ di assorbimento di Co2 delle nostre aree naturali, e renderle sempre piu’ capaci di adattarsi ad un clima destinato a modificare profondamente l’ambiente, il WWF ha inaugurato oggi la prima stazione di misurazione dei gas serra (una torre alta 13 metri) in un bosco di pianura in area protetta, nell’Oasi umida del WWF di Alviano, in Umbria, che contribuira’ ad una serie di rilevamenti utili alla misurazione dei gas serra negli ecosistemi delle oasi.
L’iniziativa si e’ svolta per celebrare la Giornata mondiale dell’ambiente che quest’anno l’ONU ha voluto dedicare al tema del clima. La torre, oltre agli aspetti prettamente scientifici, avra’ anche un alto valore didattico per il fatto che i visitatori potranno osservare in diretta l’andamento del respiro del bosco e quindi scoprirne concretamente il valore. La torre, insieme a supporti informativi e didattici, costituira’ un importante Centro dimostrativo sul monitoraggio dei gas serra.
Un progetto promosso dalla Facolta’ di Agraria dell’Universita’ della Tuscia di Viterbo, Dipartimento di Scienze dell’Ambiente forestale e delle sue Risorse, con la collaborazione di Microsoft Italia, l’Universita’ di Roma Tre, il Museo di Zoologia di Roma e il Corpo Forestale dello Stato, perche’ ”boschi e aree naturali sono tra gli ambienti fondamentali per combattere l’innalzamento della temperatura globale, soprattutto se riusciamo a mantenerli in buono stato di salute.
Basti pensare che 1 ettaro di bosco e’ capace di neutralizzare almeno 6 tonnellate di CO2 (gas serra, primo responsabile del riscaldamento globale) in un anno, ovvero, le emissioni di un’automobile di piccola cilindrata che percorre circa 43.000 km, oppure quelle determinate dai consumi elettrici medi di 4 famiglie italiane”.
Le Oasi WWF, con un programma avviato da un anno, denominato Osservatorio Clima, sono diventate ormai vere e proprie stazioni di monitoraggio sui cambiamenti del clima e di sperimentazione di progetti di gestione adattativa, in un progetto che vede uniti WWF e Universita’ della Tuscia, con la collaborazione di Microsoft Italia e la partecipazione, tra gli altri, del Corpo Forestale dello Stato e del Museo di Zoologia di Roma.
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Pubblicato da milionidieuro su 2 giugno 2009

Un’isola si forma, un lago si prosciuga, foreste scompaiono: la Nasa documenta sul Web com’è cambiata la nostra Terra nell’ultimo decennio. Con una serie di foto satellitari, incredibili e terribili allo stesso tempo.
DIECI ANNI DI CAMBIAMENTI – In occasione del decimo anniversario del Nasa Earth Observatory, l’organizzazione che cura la pubblicazioni online per la Nasa, il sito rende pubbliche le immagini degli ultimi dieci anni di attività di EOS, il sistema dell’agenzia spaziale americana di satelliti eliosincronici che controllano la superficie del globo. La pagina web documenta nuovi risultati della ricerca sul clima e mostra gli effetti delle catastrofi naturali. Per questa ricorrenza gli scienziati hanno pubblicato uno speciale progetto, denominato “World of Change”, “Terra del cambiamento“. Divise anno per anno, dal 1999 ad oggi, le immagini satellitari documentano come gli interventi dell’uomo abbiano radicalmente modificato la natura e di conseguenza la faccia del nostro pianeta.
IL LAVORO DELLA NASA – Il Nasa Earth Observatory è la fonte principale di immagini satellitari gratuite e altre informazioni scientifiche riguardo la Terra consultabile dal pubblico. La sua attività si focalizza soprattutto sul clima e l’ambiente. Che possa esistere una pagina online accessibile a tutti come quella dell’ “Earth-Observatory”, è merito soprattutto degli scienziati della Nasa, Yoram Kaufman e David Herring. Il portale web è un’incredibile biblioteca che contiene una serie di altrettanto eccezionali immagini scattate dall’alto. Una di queste, una spettacolare visuale della Terra a colori, è diventata particolarmente famosa: quella conosciuta come “Blue Marble” è, infatti, anche l’immagine che appare sullo schermo quando si accende l’iPhone della Apple.
LAGO PROSCIUGATO – Visitare il sito della NASA Earth Observatory, è in ogni caso un’esperienza interessante e suggestiva. Oltre a mostrare fotografie della Terra realizzate con tecnologie avanzatissime, il sito propone anche delle gallerie in cui sono raccolte immagini che raccontano eventi climatici e cataclismi di vario genere: dalle tempeste di sabbia agli uragani, dalle banchine di ghiaccio che si staccano agli incendi più devastanti. Uno degli esempi più drastici proposti dalla Nasa è quello che documenta il ritiro delle acque del Lago d’Aral, tra il Kazakhstan e l’Uzbekistan, un tempo considerato il quarto lago più grande del mondo con i suoi 68.000 chilometri quadrati di superficie. Oggi, di questo lago è rimasto ben poco. Da quando negli anni ’60 l’allora Unione Sovietica cominciò a deviare gli affluenti più importanti, per irrigare tra l’atro le vaste piantagioni di cotone, il livello del gigantesco specchio d’acqua è in continua discesa.
AMAZZONIA SCOMPARSA – Quanto velocemente l’uomo possa cambiare la faccia della Terra è ben visibile negli scatti satellitari sulle foreste pluviali della provincia brasiliana di Rondônia, in Amazzonia. Il processo di disboscamento sembra inarrestabile, spinto in buona parte dai grandi allevatori di bestiame e dalle multinazionali dell’agroalimentare. Negli ultimi trent’anni, hanno riferito i ricercatori Nasa, sono stati abbattuti in totale 67.764 chilometri quadrati di foresta.
DIGA A LAS VEGAS – A metà degli anni ’60 il Colorado River, a nord di Las Vegas, fu sbarrato. Il risultato è stato il Lake Powell: un immenso bacino di raccolta che rifornisce acqua potabile a parti dello Utah, dell’Arizona e persino della lontana California. Inoltre, è diventato famoso per i suoi stabilimenti turistici e sportivi. Sulle foto del satellite della Nasa “Landsat 5″, è ancora visibile un lago profondo con rigogliosi affluenti nel 1999. Appena sei anni più tardi la situazione è decisamente cambiata: a causa dei prelievi, il livello dell’acqua è drammaticamente sceso.
PALME A DUBAI – Un’ulteriore esempio di come l’uomo ha deformato il pianeta nel corso dell’ultimo decennio arriva con le immagini scattate su Dubai. Infatti, da qualche anno è in atto la costruzione dell’oramai celebre isola a forma di palma: Jumeira Palm Island, la prima delle tre previste dal progetto. La sequenza proposta dalle foto satellitari svela, dal 2000 ad oggi, come nasce l’isola artificiale dell’extralusso – la più grande isola del mondo mai costruita dall’uomo.
vaporation of the Aral Sea
August 19, 2000 May 3, 2009
Urbanization of Dubai
November 11, 2000 February 5, 2009
PER LE ALTRE FOTO :
http://earthobservatory.nasa.gov/Features/WorldOfChange/


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Pubblicato da milionidieuro su 2 giugno 2009

Un’isola si forma, un lago si prosciuga, foreste scompaiono: la Nasa documenta sul Web com’è cambiata la nostra Terra nell’ultimo decennio. Con una serie di foto satellitari, incredibili e terribili allo stesso tempo.
DIECI ANNI DI CAMBIAMENTI – In occasione del decimo anniversario del Nasa Earth Observatory, l’organizzazione che cura la pubblicazioni online per la Nasa, il sito rende pubbliche le immagini degli ultimi dieci anni di attività di EOS, il sistema dell’agenzia spaziale americana di satelliti eliosincronici che controllano la superficie del globo. La pagina web documenta nuovi risultati della ricerca sul clima e mostra gli effetti delle catastrofi naturali. Per questa ricorrenza gli scienziati hanno pubblicato uno speciale progetto, denominato “World of Change”, “Terra del cambiamento“. Divise anno per anno, dal 1999 ad oggi, le immagini satellitari documentano come gli interventi dell’uomo abbiano radicalmente modificato la natura e di conseguenza la faccia del nostro pianeta.
IL LAVORO DELLA NASA – Il Nasa Earth Observatory è la fonte principale di immagini satellitari gratuite e altre informazioni scientifiche riguardo la Terra consultabile dal pubblico. La sua attività si focalizza soprattutto sul clima e l’ambiente. Che possa esistere una pagina online accessibile a tutti come quella dell’ “Earth-Observatory”, è merito soprattutto degli scienziati della Nasa, Yoram Kaufman e David Herring. Il portale web è un’incredibile biblioteca che contiene una serie di altrettanto eccezionali immagini scattate dall’alto. Una di queste, una spettacolare visuale della Terra a colori, è diventata particolarmente famosa: quella conosciuta come “Blue Marble” è, infatti, anche l’immagine che appare sullo schermo quando si accende l’iPhone della Apple.
LAGO PROSCIUGATO – Visitare il sito della NASA Earth Observatory, è in ogni caso un’esperienza interessante e suggestiva. Oltre a mostrare fotografie della Terra realizzate con tecnologie avanzatissime, il sito propone anche delle gallerie in cui sono raccolte immagini che raccontano eventi climatici e cataclismi di vario genere: dalle tempeste di sabbia agli uragani, dalle banchine di ghiaccio che si staccano agli incendi più devastanti. Uno degli esempi più drastici proposti dalla Nasa è quello che documenta il ritiro delle acque del Lago d’Aral, tra il Kazakhstan e l’Uzbekistan, un tempo considerato il quarto lago più grande del mondo con i suoi 68.000 chilometri quadrati di superficie. Oggi, di questo lago è rimasto ben poco. Da quando negli anni ’60 l’allora Unione Sovietica cominciò a deviare gli affluenti più importanti, per irrigare tra l’atro le vaste piantagioni di cotone, il livello del gigantesco specchio d’acqua è in continua discesa.
AMAZZONIA SCOMPARSA – Quanto velocemente l’uomo possa cambiare la faccia della Terra è ben visibile negli scatti satellitari sulle foreste pluviali della provincia brasiliana di Rondônia, in Amazzonia. Il processo di disboscamento sembra inarrestabile, spinto in buona parte dai grandi allevatori di bestiame e dalle multinazionali dell’agroalimentare. Negli ultimi trent’anni, hanno riferito i ricercatori Nasa, sono stati abbattuti in totale 67.764 chilometri quadrati di foresta.
DIGA A LAS VEGAS – A metà degli anni ’60 il Colorado River, a nord di Las Vegas, fu sbarrato. Il risultato è stato il Lake Powell: un immenso bacino di raccolta che rifornisce acqua potabile a parti dello Utah, dell’Arizona e persino della lontana California. Inoltre, è diventato famoso per i suoi stabilimenti turistici e sportivi. Sulle foto del satellite della Nasa “Landsat 5″, è ancora visibile un lago profondo con rigogliosi affluenti nel 1999. Appena sei anni più tardi la situazione è decisamente cambiata: a causa dei prelievi, il livello dell’acqua è drammaticamente sceso.
PALME A DUBAI – Un’ulteriore esempio di come l’uomo ha deformato il pianeta nel corso dell’ultimo decennio arriva con le immagini scattate su Dubai. Infatti, da qualche anno è in atto la costruzione dell’oramai celebre isola a forma di palma: Jumeira Palm Island, la prima delle tre previste dal progetto. La sequenza proposta dalle foto satellitari svela, dal 2000 ad oggi, come nasce l’isola artificiale dell’extralusso – la più grande isola del mondo mai costruita dall’uomo.
vaporation of the Aral Sea
August 19, 2000 May 3, 2009
Urbanization of Dubai
November 11, 2000 February 5, 2009
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Pubblicato da milionidieuro su 30 maggio 2009

Nel mondo ci sono 37,4 milioni di profughi, di cui oltre la meta’ in fuga da catastrofi naturali. Presto, secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, 6 milioni di persone ogni anno saranno costrette a fuggire dai danni provocati dai cambiamenti climatici, ma per loro non varra’ lo status di ‘rifugiato’. Lo denuncia Legambiente, nel dossier ‘Profughi ambientali’, presentato nell’ambito di ‘Terra Futura’, la mostra sulle buone pratiche di sostenibilita’ in corso alla Fortezza da Basso di Firenze. Leggendo il dossier si apprende che l’Unicef tra il 2005 e il 2007 ha risposto a 276 emergenze in 92 Paesi, oltre la meta’ delle quali causate da calamita’, il 30% da conflitti e il 19% da problemi sanitari. Inoltre, secondo i dati del programma Onu per lo sviluppo umano, oggi sono 344 milioni le persone a rischio di cicloni tropicali e 521 quelle a rischio di inondazioni. Le previsioni presentano un quadro drammatico: per l’Unicef nel 2010 50 milioni di persone soffriranno la fame a causa di emergenze umanitarie e climatiche e per l’Alto commissariato Onu per i rifugiati i cambiamenti climatici potrebbero costringere 6 milioni di persone all’anno a lasciare le loro case. Un dato che per il 2050 potrebbe arrivare all’astronomica cifra di 200/250 milioni di persone. ”Il fenomeno dei migranti e rifugiati per cause ambientali e’ gia’ oggi di notevole entita’ e aumentera’ in modo drastico – spiega Mautizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria di Legambiente -. Eppure non si riesce a dare un numero preciso di quanti siano al momento o a dare loro assistenza adeguata, perche’ giuridicamente i rifugiati ambientali non esistono”. Le conseguenze dei cambiamenti climatici, rileva ancora il dossier di Legambiente, toccano anche l’Italia che negli ultimi 20 anni ha visto triplicare l’inaridimento del suolo. L’associazione stima che il 27% del territorio nazionale sia a rischio desertificazione con sette regioni particolarmente esposte: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.
La metà sarà costretta a raccogliere in fretta i pochi oggetti sottratti alla furia del cielo e del mare, tallonata nella sua fuga da inondazioni e tempeste, cicloni e uragani. L’altra metà avrà più tempo per arrendersi ai deserti che avanzano, divorando i campi e affamando le bestie, o agli oceani che si alzano, erodendo le coste e distruggendo gli atolli. Tutti, inesorabilmente, se ne dovranno andare.
Questione di settimane, mesi, forse qualche anno. Sono 6 milioni, secondo le stime elaborate da Legambiente. Un dossier, quello dedicato al riscaldamento globale come fattore scatenante delle migrazioni, che sarà presentato oggi a Terra Futura ( www.terrafutura.it), la mostra-convegno internazionale sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale; la sesta edizione si chiuderà domani alla Fortezza da Basso di Firenze.
Li chiamano ecoprofughi, e sono l’ultimo tassello in ordine di tempo che si unisce al complicato mosaico dei mutamenti climatici. Secondo l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, il fenomeno è destinato a subire un aumento esponenziale: nel 2050, il mondo potrebbe ritrovarsi a gestire la migrazione forzata di 200-250 milioni di persone da terre inaridite o completamente sott’acqua, devastate dal surriscaldamento o dalla deforestazione. È per questo che Legambiente ha scelto di lanciare, proprio a Firenze, la proposta per il riconoscimento di uno status giuridico ai profughi ambientali. E non è un caso, forse, che questo avvenga in una Regione che si appresta a introdurre — secondo il presidente del Consiglio toscano Riccardo Nencini, «l’assemblea la varerà lunedì» — la «sua» legge sull’immigrazione, in aperta sfida al ddl sulla sicurezza e alla linea politica del governo. Così come non può essere una coincidenza che proprio nei prossimi giorni — come scriveva ieri il New York Times — l’Assemblea generale delle Nazioni Unite si prepari ad adottare la prima risoluzione che colleghi ufficialmente il cambiamento del clima al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.
Sono 18 milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono colpite da disastri naturali; la quasi totalità (98%) si concentra nei Paesi in via di sviluppo. Basta un grande fiume che, gonfiato da un monsone anomalo, esca dal suo alveo per distruggere case, campi, fonti di sostentamento di intere nazioni. Le piogge torrenziali che hanno flagellato la Namibia dal gennaio di quest’anno sono le dirette responsabili dell’esodo forzato di 350.000 contadini e allevatori: il 50% delle strade sono danneggiate, a rischio il 63% dei raccolti. Tra il 1997 e il 2020, nella sola Africa subsahariana le stime parlano di 60 milioni di migranti per la desertificazione. «Ma il problema è anche l’Italia che, negli ultimi 20 anni, ha visto il 27% del territorio — Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia… — inaridirsi fino al punto limite, con il 10% della Sardegna già desertificato ». Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, traccia un quadro italiano che è l’esatto rispecchiamento di un dramma mondiale. «Kyoto ci chiedeva di ridurre del 6,5% le emissioni; noi le abbiamo aumentate del 13, a livello globale sono cresciute del 37%. Gli scienziati dicono che siamo vicini al punto di non ritorno, quando il pianeta non avrà più capacità di adattamento». Nessuno, dunque, può ritirarsi dalla partita.
«Le crisi ambientali sono ovunque, quasi tutte provocate dall’uomo. E se fino a qualche anno fa il grosso dei rifugiati scappava dalle persecuzioni, dai conflitti, da due anni in qua il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra — fa il punto Gubbiotti —. All’inizio è un passaggio interno, o tra Paesi confinanti; poi diventa la fuga verso Paesi che possono dare più fortuna».
«Sappiamo benissimo che d’ora in poi ci saranno sempre più rifugiati — commenta l’economista americana Susan George, presidente del Transnational Institute di Amsterdam —. Per un semplice motivo: anche volendo, non saranno in grado di restare dove sono. Prendiamo l’Africa, dove l’agricoltura ha già subito un tracollo pari al 60%, dove tutto ciò che è asciutto diventerà ancora più secco e tutto ciò che è bagnato diventerà fradicio… Le condizioni di vita saranno insostenibili».
Gli eco-profughi bussano alle nostre frontiere, «ed è necessario — afferma Gubbiotti — che la politica generale non sia più soltanto il negoziato per ridurre le emissioni di gas inquinanti, ma anche, appunto, la ridefinizione dello status di rifugiati». La proposta può sembrare una provocazione, ma ha i piedi ben piantati sulla terra; già il 31 ottobre scorso, un documento di lavoro dell’Iasc, il comitato inter- agenzia per il coordinamento umanitario Onu, aveva sottolineato come «né la Convenzione sui cambi climatici né il Protocollo di Kyoto includano misure per l’assistenza o la protezione di coloro che saranno direttamente colpiti dagli effetti dei mutamenti nel clima»; e i criteri della Convenzione sullo status dei rifugiati, adottata nel 1951, non paiono abbastanza flessibili per gestire le nuove emergenze. Pochi giorni fa, l’Organizzazione mondiale per le migrazioni ha diffuso un rapporto in cui si riconosce che «i migranti per ragioni ambientali non cadono direttamente in nessuna delle categorie offerte dal quadro giuridico internazionale». E se è vero, ammette Gubbiotti, che «la proposta può sembrare improbabile dal punto di vista della praticabilità», lo è altrettanto che «sul fronte Onu sono già stati fatti passi avanti. E potremmo arrivare a dei risultati concreti».
Nel frattempo, in assenza di una griglia giuridica «aggiornata», è necessario agire. Per spezzare questo circolo perverso, che intreccia indissolubilmente crisi ambientale e crisi sociale. «E la mia proposta — interloquisce la George — è relativamente semplice: l’Europa cancelli subito il debito ai Paesi più poveri. Iniziando dall’Africa subsahariana, che continua a pagare una somma pari a 19 miliardi all’anno. A una condizione: che quel denaro venga investito in riforestazione, conservazione delle riserve idriche, sviluppo di programmi a tutela della biodiversità». Con un monitoraggio costante, «perché è inutile far finta che la corruzione non sia un problema »; ma anche in stretta collaborazione «con associazioni ed esperti locali, mettendo a disposizione un patrimonio di conoscenze tutto europeo — nella silvicoltura, nell’agricoltura sostenibile… ». E poi, dopo l’Africa, «gli altri Paesi più colpiti dall’emergenza ambientale: solo per le deforestazioni, Indonesia, Brasile, Paraguay… il modello, una volta perfezionato, potrebbe essere esportato ovunque».
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Pubblicato da milionidieuro su 30 maggio 2009

I cambiamenti climatici provocano 300 mila morti ogni anno. E’ l’allarme contenuto nel primo rapporto sui costi umani del riscaldamento globale presentato oggi a Londra dal Global Humanitarian Forum, organizzazione fondata dall’ex segretario generale dell’Onu, Kofi Annan.
Le variazioni climatiche minacciano seriamente 300 milioni di persone in tutto il mondo, un numero destinato a raddoppiare da qui al 2030. ”E’ la piu’ grande sfida umanitaria dei nostri tempi, che causa sofferenza a centinaia di milioni di persone”, ha detto Annan secondo quanto riporta il sito web della CNN. ”Spero che tutti gli stati membri delle Nazioni Unite andranno a Copenhagen con la volonta’ politica di firmare accordi ambiziosi per contrastare il cambiamento climatico”, ha proseguito Annan.
”Come dimostra questo rapporto, l’alternativa e’ il rischio di fame, migrazioni e malattie su larga scala”.
Il 99% delle vittime vive in paesi in via di sviluppo, che contribuiscono solo per l’1% all’emissione di gas nocivi. Il rapporto segnala che il cambiamento climatica minaccia tutti e otto gli obiettivi del Milliennium Development. Dei 900 milioni di persone che nel mondo soffrono cronicamente la fame, 45 milioni si ritrovano in questa situazione per colpa dell’inquinamento ambientale. Nei prossimi anni e’ previsto un drastico calo della produzione di cibo, con i prezzi che potrebbero salire anche del 20%.
I paesi piu’ vulnerabili sono quelli dell’Africa subsahariana, del Medio Oriente, dell’Asia centrale, dell’America latina, di alcune zone degli Stati Uniti e delle regioni artiche. Secondo il Global Humanitarian Forum le nazioni in via di sviluppo hanno bisogno di fondi pari a 100 volte quelli attualmente disponibili per affrontare un costo economico complessivo derivante dai cambiamenti climatici di 125 miliardi di dollari l’anno.
Il meeting di Copenhagen, che si terra’ fra sei mesi e dovrebbe stilare degli obiettivi per dopo il 2012 rinnovando l’accorso di Kyoto, ”e’ l’ultima chance per evitare la catastrofe globale”.
Perche’ la giustizia sociale passa per quella climatica”.
”Ma contrastare i cambiamenti climatici e’ possibile – ha concluso il coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente -. Basterebbe investire nella riduzione delle emissioni, su efficienza e risparmio energetico, energie rinnovabili, tecnologie a basse emissioni e mobilita’ su ferro, ma anche in educazione ai consumi sostenibili”.
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Pubblicato da milionidieuro su 30 maggio 2009

I cambiamenti climatici provocano 300 mila morti ogni anno. E’ l’allarme contenuto nel primo rapporto sui costi umani del riscaldamento globale presentato oggi a Londra dal Global Humanitarian Forum, organizzazione fondata dall’ex segretario generale dell’Onu, Kofi Annan.
Le variazioni climatiche minacciano seriamente 300 milioni di persone in tutto il mondo, un numero destinato a raddoppiare da qui al 2030. ”E’ la piu’ grande sfida umanitaria dei nostri tempi, che causa sofferenza a centinaia di milioni di persone”, ha detto Annan secondo quanto riporta il sito web della CNN. ”Spero che tutti gli stati membri delle Nazioni Unite andranno a Copenhagen con la volonta’ politica di firmare accordi ambiziosi per contrastare il cambiamento climatico”, ha proseguito Annan.
”Come dimostra questo rapporto, l’alternativa e’ il rischio di fame, migrazioni e malattie su larga scala”.
Il 99% delle vittime vive in paesi in via di sviluppo, che contribuiscono solo per l’1% all’emissione di gas nocivi. Il rapporto segnala che il cambiamento climatica minaccia tutti e otto gli obiettivi del Milliennium Development. Dei 900 milioni di persone che nel mondo soffrono cronicamente la fame, 45 milioni si ritrovano in questa situazione per colpa dell’inquinamento ambientale. Nei prossimi anni e’ previsto un drastico calo della produzione di cibo, con i prezzi che potrebbero salire anche del 20%.
I paesi piu’ vulnerabili sono quelli dell’Africa subsahariana, del Medio Oriente, dell’Asia centrale, dell’America latina, di alcune zone degli Stati Uniti e delle regioni artiche. Secondo il Global Humanitarian Forum le nazioni in via di sviluppo hanno bisogno di fondi pari a 100 volte quelli attualmente disponibili per affrontare un costo economico complessivo derivante dai cambiamenti climatici di 125 miliardi di dollari l’anno.
Il meeting di Copenhagen, che si terra’ fra sei mesi e dovrebbe stilare degli obiettivi per dopo il 2012 rinnovando l’accorso di Kyoto, ”e’ l’ultima chance per evitare la catastrofe globale”.
Perche’ la giustizia sociale passa per quella climatica”.
”Ma contrastare i cambiamenti climatici e’ possibile – ha concluso il coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente -. Basterebbe investire nella riduzione delle emissioni, su efficienza e risparmio energetico, energie rinnovabili, tecnologie a basse emissioni e mobilita’ su ferro, ma anche in educazione ai consumi sostenibili”.
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Pubblicato da milionidieuro su 30 maggio 2009

Le emissioni di gas nocivi per 20 premi Nobel devono cominciare a diminuire entro sei anni per evitare cambi climatici gravi e pericolosi.I 20 lanciano l’allarme dal St James’s Palace Nobel Laureate’s Symposium di Londra: si ritiene necessario che al summit di Copenaghen a dicembre le nazioni si impegnino a dimezzare le emissioni per il 2050. In una nota i Nobel, tra cui Carlo Rubbia, spiegano che se le temperature salgono ancora piu’ di due gradi le conseguenze sul clima saranno ingestibili.
”Mai come ora e’ urgente arrestare la corsa dell’inquinamento e tagliare le emissioni di gas serra, assumendo impegni seri e condivisi per contrastare il global warming e salvare il pianeta”. Con queste parole Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, e’ intervenuto stamattina alla presentazione del Rapporto sui Diritti Globali 2009, il dossier annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo. Tra i partecipanti erano presenti anche Guglielmo Epifani, segretario generale CGIL, Paolo Beni, presidente nazionale ARCI, don Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele, Patrizio Gonnella, presidente nazionale Antigone, Alice Grecchi Dipartimento comunicazione di ActionAid, Ciro Pesacane, presidente nazionale Forum Ambientalista, Sergio Segio, curatore del Rapporto, direttore di Associazione Societa’ INformazione, e Armando Zappolini vicepresidente del CNCA. ”Abbiamo solo sei mesi per arrivare preparati alla Conferenza di Copenaghen e fermare la febbre del pianeta. I mutamenti climatici, infatti, non sono piu’ una minaccia ipotetica ma una realta’ concreta e incontrovertibile, le cui conseguenze sono sempre piu’ evidenti e tangibili. Altrettanto palese e’ diventato anche l’intreccio tra questioni ambientali e sociali. Non a caso – ha aggiunto Gubbiotti – alcune importanti lotte sociali, come quelle per la sovranita’ alimentare, il diritto all’acqua e il diritto alla salute, hanno sposato in pieno la causa ambientale.
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Pubblicato da milionidieuro su 26 maggio 2009

I principi ereditari dei tre Paesi scandinavi corrono in soccorso dei ghiacciai della Groenlandia, che si stanno sciogliendo.Da domani all’1 giugno, il principe Frederik di Danimarca, il principe Haakon di Norvegia e la principessa Vittoria di Svezia si recheranno in Groenlandia, accompagnati da un pool internazionale di scienziati,per richiamare l’attenzione sui danni causati dal riscaldamento globale ai ghiacciai dell’isola. Si tratta di un allarme gia’ lanciato dai climatologi.
GIà NEL 2005...
Un nuovo grido d’allarme. I ghiacci della Groenlandia si stanno rapidamente sciogliendo e precipitano verso il mare: un fenomeno ormai quasi irreversibile che provocherà un disastro globale destinato a cancellare le zone costiere di molti paesi e cambiare l’assetto termico dell’Oceano Atlantico. È il risultato di uno studio americano di imminente pubblicazione, anticipato dal britannico Independent, per il quale «si tratta della più allarmante manifestazione dei cambiamenti climatici finora registrata».
GIACCHIAI A RISCHIO – Per secoli i ghiacciai della grande isola prossima al polo nord sono rimasti praticamente immutati. Ma l’innalzamento delle temperature dovuto all’effetto serra ha fatto sì che la zona ghiacciata si sia drasticamente ristretta. Durante la scorsa estate è stato osservato uno scioglimento record, con enormi masse glaciali trasformate in acqua, che è finita poi nell’Oceano, e masse di ghiaccio finite in acqua sempre a causa del riscaldamento. Se la calotta che copre gran parte della Groenlandia si scioglierà tutta, il livello degli oceani salirà di sei metri: questo vuol dire la scomparsa di vaste zone costiere – in particolare in paesi al livello del mare o sotto come il Bangladesh – e inondazioni in tutte le città costiere del mondo.
LO STUDIO – Lo studio, coordinato dal professor Slawek Tulaczyk dell’Universita della California, sta per essere pubblicato nella rivista scientifica Geophysical Research Letters e viene anticipato dal giornale alla vigilia di una nuova riunione, questa settimana a Montreal, in cui rappresentanti di governi e organizzazioni internazionali discuteranno cosa fare dopo la scadenza di Kyoto, tra sette anni. Nessuno si aspetta grandi progressi, a causa dell’ostruzionismo degli Usa, che si oppongono a ogni limitazione di emissioni dannose e mettono in dubbio persino dell’esistenza dell’effetto serra, e di diversi paesi in via di sviluppo. La Gran Bretagna, che ha la presidenza del G8, sta valutando la proposta di tagli volontari alle emissioni, ma questa strada è già stata bocciata da tutte le grandi organizzazioni ambientaliste, che la giudicano impraticabile e «suicida», mentre il problema si aggrava costantemente. Tulaczyk ha registrato un rapido restringimento del ghiacciaio Helheim, un fiume ghiacciato che va dai ghiacci perenni dell’isola fino al mare, sulla costa est dell’isola. Lo spessore del ghiacciaio, dice, si è assottigliato di 30 metri solo quest’estate, mentre negli ultimi quattro anni il fronte del ghiacciaio è indietreggiato di sei chilometri.
A RISCHIO LA CORRENTE DEL GOLFO – La prima, grave conseguenza è data dal fatto che nell’Oceano sono finite grandi quantità d’acqua dolce che minacciano di rallentare la corrente del Golfo che rende miti le temperature sulle zone costiere dell’Europa occidentale. Senza, città come Londra avrebbero le stesse temperature del Labrador. L’ultima volta che questo è successo, 12.700 anni fa, le isole britanniche sono state coperte di ghiaccio per 1.300 anni. Sul lato occidentale della Groenlandia, intanto, si sta osservando una corsa del ghiacciaio Jakobshavn in scioglimento verso il mare: la sua velocità normale di discesa è di 30 cm l’anno. Nell’ultimo anno è stata di 34 metri. Questo avviene perchè l’acqua che si scioglie dalla superficie filtra sotto lo strato ghiacciato e forma una piattaforma sulla quale la massa ghiacciata scivola verso il mare, dove si scioglie. «Siamo forse molto vicini al momento in cui la calotta glaciale della Groenlandia sarà sciolta irreversibilmente», dice Tavi Murray, esperto di ghiacciai all’Università del Galles. E Tulaczyk aggiunge: «Quello che stiamo osservando punta in quella direzione». Uno dei suoi assistenti, Ian Howat, dice che finora gli scienziati prevedevano uno scioglimento entro 1.000 anni: ma i nuovi dati lasciano prevedere una brusca accelerazione del processo.
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Pubblicato da milionidieuro su 26 maggio 2009

Gli oceani e gli abitanti dell’oceano saranno inevitabilmente esposti agli impatti del surriscaldamento globale e del cambiamento climatico. Secondo gli scienziati, il surriscaldamento globale determinerà un innalzamento della temperatura delle acque e del livello del mare e il cambiamento delle correnti.
Correnti oceaniche
L’acqua negli oceani è in continuo movimento per effetto delle maree, del moto ondoso e delle correnti che sospingono le gelide acque polari verso l’equatore e le calde acque subtropicali verso i poli [ circolazione termoalina ]. Il fenomeno della circolazione termoalina è attivato dalle differenze di temperatura e di salinità dei mari, e una della sue componenti è la corrente del Golfo, che regala all’Europa il suo clima relativamente mite. Queste grandi correnti, oltre a mitigare l’Europa e a giocare un ruolo fondamentale nel clima, incrementano la capacità dell’oceano di assorbire anidride carbonica.
Cosa potrebbe succedere
Gli studi più recenti denunciano purtroppo un rallentamento della circolazione termoalina tra la Scozia e la Groenlandia. Anche se queste correnti hanno funzionato in modo affidabile per molte migliaia di anni, un’analisi dei campioni di ghiaccio estratti sia al polo Nord che al polo Sud mostra come, in realtà, le cose non siano sempre andate in questo modo: tutto lascia pensare che in un passato ancora più remoto ci siano state alterazioni della circolazione termoalina, associate a repentini e radicali cambiamenti del clima.
La diminuzione del livello di salinità degli oceani, dovuta sia allo scioglimento dei ghiacciai che all’aumento delle precipitazioni, potrebbe interrompere, rallentare o comunque alterare le grandi correnti transoceaniche, con disastrose conseguenze sul clima e sull’agricoltura in Europa e con impatti su tutti i mari e sulle temperature in tutto il mondo.
Innalzamento del livello del mare
Nei prossimi cento anni si prevede un aumento del livello medio del mare compreso tra i 9 e gli 88 centimetri, a causa delle immissioni in atmosfera di gas serra. Questo innalzamento dipenderà sia dal progressivo scioglimento dei ghiacciai, sia dalla naturale espansione degli oceani, dovuta al fatto che l’acqua aumenta di volume quando aumenta di temperatura. Per quanto possa sembrare modesto, anche un innalzamento di pochi centimetri provocherebbe il caos: inondazioni nelle zone costiere, contaminazione delle falde acquifere potabili, aumento del grado di salinità degli estuari sono solo alcuni degli elementi di questo scenario allarmante. Molte delle città sulla costa avrebbero problemi. Risorse strategiche per le popolazioni costiere, come le spiagge, l’acqua potabile, la pesca, la barriera corallina e gli atolli sarebbero a rischio.
La banchisa polare antartica
Solo quattro anni fa c’era accordo nella comunità scientifica sul fatto che la banchisa polare nella regione occidentale dell’Antartide fosse stabile, ma un inatteso fenomeno di scioglimento ha costretto gli scienziati a mettere in discussione questo assunto. Nel 2002 il Larson B, una piattaforma di ghiaccio da 500 miliardi di tonnellate con un’estensione pari al doppio di quella di Londra, si è disintegrato in meno di un mese: pur non avendo avuto ricadute immediate sul livello del mare, questo episodio è emblematico degli effetti del surriscaldamento globale.
Nel 2005, il British Antarctic Survey ha rilevato che l’87 per cento dei ghiacciai della penisola antartica si sono ritirati negli ultimi cinquant’anni e negli ultimi cinque anni i ghiacciai hanno perso in media 50 metri all’anno. L’intera banchisa antartica contiene acqua a sufficienza per innalzare il livello dei mari di 62 metri. Anche se il terzo rapporto dell’IPCC considera assai improbabile questo scenario, nuove ricerche indicano uno sgretolamento massiccio della banchisa.
I ghiacciai in Groenlandia
Nel luglio del 2005, alcuni scienziati a bordo di una delle navi di Greenpeace, la Arctic Sunrise, hanno fatto un’incredibile scoperta: i ghiacciai della Groenlandia si stanno sciogliendo ad una velocità che non ha precedenti. Questo significa che il cambiamento climatico non è solo un concetto astratto, uno scenario futuribile da fantascienza, ma è una realtà concreta, che bussa alle nostre porte.
I rilevamenti fatti indicano inoltre che il ghiacciaio di Kangerdlugssuaq, sulla costa orientale della Groenlandia, è uno dei ghiacciai più veloci al mondo, perché si muove verso il mare ad una velocità di quasi 14 chilometri all’anno. Le misurazioni sono state effettuate usando un sistema GPS ad alta precisione. Il ghiacciaio, inoltre, si è ritirato di 5 chilometri dal 2001, dopo aver mantenuto condizioni stabili per almeno quarant’anni.
I ghiacci del Polo Nord contengono più del 6 per cento dell’acqua potabile del mondo. E si stanno sciogliendo ad un ritmo molto più elevato di quanto non si pensasse. Lo scioglimento dell’intera Groenlandia determinerebbe un innalzamento dei mari di 6 metri, ma anche un incremento di un solo metro significherebbe l’inondazione di New York, Amsterdam, Venezia e di tutto il Bangladesh.
Il ritirarsi allarmante del ghiacciaio Kangerdkugssuaq lascia dedurre che l’intera calotta polare artica si stia sciogliendo molto più velocemente del previsto. Tutti gli scenari sul surriscaldamento globale ipotizzati finora dagli scienziati postulano un ritmo di scioglimento più lento. I nuovi dati, invece, ci dicono che il cambiamento climatico è una minaccia più grande e più vicina di quanto prima non si pensasse.
Perdita degli habitat
Un innalzamento delle temperature medie dei mari avrebbe ricadute importanti sull’intera catena alimentare marina: il fitoplancton, ad esempio, del quale si nutrono alcuni piccoli crostacei come il krill, cresce sotto il ghiaccio polare. Una diminuzione dei ghiacci implica una diminuzione del krill, che è fondamentale per l’alimentazione di molte specie di cetacei e di grandi balene. Molte specie di animali rischiano la sopravvivenza per il semplice fatto che sono inadeguate a vivere temperature superiori: a causa delle alterazioni del loro habitat, alcune popolazioni di pinguini in Antartide sono diminuite del 33 per cento. Anche un aumento dell’incidenza di malattie negli animali marini è collegato all’aumento delle temperature degli oceani.
FONTE: http://oceans.greenpeace.org
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Pubblicato da milionidieuro su 14 maggio 2009

La colonnina del termometro in dieci delle ultime dodici estati è salita ben al di sopra della media registrata nell’arco di cento anni. Quali sono le conseguenze del surriscaldamento del globo? E in particolare quali quelle sulla salute? Un gruppo di scienziati dell’University College di Londra, in collaborazione con la prestigiosa rivista The Lancet, ha effettuato uno studio arrivando alla conclusione che le capacità di adattamento dell’uomo e della natura ai cambiamenti climatici si stanno esaurendo. Ciò significa che, nonostante i progressi della medicina, le barriere contro infezioni, epidemie e malattie appaiono insufficienti.
LA CATENA – L’innalzamento della temperatura determinato dalle emissioni di CO2 ha ricadute allarmanti sull’ecosistema e sulla vita dell’uomo. Nel 2003, ad esempio, nel Nord Europa 30 mila persone sono morte a causa dell’ondata di caldo. Una dato che sembra eccessivamente allarmistico e al limite del catastrofismo ma che i ricercatori di Londra spiegano in modo semplice: la calura mette a rischio il sistema cardiovascolare e respiratorio e i dati confermano che, in modo particolare nelle aree meno abituate all’eccessiva irradiazione, le difese dell’organismo non reggono. Così i decessi, proprio nei periodi di maggiore e più pesante insolazione, aumentano. Il surricaldamento determina una catena di effetti a vari livello: stress, collassi, incidenti.
INONDAZIONI E CIBO – L’instabilità è la causa di inondazioni e uragani o all’opposto di siccità. Ne soffrono l’agricoltura e i raccolti. Il 17 per cento della colture di soia, di riso e di cereali va in fumo per ogni grado in più delle temperature. Già oggi, stimano gli studiosi, dieci milioni di bambini muoiono ogni anno a causa della pessima o insufficiente nutrizione. Le riserve d’acqua potabile si esauriscono (250 milioni di africani sono a rischio entro il 2020, ma il prosciugamento riguarda anche le grandi città del Centro America e persino dell’Europa, a cominciare dalla Catalogna). I numeri sono perciò destinati a modificarsi in maniera drammatica: la metà della popolazione mondiale, entro la fine del secolo, potrebbe essere costretta a fronteggiare «severe carenze di cibo» e gravi problemi di salute. Non solo per il collasso idrico-alimentare nelle zone già povere, ma anche per la progressiva diffusione di virus e di malattie (malaria, salmonella, infezioni intestinali). È un processo naturale, quello delle migrazioni, che, anche a causa dei cambiamenti climatici, si intensificherà. E se non saranno adottate misure sanitarie efficaci provocherà nuove epidemie.
LE SPECIE – Il caldo sta alterando l’ecosistema. Negli ultimi 30 anni il 25 per cento dei vertebrati che vivono sulla terra è stato cancellato. E così pure il 28 per cento delle specie marine. L’estinzione è un pericolo per numerosi animali. E’ un’altra minaccia alla catena alimentare.
NO AGLI ALLARMISMI – Il quadro della situazione è pessimo, ma lo scandalismo e il catastrofismo non servono. È vero che l’uomo sta esaurendo le sue capacità di adattamento alle nuove condizioni, ma non serve cadere nella disperazione. Gli scienziati dell’University College di Londra ritengono che vi siano i margini «per riparare» il disastro ambientale. E la prima sfida da vincere è quella della consapevolezza: dai governi ai semplici cittadini, nei Paesi sviluppati e nei Paesi poveri, tutti devono essere responsabilmente coinvolti in una campagna per la limitazione delle emissioni di CO2 e dunque per la difesa della salute. «È la sfida del ventunesimo secolo».
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Pubblicato da milionidieuro su 14 maggio 2009

La colonnina del termometro in dieci delle ultime dodici estati è salita ben al di sopra della media registrata nell’arco di cento anni. Quali sono le conseguenze del surriscaldamento del globo? E in particolare quali quelle sulla salute? Un gruppo di scienziati dell’University College di Londra, in collaborazione con la prestigiosa rivista The Lancet, ha effettuato uno studio arrivando alla conclusione che le capacità di adattamento dell’uomo e della natura ai cambiamenti climatici si stanno esaurendo. Ciò significa che, nonostante i progressi della medicina, le barriere contro infezioni, epidemie e malattie appaiono insufficienti.
LA CATENA – L’innalzamento della temperatura determinato dalle emissioni di CO2 ha ricadute allarmanti sull’ecosistema e sulla vita dell’uomo. Nel 2003, ad esempio, nel Nord Europa 30 mila persone sono morte a causa dell’ondata di caldo. Una dato che sembra eccessivamente allarmistico e al limite del catastrofismo ma che i ricercatori di Londra spiegano in modo semplice: la calura mette a rischio il sistema cardiovascolare e respiratorio e i dati confermano che, in modo particolare nelle aree meno abituate all’eccessiva irradiazione, le difese dell’organismo non reggono. Così i decessi, proprio nei periodi di maggiore e più pesante insolazione, aumentano. Il surricaldamento determina una catena di effetti a vari livello: stress, collassi, incidenti.
INONDAZIONI E CIBO – L’instabilità è la causa di inondazioni e uragani o all’opposto di siccità. Ne soffrono l’agricoltura e i raccolti. Il 17 per cento della colture di soia, di riso e di cereali va in fumo per ogni grado in più delle temperature. Già oggi, stimano gli studiosi, dieci milioni di bambini muoiono ogni anno a causa della pessima o insufficiente nutrizione. Le riserve d’acqua potabile si esauriscono (250 milioni di africani sono a rischio entro il 2020, ma il prosciugamento riguarda anche le grandi città del Centro America e persino dell’Europa, a cominciare dalla Catalogna). I numeri sono perciò destinati a modificarsi in maniera drammatica: la metà della popolazione mondiale, entro la fine del secolo, potrebbe essere costretta a fronteggiare «severe carenze di cibo» e gravi problemi di salute. Non solo per il collasso idrico-alimentare nelle zone già povere, ma anche per la progressiva diffusione di virus e di malattie (malaria, salmonella, infezioni intestinali). È un processo naturale, quello delle migrazioni, che, anche a causa dei cambiamenti climatici, si intensificherà. E se non saranno adottate misure sanitarie efficaci provocherà nuove epidemie.
LE SPECIE – Il caldo sta alterando l’ecosistema. Negli ultimi 30 anni il 25 per cento dei vertebrati che vivono sulla terra è stato cancellato. E così pure il 28 per cento delle specie marine. L’estinzione è un pericolo per numerosi animali. E’ un’altra minaccia alla catena alimentare.
NO AGLI ALLARMISMI – Il quadro della situazione è pessimo, ma lo scandalismo e il catastrofismo non servono. È vero che l’uomo sta esaurendo le sue capacità di adattamento alle nuove condizioni, ma non serve cadere nella disperazione. Gli scienziati dell’University College di Londra ritengono che vi siano i margini «per riparare» il disastro ambientale. E la prima sfida da vincere è quella della consapevolezza: dai governi ai semplici cittadini, nei Paesi sviluppati e nei Paesi poveri, tutti devono essere responsabilmente coinvolti in una campagna per la limitazione delle emissioni di CO2 e dunque per la difesa della salute. «È la sfida del ventunesimo secolo».
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Pubblicato da milionidieuro su 13 maggio 2009

”Le barriere coralline potrebbero sparire dal cosiddetto Triangolo dei Coralli entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, vale a dire rapido aumento della temperatura degli oceani, del livello dell’acqua e della sua acidita’, siccita’ e burrasche”. Lo rivela lo studio ”Il Triangolo dei coralli e i cambiamenti climatici: ecosistemi, persone e societa’ a rischio di estinzione” – che si avvale di oltre 300 analisi scientifiche gia’ pubblicate, includendo il lavoro di piu’ di 20 esperti nei campi della biologia, economia e scienza della pesca – presentato dal WWF alla Conferenza Mondiale degli Oceani, che si e’ aperta ieri a Manado (Indonesia).
Il Triangolo dei Coralli, che si estende tra le coste, le barriere coralline e i mari di sei paesi indonesiani, Filippine, Malesia, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Timor Leste, pur essendo appena l’1 % della superficie della Terra comprende il 30% delle barriere coralline mondiali. In quest’ area e’ racchiuso il 76% delle specie dei coralli presenti in tutto il mondo che ospitano oltre il 35% delle specie di pesci presenti nelle barriere coralline compreso il tonno che ha un’indiscutibile rilevanza economica. Ma e’ soprattutto un territorio che, grazie ai numerosi ‘servizi naturali che offre’, da’ da vivere a piu’ di 100 milioni di persone.
L’analisi del WWF mostra chiaramente come le barriere coralline potrebbero sparire dal cosiddetto Triangolo dei Coralli entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, vale a dire rapido aumento della temperatura degli oceani, del livello dell’acqua e della sua acidita’, siccita’ e burrasche.
Se la comunita’ internazionale non corre ai ripari nella lotta ai cambiamenti climatici, potrebbe non esistere piu’ l’ambiente marino piu’ ricco di biodiversita’ al mondo e le conseguenze ricadrebbero sulle stesse popolazioni della regione: circa 100 milioni di persone di fatto non avrebbero piu’ fonti di sostentamento.
Una perdita di cosi’ vaste proporzioni potrebbe essere evitata se da subito si intraprendesse un’azione globale sul riscaldamento del pianeta, con un’ attenzione maggiore all’eccesso di pesca e alla prevenzione dell’ inquinamento.
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Pubblicato da milionidieuro su 9 maggio 2009

Saranno i bambini a pagare lo scotto maggiore per le conseguenze dei cambiamenti climatici nei prossimi dieci anni. Secondo un nuovo studio dell’americana Mount Sinai School of Medicine con sede a New York, i cui risultati sono da poco stati presentati in anteprima al meeting annuale delle società accademiche pediatriche di Baltimora, in Usa, aumenterà il numero dei bambini che verranno ricoverati in ospedale a causa di malattie respiratorie dovute ai problemi innescati dai cambiamenti climatici nel corso del prossimo decennio. La ricerca, svolta in collaborazione con il Natural Resources Defense Council e la Columbia University Mailman School of Public Health, ha quindi trovato una relazione diretta tra l’inquinamento atmosferico e la salute dei bambini.
Una delle più importanti conseguenze dei cambiamenti climatici da qui ai prossimi anni, sarà l’aumento della quantità di ozono al suolo. L’ozono ha molti effetti negativi noti sulla respirazione, ai quali i bambini sono particolarmente vulnerabili. Per questo studio la dottoressa Perry Elizabeth Sheffield e i suoi colleghi hanno creato un modello che descrive la proiezione dei futuri tassi di ospedalizzazione legata a problemi respiratori dei bambini di età inferiore ai due anni, usando come base di partenza i dati disponibili per l’area metropolitana di New York. Comparando i dati dei ricoveri attuali con una relazione precedentemente svillupata tra i livelli di ozono e i ricoveri per problemi respiratori pediatrici, tenendo conto dei livelli massimi di concentrazione di ozono attesi per il 2020. Nello scenario così disegnato dagli studiosi, che si basano su proiezioni sull’aumento della concentrazione di ozono nell’aria fornite dal NY Climate and Health project, i livelli di ozono salgono nel 2020 e i ricoveri sono destinati a salire tra il 4 e il 7 per cento per i bambini sotto i due anni.
“La nostra ricerca”, commenta Sheffield, “è importante perché mostra che noi come paese dobbiamo implementare delle politiche per il miglioramento della qualità dell’aria e prevenire i cambiamenti climatici, perché questo può migliorare la salute oggi ed evitare malattie respiratorie più gravi in futuro”. “I risultati dello studio vanno a supporto della necessità di migliorare a qualità dell’aria in tutto il mondo”, aggiunge Philip Landrigan, co-autore e professore di Medicina Preventiva e direttore del centro pediatrico di salute ambientale della Mount Sinai School of Medicine. “Dobbiamo cominciare a mettere in atto questi miglioramenti attraverso i controlli delle emissioni industriali e con politiche di riduzione del traffico che siano sostenute da sanzioni per far rispettare le regole”.
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Pubblicato da milionidieuro su 3 maggio 2009

Sotto lo sguardo puntuale del satellite europeo Envisat, il ghiaccio che avvolge da oltre un secolo le isole antartiche di Charcot e Latady sta andando letteralmente a pezzi. Il ponte di ghiaccio, che permetteva almeno teoricamente di raggiungere “via terra” le isole dell’arcipelago di Wilkins dal Sesto continente, non esiste più (vd immagini Esa/Envisat) . Ancora nel 1951, quando fu fotografato e misurato per la prima volta dagli aerei britannici e statunitensi, era largo più di 80 km. Poi una progressiva riduzione durante i mesi estivi, che si è fatta sempre più accentuata: ora che siamo ancora nella prima fase dell’autunno dell’emisfero meridionale, il cedimento, lungo il fronte residuo di quasi 20 chilometri
è stato registrato praticamente in diretta dal satellite europeo Envisat. Quella che era una piattaforma di ghiaccio è ormai un campo dilaniato da compressioni e distacchi di iceberg di ogni dimensione.
Il termometro Wilkins
Trovandosi da sempre – cioè da meno di un secolo – al centro della contesa tra le zona di influenza britannica e quella cileno-argentina, l’arcipelago di Wilkins è tra i territori meglio conosciuti dell’Antartico. E’ un’area grande quanto la Svizzera intorno ai 70 gradi di latitudine sud, dove la massa del continente si estende verso il Sud America lungo i mille chilometri della penisola antartica. La calotta di Wilkins propriamente detta, scoperta dall’esploratore francese Jean-Baptiste Charcot proprio un
secolo fa, è un campo di ghiaccio di forma rettangolare lungo 150×110 chilometri. Le isole di Charcot e Latady sorgono lungo il perimetro esterno di fronte all’isola di Alexander. Quest‘ultima, con i suoi 49mila km quadrati (più della somma di Lazio e Lombardia) è la maggiore delle isole antartiche. La calotta Wilkins è una delle dieci superfici della Penisola Antartica dove negli ultimi anni i satelliti per l’osservazione della Terra hanno registrato una regolare riduzione del ghiaccio. Sono zone di transizione climatiche che vengono per questo considerate una sorta di termometro degli eventi globali. Quei segnali che, secondo il panel sulla Clima delle Nazioni Unite, indicano in maniera inequivocabile l’impatto del riscaldamento globale sul nostro pianeta
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Pubblicato da milionidieuro su 29 aprile 2009

Blitz di Greenpeace e Legambiente questa mattina a Roma per dire no al carbone a Porto Tolle.
Le due associazioni hanno srotolato dalle finestre del ministero dell’Ambiente uno striscione di 9 metri: ”No al carbone” e innalzato una ciminiera fumante sul marciapiede sottostante, in occasione del voto odierno in plenaria della Commissione VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale) del ministero.
”Il via libera alla riconversione a carbone della centrale termoelettrica Enel di Porto Tolle in discussione in Commissione VIA regalera’ all’Italia altri 10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, contro gli obiettivi europei per la riduzione delle emissioni entro il 2020” dichiarano Greenpeace e Legambiente.
”Il voto odierno va in direzione diametralmente opposta a quella annunciata dal ministro Prestigiacomo solo qualche giorno fa a Siracusa al G8 Ambiente sui mutamenti climatici, dove ha sottolineato la necessita’ e l’urgenza di interventi di riduzione dei gas climalteranti – commentano le associazioni -. Un atteggiamento veramente schizofrenico da parte del nostro governo, che evidentemente negli incontri internazionali presenta la maschera ragionevole di chi vuole combattere il global warming e in casa scopre il volto becero di chi autorizza nuove centrali a carbone”
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Pubblicato da milionidieuro su 28 aprile 2009

MOSCA, 28 APR – Il presidente kirghizo Kurmanbek Bakiev ha denunciato che a causa del surriscaldamento del clima 2.000 di 8.200 ghiacciai si sono sciolti.Lo scioglimento dei ghiacciai sul Tian Shan e Pamir, nell’Asia centrale, potrebbe portare ad una rilevante caduta delle riserve di acqua della regione, riferisce l’Itar-Tass, citando Bakiev. Il premio Nobel per la pace, l’ex vice-presidente Usa Al Gore, ha fatto un appello per una rapida azione dell’Onu e di tutti i paesi contro lo scioglimento dei ghiacci.
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Pubblicato da milionidieuro su 27 aprile 2009

Il 32% degli anfibi e’ estinta o a rischio di estinzione,mentre il 42% e’ in declino: domani 28 APRILE sara’ la giornata mondiale (Save the frog day). Un evento per sensibilizzare sullo stato di questi vertebrati molto minacciati,secondo un’indagine dell’Unione internazionale per la conservazione della natura. Tra le molte cause di estinzione la scarsita’ e l’inquinamento delle acque, il degrado e la scomparsa degli habitat, l’introduzione di specie aliene, il collezionismo e il riscaldamento globale.
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Pubblicato da milionidieuro su 25 aprile 2009

Firmano Italia e Australia. Si cerca l’accordo per il Sud del mondo
L’agenzia per l’energia: se non si interviene, più 6 gradi nel 2030
SIRACUSA 23 aprile 2009— Il clima sta cambiando. Ma non è una frase così, da buttare lì in ascensore. È una spada di Damocle sopra la nostra testa. E il rapporto dell’Oxfam, una Ong internazionale, lancia l’allarme: «Nel 2015 potrebbero essere 375 milioni le persone colpite ogni anno da calamità legate al cambiamento climatico, oltre il 50 per cento in più rispetto ad oggi». Benvenuti al G8 dell’ambiente di Siracusa, qui dove per tre giorni i grandi del pianeta sono seduti attorno a un tavolo per cercare le cure per la Terra.
«Se continuiamo così entro il 2030 le emissioni di C02 aumenteranno del 45% e ci sarà un aumento globale di temperatura di 6 gradi», avverte Nobuo Tanaka, responsabile dell’agenzia internazionale dell’energia. Già, per questo bisogna correre ai ripari.
Per questo Stefania Prestigiacomo, nostro ministro dell’Ambiente, da padrona di casa lancia un appello ai governi del mondo: «Bisogna orientare i piani energetici a favore delle nuove tecnologie. Una rivoluzione verde che costa molto: dall’1 al 3 per cento del Pil mondiale, da qui al 2050».
Si lavora per questo, qui a Siracusa. Per trovare un accordo tra i grandi del pianeta in vista della riunione Onu di Copenaghen in dicembre, ma soprattutto per tendere una mano ai Paesi del Sud del mondo: sono loro che da qui al 2030 saranno responsabili per l’87% della domanda di energia. Nei Paesi Ocse questa crescita è limitata ad appena 1,1% l’anno, in media.
Ci si è messa la crisi ad aiutare l’ambiente. Per capire: in Italia dal 2007 anche per effetto della crisi l’emissione di anidride carbonica è diminuita di circa l’1% l’anno. «Ma c’è molto da lavorare in questo senso», spiega Corrado Clini, il direttore generale del ministero dell’Ambiente ricordando come, comunque, anche la crisi economica dell’Urss del 1990 segnò una forte riduzione di CO2. «Bisogna costruire oltre 18 mila turbine eoliche, 300 centrali solari e 20 reattori nucleari l’anno per poter ottenere il nostro risultato, ovvero la diminuzione di 8,3 gigatoni di Co2 entro il 2030», spiega Tanaka aggiungendo che tutto questo ci costerà 15 trilioni di dollari.
Nel frattempo il ministro Prestigiacomo e l’Enel hanno firmato un accordo con l’Australia per le tecnologie sullo stoccaggio dell’anidride carbonica, una ricerca che ha avuto un finanziamento di 100 milioni di euro dall’Unione europea. E sempre in tema di riduzione di Co2 Aldo Fumagalli, del direttivo di Confindustria, rilancia: «Le fonti rinnovabili sono molto importanti, ma non dimentichiamo l’efficienza energetica. Costruire 8.500 megawatt di fotovoltaico costa 50 miliardi in 12 anni. Ma si può ottenere l’equivalente di risparmio energetico sostituendo il 10% dei motori elettrici, con il 10% della spesa».
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CO2 : stivare la CO2 sotto l’oceano
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Pubblicato da milionidieuro su 25 aprile 2009

Firmano Italia e Australia. Si cerca l’accordo per il Sud del mondo
L’agenzia per l’energia: se non si interviene, più 6 gradi nel 2030
SIRACUSA 23 aprile 2009— Il clima sta cambiando. Ma non è una frase così, da buttare lì in ascensore. È una spada di Damocle sopra la nostra testa. E il rapporto dell’Oxfam, una Ong internazionale, lancia l’allarme: «Nel 2015 potrebbero essere 375 milioni le persone colpite ogni anno da calamità legate al cambiamento climatico, oltre il 50 per cento in più rispetto ad oggi». Benvenuti al G8 dell’ambiente di Siracusa, qui dove per tre giorni i grandi del pianeta sono seduti attorno a un tavolo per cercare le cure per la Terra.
«Se continuiamo così entro il 2030 le emissioni di C02 aumenteranno del 45% e ci sarà un aumento globale di temperatura di 6 gradi», avverte Nobuo Tanaka, responsabile dell’agenzia internazionale dell’energia. Già, per questo bisogna correre ai ripari.
Per questo Stefania Prestigiacomo, nostro ministro dell’Ambiente, da padrona di casa lancia un appello ai governi del mondo: «Bisogna orientare i piani energetici a favore delle nuove tecnologie. Una rivoluzione verde che costa molto: dall’1 al 3 per cento del Pil mondiale, da qui al 2050».
Si lavora per questo, qui a Siracusa. Per trovare un accordo tra i grandi del pianeta in vista della riunione Onu di Copenaghen in dicembre, ma soprattutto per tendere una mano ai Paesi del Sud del mondo: sono loro che da qui al 2030 saranno responsabili per l’87% della domanda di energia. Nei Paesi Ocse questa crescita è limitata ad appena 1,1% l’anno, in media.
Ci si è messa la crisi ad aiutare l’ambiente. Per capire: in Italia dal 2007 anche per effetto della crisi l’emissione di anidride carbonica è diminuita di circa l’1% l’anno. «Ma c’è molto da lavorare in questo senso», spiega Corrado Clini, il direttore generale del ministero dell’Ambiente ricordando come, comunque, anche la crisi economica dell’Urss del 1990 segnò una forte riduzione di CO2. «Bisogna costruire oltre 18 mila turbine eoliche, 300 centrali solari e 20 reattori nucleari l’anno per poter ottenere il nostro risultato, ovvero la diminuzione di 8,3 gigatoni di Co2 entro il 2030», spiega Tanaka aggiungendo che tutto questo ci costerà 15 trilioni di dollari.
Nel frattempo il ministro Prestigiacomo e l’Enel hanno firmato un accordo con l’Australia per le tecnologie sullo stoccaggio dell’anidride carbonica, una ricerca che ha avuto un finanziamento di 100 milioni di euro dall’Unione europea. E sempre in tema di riduzione di Co2 Aldo Fumagalli, del direttivo di Confindustria, rilancia: «Le fonti rinnovabili sono molto importanti, ma non dimentichiamo l’efficienza energetica. Costruire 8.500 megawatt di fotovoltaico costa 50 miliardi in 12 anni. Ma si può ottenere l’equivalente di risparmio energetico sostituendo il 10% dei motori elettrici, con il 10% della spesa».
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Pubblicato da milionidieuro su 20 aprile 2009

Un impianto per contenere le emissioni di anidride carbonica e limitare il riscaldamento del globo terrestre da costruire al largo di New York, in acque che appartengono territorialmente al New Jersey. L’ambizioso progetto – avanzato da una società immobiliare, la Scs Energy con sede a Concord, nel Massachussets – si incastra perfettamente nella questione più complessiva delle restrizioni volute da Barack Obama sulle emissioni di gas serra. Punto chiave della nuova politica ambientale americana che ha vissuto ieri un giorno decisivo, con il parere dell’Epa (l’agenzia Usa per la protezione dell’ambiente) che per la prima volta ha riconosciuto l’anidride carbonica ed altri sei gas serra come una «minaccia per la salute pubblica e per il benessere del Paese».
L’impianto sarebbe in grado di catturare circa il 90% delle emissioni di anidride carbonica prodotte dalla Grande Mela per poi spingerle a 70 miglia lontano dalla costa. Il gas verrebbe quindi iniettato in una arenaria posta ad un miglio sotto l’oceano nella speranza che vi rimanga per miliardi di anni.
Da tempo gli esperti sostengono che la cattura di emissioni dalle centrali elettriche sono una tecnologia cruciale per limitare i cambiamenti climatici. Tuttavia, i costi elevati del progetto e l’incertezza scientifica hanno pesato su un eventuale progresso per quanto riguarda l’utilizzo delle tecniche anche se gli effetti del riscaldamento globale cominciano a farsi sentire in tutto il mondo.
Adesso la Scs Senergy sostiene non solo che è in grado di costruire l’impianto, il primo del genere al mondo, e quindi di farlo funzionare, ma anche di renderlo vantaggioso nonostante i costi che potrebbero sfiorare i 5 miliardi di dollari.
Se il progetto venisse realizzato potrebbe poi essere un modello da copiare in altri Paesi. Fino ad oggi la Norvegia è il solo Paese ad aver intrapreso fattivamente un ampio progetto di stoccaggio di gas tossici nel sottosuolo di Sleipner gas field, a 155 miglia dalla costa norvegese, nel mare del Nord. Un progetto in funzione già da tredici anni, ma che smaltisce appena un quarto della quantità di anidride carbonica da inabissare sotto le acque del New Jersey.
La chiave della proposta, che potrebbe essere esaminata a Washington, dove il presidente Barack Obama ha creato un team con l’incarico di valutare i piani relativi all’energia pulita, è la collocazione: un vecchio sito industriale vicino la costa di Linden, nel New Jersey, dall’altro lato di Staten Island.
La produzione di energia elettrica in questo sito permetterebbe all’azienda di venderla sui mercati più cari del Paese e l’iniezione di gas sotto il suolo dell’oceano, dove la pressione lo comprimerebbe, eliminerebbe i dubbi relativi all’incertezza che un simile progetto possa essere realizzato sul terreno.
Pubblicato in: ambiente, co2, emissioni di gas serra, riscaldamento del pianeta, riscaldamento globale | Lascia un commento »
Pubblicato da milionidieuro su 20 aprile 2009

Un impianto per contenere le emissioni di anidride carbonica e limitare il riscaldamento del globo terrestre da costruire al largo di New York, in acque che appartengono territorialmente al New Jersey. L’ambizioso progetto – avanzato da una società immobiliare, la Scs Energy con sede a Concord, nel Massachussets – si incastra perfettamente nella questione più complessiva delle restrizioni volute da Barack Obama sulle emissioni di gas serra. Punto chiave della nuova politica ambientale americana che ha vissuto ieri un giorno decisivo, con il parere dell’Epa (l’agenzia Usa per la protezione dell’ambiente) che per la prima volta ha riconosciuto l’anidride carbonica ed altri sei gas serra come una «minaccia per la salute pubblica e per il benessere del Paese».
L’impianto sarebbe in grado di catturare circa il 90% delle emissioni di anidride carbonica prodotte dalla Grande Mela per poi spingerle a 70 miglia lontano dalla costa. Il gas verrebbe quindi iniettato in una arenaria posta ad un miglio sotto l’oceano nella speranza che vi rimanga per miliardi di anni.
Da tempo gli esperti sostengono che la cattura di emissioni dalle centrali elettriche sono una tecnologia cruciale per limitare i cambiamenti climatici. Tuttavia, i costi elevati del progetto e l’incertezza scientifica hanno pesato su un eventuale progresso per quanto riguarda l’utilizzo delle tecniche anche se gli effetti del riscaldamento globale cominciano a farsi sentire in tutto il mondo.
Adesso la Scs Senergy sostiene non solo che è in grado di costruire l’impianto, il primo del genere al mondo, e quindi di farlo funzionare, ma anche di renderlo vantaggioso nonostante i costi che potrebbero sfiorare i 5 miliardi di dollari.
Se il progetto venisse realizzato potrebbe poi essere un modello da copiare in altri Paesi. Fino ad oggi la Norvegia è il solo Paese ad aver intrapreso fattivamente un ampio progetto di stoccaggio di gas tossici nel sottosuolo di Sleipner gas field, a 155 miglia dalla costa norvegese, nel mare del Nord. Un progetto in funzione già da tredici anni, ma che smaltisce appena un quarto della quantità di anidride carbonica da inabissare sotto le acque del New Jersey.
La chiave della proposta, che potrebbe essere esaminata a Washington, dove il presidente Barack Obama ha creato un team con l’incarico di valutare i piani relativi all’energia pulita, è la collocazione: un vecchio sito industriale vicino la costa di Linden, nel New Jersey, dall’altro lato di Staten Island.
La produzione di energia elettrica in questo sito permetterebbe all’azienda di venderla sui mercati più cari del Paese e l’iniezione di gas sotto il suolo dell’oceano, dove la pressione lo comprimerebbe, eliminerebbe i dubbi relativi all’incertezza che un simile progetto possa essere realizzato sul terreno.
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Pubblicato da milionidieuro su 19 marzo 2009

Un ulteriore aumento delle temperature medie globali potrebbe causare il collasso della calotta antartica occidentale. Lo evidenzia l’analisi di carote di sedimenti prelevate al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), in Antartide, che ha portato un numeroso gruppo di ricercatori del progetto ANDRILL (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti dell’INGV a interessanti scoperte sull’evoluzione della calotta occidentale dell’Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quando la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano piu’ alte delle condizioni attuali.
I risultati hanno messo in luce per la prima volta una calotta polare estremamente dinamica, le cui fluttuazioni sono avvenute seguendo la periodicita’ di un parametro dell’orbita terrestre (variazione ciclica dell’inclinazione dell’asse terrestre). La calotta polare occidentale e’ periodicamente collassata e, nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e’ andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto.
I dati raccolti da questa ricerca – avvertono gli studiosi – sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera.
Secondo Enzo Boschi, presidente dell’INGV un fenomeno analogo di collasso della calotta occidentale potrebbe infatti verificarsi di nuovo, se le temperature aumentassero di 3*C.
Più nel dettaglio
Che cosa succederà se le temperature medie del nostro pianeta dovessero aumentare di tre gradi entro la fine di questo secolo, come temuto da molti climatologi alla luce del galoppante aumento delle concentrazioni di gas serra? Questa volta la risposta arriva dalla ricostruzione di eventi del passato, piuttosto che da modelli matematici che dipingono incerti scenari futuri. Succederà che una consistente porzione della calotta glaciale antartica collasserà, inondando di acque gli oceani della Terra. La conferma che è sufficiente un aumento delle temperature apparentemente piccolo, per provocare conseguenze enormi è contenuta in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature a firma di un numeroso gruppo internazionale di geologi del progetto Andrill (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali tre italiani dell’Istituto nazionale di geofisica vulcanologia (Ingv): Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti. La ricerca, partita dall’analisi di sedimenti prelevati al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), è approdata a fondamentali scoperte sull’evoluzione della calotta occidentale dell’Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo di tempo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quanto la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano più alte delle condizioni attuali.
ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell’inclinazione dell’asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e’ andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera».
PERFORAZIONE - «Per raggiungere i sedimenti da analizzare», ha aggiunto il ricercatore, «abbiamo dovuto perforare circa 1300 m di sedimenti, dopo avere attraversato con le aste di perforazione 85 metri di ghiaccio del Ross Ice Shelf e 850 metri di acqua. Così facendo è stato possibile andare più a ritroso nel tempo». Infatti, a differenza delle carote di ghiaccio prelevate nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica), che hanno permesso di estendere le conoscenze sul clima della Terra fino a circa un milione di anni fa, con lo studio di sedimenti profondi è possibile spingersi indietro di diverse decine di milioni di anni, quando ancora non esistevano delle calotte di ghiaccio in Antartide.
PROIEZIONI – Programmi di ricerca come Andrill sono considerati di estrema importanza per risolvere le incertezze sul comportamento futuro delle calotte polari dell’Antartide in questa fase di riscaldamento globale. I dati acquisiti aiutano a comprendere la dinamica delle antiche calotte polari e del ghiaccio marino stagionale, e a verificare i modelli matematici sull’evoluzione del clima a scala planetaria. Ma è verosimile che un fenomeno analogo al collasso della calotta antartica occidentale possa verificarsi di nuovo, questa volta a causa dell’uomo, se le temperature aumentassero di 3°C? «Certamente si –risponde il presidente dell’Ingv professor Enzo Boschi-. Negli ultimi anni è salito alla ribalta dell’informazione di massa il problema del progressivo riscaldamento del nostro Pianeta legato all’emissione indiscriminata di gas serra nell’atmosfera. Nel corso del XX secolo il riscaldamento è stato di circa 0.7°C, ma secondo una delle proiezioni dell’IPCC-2007 nel 2100 la temperatura sarà analoga a quella presente sulla Terra prima della formazione di una calotta di ghiaccio in Antartide. In quest’ottica, è importante tenere sotto controllo gli effetti di questo riscaldamento ai poli poiché l’Artide e l’Antartide, le regioni più fredde del Pianeta, sono quelle che risentono maggiormente delle variazioni climatiche. A titolo di esempio, basti pensare a quello che è accaduto nel febbraio del 2002 alla piattaforma di ghiaccio del Larsen B (Penisola Antartica) a causa del riscaldamento globale. Questa piattaforma che aveva una estensione di ben 3.250 chilometri quadrati e uno spessore di 220 metri, si è disintegrata nel giro di 30 giorni».
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Pubblicato da milionidieuro su 17 marzo 2009
Il Mediterraneo profondo si sta riscaldando piu’ velocemente degli altri mari ed il fenomeno piu’ preoccupante e’ forse l’alterazione dello scambio di nutrienti che avviene tra masse d’acqua profonde e superficiali. La perdita di biodiversita’ che ne deriva e’ preoccupante dato che gli oceani forniscono globalmente il 16% di proteine utilizzate in alimentazione umana e ”rendono’ il 63% del valore finanziario dei servizi forniti dagli ecosistemi.
Lo evidenzia il WWF che oggi ha presentato un dossier contenente le linee guida ”per una strategia nazionale di mitigazione e adattamento” ai cambiamenti climiatici.
Il riscaldamento del Mediterraneo – denuncia l’associazione del Panda – ha gia’ comportato cambiamenti in termini di biodiversita’: specie migrate a nord, ingresso di specie esotiche legate anche ai fenomeni di bloom tossici di alghe, , etc. 2-3 gradi C* come aumento anomalo e prolungato delle temperature estive hanno indotto nei fondali una mortalita’ massiva su 28 specie di invertebrati, principalmente quelle cosiddette bentoniche (spugne, gorgonie).
E’ necessario, dunque, ”creare un network di aree marine protette, estendere la protezione dei sistemi costieri a quelli profondi del Mediterraneo (es. i coralli di profondita’), sostenere pratiche di pesca sostenibile.
Infine, intervenire sui sistemi di acqua dolce, a rischio perenne di esondazioni calamitose e con livelli scadenti di qualita’ delle acque e prelievi esorbitanti di risorsa idrica per usi spesso sconsiderati. Sicurezza idraulica e rinaturalizzazione non sono in conflitto”. ”Investire risorse, ad esempio, per ricostruire gli spazi naturali di esondazione dei fiumi, o conservare quei tratti naturali ancora integri” sono solo alcune delle azioni proposte dal Comitato di scienziati che ha curato il Dossier, che sottolinea l’urgenza di gestire i nostri fiumi come ”sistemi piu’ complessi, ovvero, su scala di bacino idrografico.
Il caso del Po e’ esemplare: le prolungate siccita’ le modificazioni delle precipitazioni e dei tassi di evaporazione, l’erosione delle risorse idriche, l’intensificazione della piena catastrofica che si stanno verificando sono da ricondursi, secondo studi recenti, all’elevata artificializzazione del nostro fiume piu’ importante”.
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Pubblicato da milionidieuro su 17 marzo 2009
Il Mediterraneo profondo si sta riscaldando piu’ velocemente degli altri mari ed il fenomeno piu’ preoccupante e’ forse l’alterazione dello scambio di nutrienti che avviene tra masse d’acqua profonde e superficiali. La perdita di biodiversita’ che ne deriva e’ preoccupante dato che gli oceani forniscono globalmente il 16% di proteine utilizzate in alimentazione umana e ”rendono’ il 63% del valore finanziario dei servizi forniti dagli ecosistemi.
Lo evidenzia il WWF che oggi ha presentato un dossier contenente le linee guida ”per una strategia nazionale di mitigazione e adattamento” ai cambiamenti climiatici.
Il riscaldamento del Mediterraneo – denuncia l’associazione del Panda – ha gia’ comportato cambiamenti in termini di biodiversita’: specie migrate a nord, ingresso di specie esotiche legate anche ai fenomeni di bloom tossici di alghe, , etc. 2-3 gradi C* come aumento anomalo e prolungato delle temperature estive hanno indotto nei fondali una mortalita’ massiva su 28 specie di invertebrati, principalmente quelle cosiddette bentoniche (spugne, gorgonie).
E’ necessario, dunque, ”creare un network di aree marine protette, estendere la protezione dei sistemi costieri a quelli profondi del Mediterraneo (es. i coralli di profondita’), sostenere pratiche di pesca sostenibile.
Infine, intervenire sui sistemi di acqua dolce, a rischio perenne di esondazioni calamitose e con livelli scadenti di qualita’ delle acque e prelievi esorbitanti di risorsa idrica per usi spesso sconsiderati. Sicurezza idraulica e rinaturalizzazione non sono in conflitto”. ”Investire risorse, ad esempio, per ricostruire gli spazi naturali di esondazione dei fiumi, o conservare quei tratti naturali ancora integri” sono solo alcune delle azioni proposte dal Comitato di scienziati che ha curato il Dossier, che sottolinea l’urgenza di gestire i nostri fiumi come ”sistemi piu’ complessi, ovvero, su scala di bacino idrografico.
Il caso del Po e’ esemplare: le prolungate siccita’ le modificazioni delle precipitazioni e dei tassi di evaporazione, l’erosione delle risorse idriche, l’intensificazione della piena catastrofica che si stanno verificando sono da ricondursi, secondo studi recenti, all’elevata artificializzazione del nostro fiume piu’ importante”.
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Pubblicato da milionidieuro su 17 marzo 2009
Un nuovo studio sembra dimostrare che la quantità di CO2 assorbita dagli oceani non ci consente più di tornare indietro. È la dimostrazione che gli scenari peggiori non sono stati “gonfiati” o l’ennesima interpretazione di un modello matematico tutto da dimostrare? Purtroppo risposte certe non ce ne sono, anche se questa notizia arriva da una fonte molto autorevole.
Il riscaldamento globale è irreversibile. Questa notizia, che sembra presa da un tabloid sensazionalistico, arriva invece da uno studio di Susan Solomon, uno dei più autorevoli climatologi al mondo, il primo a denunciare lo stretto rapporto tra clorofluorocarburi (i Cfc) e il “buco dell’ozono” nell’Antartico, nell’agosto del 1986. Nel 2007 ha condiviso il premio Nobel con Al Gore e l’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) per l’impegno nella divulgazione dei problemi legati ai cambiamenti climatici.
È TARDI PER GRIDARE “ALLARME!” «Siamo soliti pensare ai problemi d’inquinamento come a cose che possiamo sistemare», afferma la Solomon. «La gente immagina che, se fermiamo le emissioni di CO2, il clima tornerà alla normalità in 100 o 200 anni. Non è vero. Quello che stiamo vivendo è invece un cambiamento irreversibile». Il principale imputato identificato dallo studio (pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences) è proprio l’anidride carbonica. Riportando nella norma il livello di altri gas prodotti dalle attività umane si risolverebbero i problemi da essi derivati nel breve termine, ma lo stesso non può accadere con la CO2. Stando alla Solomon, anche azzerando le emissioni di questo gas (cosa oggettivamente impossibile), il riscaldamento globale non si arresterà. Questo perché gli oceani funzionano come enormi spugne che assorbono calore e CO2 dall’aria. Anche se le emissioni termiche e gassose cessassero, sarebbero poi le distese d’acqua a rilasciare quanto assorbito, e per diversi secoli a venire. (focus.it)
Gli effetti degli aumenti della temperatura e della concentrazione di CO2 (in ppm, parti per milione) sulla barriera corallina. Anche portando a zero le emissioni causate dalle attività umane, a un certo punto saranno gli oceani a rilasciare anidride carbonica in atmosfera. (Fonte: NOAA Coral Reef Watch)
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