ENERGIA NUCLEARE ENERGIE RINNOVABILI

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Archivio per la categoria ‘RICERCA’

clima: osservatorio strategico dei cambiamenti climatici in atto ad alta quota sulle Alpi,

Pubblicato da milionidieuro su 17 giugno 2009


Con esperti di sette tra universita’ e istituzioni, la Ripartizione provinciale Protezione civile e l’Ufficio Geologia di Bolzano partecipano a un programma scientifico internazionale incentrato sullo studio preliminare della calotta di ghiaccio dell’Ortles quale sensibile indicatore dei cambiamenti climatici e ambientali in alta quota sulle Alpi. Uno studio condotto non al computer ma direttamente sull’Ortles, la vetta piu’ alta dell’Alto Adige.

Lo studio del clima in cima all’Ortles e’ di un progetto internazionale, coordinato da esperti del Byrd Polar Research Center dell’Universita’ dell’Ohio (USA) e dell’Ufficio idrografico della Provincia. Per la realizzazione dello studio, i due enti si avvalgono della collaborazione scientifica delle Universita’ di Innsbruck, Padova (dipartimento territorio e sistemi agroforestali, brevemente TeSAF), Pavia, Venezia e dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche-CNR, del gruppo di telerilevamento Remote Sensing dell’EURAC di Bolzano e dell’Ufficio Geologia e prove materiali della Provincia. ”La calotta e’ un ottimo indicatore dei cambiamenti climatici e ambientali nelle Alpi ad elevate altitudini”, spiega il vicedirettore dell’Ufficio idrografico provinciale Roberto Dinale.

Pochi giorni fa un team di ricercatori e tecnici, coadiuvati dalle guide alpine di Solda, si e’ recato sulla Vedretta Alta dell’Ortles per lo studio preliminare delle caratteristiche chimico-fisiche della calotta. In particolare sono stati eseguiti campionamenti e osservazioni degli strati superficiali di neve nonche’ misurato lo spessore del ghiacciaio. ”Dopo una attenta analisi delle informazioni raccolte quest’anno, in collaborazione con i consulenti scientifici verranno delineati i prossimi passi”, spiega il direttore della Ripartizione protezione civile, Hanspeter Staffler.

E’ in programma inoltre un secondo studio a lungo termine della calotta dell’Ortles intesa come osservatorio strategico dei cambiamenti climatici in atto ad alta quota sulle Alpi, monitorando in particolar modo le variazioni di massa del ghiacciaio sommitale e le condizioni del permafrost, il congelamento perenne del terreno tipico delle alte quote. Il progetto, con l’ausilio di rappresentanti dell’istituto Marcelline di Bolzano e del Museo Tridentino di Scienze Naturali di Trento, intende sviluppare anche la divulgazione a studenti, insegnanti e popolazione regionale delle attivita’ di ricerca e dei risultati conseguiti dagli studi ambientali e climatici sull’Ortles.

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Fumatori, un test delle urine per predire il rischio di cancro

Pubblicato da milionidieuro su 8 maggio 2009


La presenza di una sostanza potrebbe svelare quali tabagisti corrono maggiori rischi di ammalarsi

I ricercatori potrebbero aver scoperto perché alcuni fumatori si ammalano di tumore ai polmoni e altri no. L’ipotesi è stata esposta durante il convegno dell’American Association for Cancer Research a Denver. Che il tabacco aumenti notevolmente il rischio di cancro è un fatto ormai noto: più di un quarto di tutte neoplasie, nel mondo occidentale, è causata dall’abitudine alla sigaretta. Tumori non soltanto polmonari, ma che colpiscono anche l’esofago, la laringe, le corde vocali, la bocca, la vescica, il pancreas, il rene, lo stomaco e il sangue. «Ma quel che finora ci sfugge – ha spiegato Jian-Min Yuan, docente di Salute pubblica all’università del Minnesota – è il motivo per cui il danno delle sigarette si concretizzi in alcune in alcune persone e in altre no». In uno studio, Yuan e colleghi hanno ipotizzato che la presenza del metabolita NNAL nelle urine di un paziente possa aiutare a predire il rischio di un carcinoma polmonare. Il metabolita è un prodotto intermedio o finale delle reazioni chimiche del metabolismo e il NNAL, nello specifico, ha dimostrato – su cavie da laboratorio – di favorire la formazione di questa forma di cancro, ma ancora non sono state seguite verifiche su esseri umani.

LO STUDIO – I ricercatori hanno raccolto i dati di 18.244 uomini precedentemente arruolati in un altro studio (Shanghai Cohort Study) e quelli di 63.257 uomini e donne partecipanti al Singapore Chinese Health Study. Hanno poi condotto interviste riguardanti il livello di sigarette fumate, il tipo di dieta e altri fattori inerenti lo stile di vita. Infine, hanno raccolto campioni di sangue e urine di oltre 50mila pazienti. Per valutare il reale impatto di NNAL, gli studiosi hanno selezionato 246 fumatori che hanno poi sviluppato un carcinoma polmonare e 245 «colleghi tabagisti» che invece – nei 10 anni successivi alle interviste e ai test di sangue e urine – non si sono ammalati. I livelli di NNAL sono stati divisi in tre gruppi: confrontati con i pazienti con i livelli più bassi, i soggetti con un tasso medio del metabolita hanno dimostrato il 43 per cento di rischio superiore di sviluppare un tumore. Infine, nelle persone con i livelli di NNAL più elevati il pericolo è risultato più che doppio, anche in considerazione l’effettivo numero di sigarette fumate al giorno, il numero di anni in cui si è fumato e i livelli di cotonina (un metabolita della nicotina) presenti nelle urine. Anche il tasso di nicotina nella urine è stato preso in analisi: in presenza di NNAL, le persone con i livelli più alti hanno mostrato un rischio 8,5 volte superiore ai fumatori con un grado minore di nicotina. «L’abitudine al fumo è causa di un cancro polmonare – ha concluso Yuan -, ma ci sono circa 60 possibili carcinogeni nel tabacco e quanto più precisamente riusciamo a identificare i “colpevoli”, tanto meglio riusciamo a predire il rischio».

SMETTERE «FUNZIONA» – In Italia si stimano oltre 32mila nuovi casi di tumore ogni anno (circa 26mila uomini e 6mila donne) e sono quasi 30mila all’anno i decessi dovuti a questa malattia, che rappreresenta la prima ragione di morte oncologica negli uomini e la seconda nelle donne. Secondo l’ultimo rapporto Istat, la mortalità per cancro diminuisce del 2 per cento circa l’anno, ma nel caso di quello polmonare la riduzione riguarda solo gli uomini, mentre nelle donne i decessi sono aumentati dell’1,5 per cento. Bastano però cinque anni di stop al fumo per diminuire del 20 per cento il rischio di morire per un carcinoma polmonare e dimezzare quello per malattie coronariche. Dopo 30 anni dall’ultima bionda, il pericolo d’ammalarsi diventa uguale a quello di chi non ha mai fumato.

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NUCLEARE: Chernobyl PARCO NATURALE DEGLI ORRORI PER ANIMALI ED INSETTI

Pubblicato da milionidieuro su 23 marzo 2009

Forse non porterà nuova acqua al mulino di quanti si oppongono al ritorno al nucleare, ai quali le argomentazioni non mancano, come a coloro che nella comunità scientifica e politica vi ravvisano invece la soluzione al rebus energetico, ma dopo più di vent’anni continua un duello tra studiosi sulle dimensioni, sicuramente rilevanti, dell’incidente nucleare di Chernobyl. Sulla rivista Biology Letters, una delle pubblicazioni dell’Accademia britannica delle scienze, è stato infatti pubblicato l’ultimo studio di Timothy A. Mousseau, biologo della University of South Carolina, condotto in collaborazione con il collega dell’università di Parigi-Sud Anders Pape Møller. Circa un anno e mezzo fa, Mousseau documentò sulla stessa rivista come nell’area compresa nel raggio di 30 chilometri dalla centrale, la “zona di esclusione” interdetta agli esseri umani, le rondini presentino una serie di anomalie causate dall’esposizione alle radiazioni nucleari, come tumori e variazioni nel colore del piumaggio. Il lavoro del biologo americano, impegnato da almeno un decennio nelle pericolosa zona, è infatti finalizzato ad accertare l’impatto della catastrofe anche sulla vita animale, al quale ha aggiunto ora un tassello che pare proprio accentuarne la gravità. Il suo gruppo di ricercatori, servendosi di dispositivi Gps portatili e di apparecchi per la misurazione della radioattività, ha verificato, grazie al confronto con aree non contaminate, che nella zona di esclusione è tuttora in diminuzione perfino il numero di insetti, dai ragni alle libellule, passando per farfalle, cavallette e calabroni. Mousseau continua dunque a smentire, come ha già fatto in un passato molto recente, la tesi sostenuta da Sergey Gaschak, radioecologo del Chernobyl Center, ente scientifico istituito in Ucraina per studiare le conseguenze delle emissioni radioattive, secondo il quale la zona di esclusione si starebbe in realtà ripopolando di vita animale. Anche in questa occasione, Gaschak non si dà per vinto, e ribatte con una dichiarazione alla Bbc: nella zona di esclusione la vita animale prospera, per via del ridotto contatto con quella umana. Probabilmente un’abile mossa per controbattere il possibile invito di Mousseau a trasferirvisi.

GIA NEL 2007 UNA RICERCA EVIDENZIAVA QUANTO SEGUE

Trascorsi vent’anni dall’incidente nucleare di Chernobyl, Sergey Gaschak, radioecologo del Chernobyl Center, ente scientifico istituito in Ucraina per studiare le conseguenze delle emissioni radioattive, dichiarò l’anno scorso che l’area situata in un raggio di 30 chilometri dalla centrale nucleare, la cosiddetta “zona di esclusione” interdetta agli esseri umani, stava diventando una specie di oasi per la vita animale, che vi ritornava con specie che non si erano viste per decenni, dalla lince al gufo reale, a suo dire insensibili alla radioattività, mentre molti uccelli stavano nidificando perfino nel sarcofago di cemento che avvolge il reattore esploso. Trascorso un anno da quelle ottimistiche dichiarazioni, Timothy A. Mousseau, biologo della University of South Carolina, con un articolo pubblicato sul numero di agosto della rivista Biology Letters, sferra ora un duro colpo all’illusione di ridimensionare il disastro del 1986. Uno studio di lungo periodo condotto dal 1991 al 2006 sulle rondini comuni, ha infatti confrontato le caratteristiche morfologiche degli esemplari presenti nella zona di esclusione con quelle riscontrate sulla stessa specie in un’area dell’Ucraina situata a 220 chilometri di distanza, oltre che in altre aree di controllo in Spagna, in Italia e in Danimarca utilizzate come termine di paragone. Analizzando complessivamente più di 7700 esemplari, sono state così individuate 11 anomalie che affliggono le rondini nella zona di esclusione molto più che altrove, dalle variazioni nel colore del piumaggio agli occhi deformi, passando per i tumori. Nella stessa zona, la loro presenza è inferiore di circa due terzi rispetto alle altre aree esaminate, dai livelli di radioattività nella norma. Come ha dichiarato Mousseau al New York Times, si tratta di una grossa sorpresa, perché non si aveva idea del reale impatto del disastro sulla vita animale, al contrario di quanto lasciavano intendere alcune affermazioni.

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NUCLEARE: Chernobyl PARCO NATURALE DEGLI ORRORI PER ANIMALI ED INSETTI

Pubblicato da milionidieuro su 23 marzo 2009

Forse non porterà nuova acqua al mulino di quanti si oppongono al ritorno al nucleare, ai quali le argomentazioni non mancano, come a coloro che nella comunità scientifica e politica vi ravvisano invece la soluzione al rebus energetico, ma dopo più di vent’anni continua un duello tra studiosi sulle dimensioni, sicuramente rilevanti, dell’incidente nucleare di Chernobyl. Sulla rivista Biology Letters, una delle pubblicazioni dell’Accademia britannica delle scienze, è stato infatti pubblicato l’ultimo studio di Timothy A. Mousseau, biologo della University of South Carolina, condotto in collaborazione con il collega dell’università di Parigi-Sud Anders Pape Møller. Circa un anno e mezzo fa, Mousseau documentò sulla stessa rivista come nell’area compresa nel raggio di 30 chilometri dalla centrale, la “zona di esclusione” interdetta agli esseri umani, le rondini presentino una serie di anomalie causate dall’esposizione alle radiazioni nucleari, come tumori e variazioni nel colore del piumaggio. Il lavoro del biologo americano, impegnato da almeno un decennio nelle pericolosa zona, è infatti finalizzato ad accertare l’impatto della catastrofe anche sulla vita animale, al quale ha aggiunto ora un tassello che pare proprio accentuarne la gravità. Il suo gruppo di ricercatori, servendosi di dispositivi Gps portatili e di apparecchi per la misurazione della radioattività, ha verificato, grazie al confronto con aree non contaminate, che nella zona di esclusione è tuttora in diminuzione perfino il numero di insetti, dai ragni alle libellule, passando per farfalle, cavallette e calabroni. Mousseau continua dunque a smentire, come ha già fatto in un passato molto recente, la tesi sostenuta da Sergey Gaschak, radioecologo del Chernobyl Center, ente scientifico istituito in Ucraina per studiare le conseguenze delle emissioni radioattive, secondo il quale la zona di esclusione si starebbe in realtà ripopolando di vita animale. Anche in questa occasione, Gaschak non si dà per vinto, e ribatte con una dichiarazione alla Bbc: nella zona di esclusione la vita animale prospera, per via del ridotto contatto con quella umana. Probabilmente un’abile mossa per controbattere il possibile invito di Mousseau a trasferirvisi.

GIA NEL 2007 UNA RICERCA EVIDENZIAVA QUANTO SEGUE

Trascorsi vent’anni dall’incidente nucleare di Chernobyl, Sergey Gaschak, radioecologo del Chernobyl Center, ente scientifico istituito in Ucraina per studiare le conseguenze delle emissioni radioattive, dichiarò l’anno scorso che l’area situata in un raggio di 30 chilometri dalla centrale nucleare, la cosiddetta “zona di esclusione” interdetta agli esseri umani, stava diventando una specie di oasi per la vita animale, che vi ritornava con specie che non si erano viste per decenni, dalla lince al gufo reale, a suo dire insensibili alla radioattività, mentre molti uccelli stavano nidificando perfino nel sarcofago di cemento che avvolge il reattore esploso. Trascorso un anno da quelle ottimistiche dichiarazioni, Timothy A. Mousseau, biologo della University of South Carolina, con un articolo pubblicato sul numero di agosto della rivista Biology Letters, sferra ora un duro colpo all’illusione di ridimensionare il disastro del 1986. Uno studio di lungo periodo condotto dal 1991 al 2006 sulle rondini comuni, ha infatti confrontato le caratteristiche morfologiche degli esemplari presenti nella zona di esclusione con quelle riscontrate sulla stessa specie in un’area dell’Ucraina situata a 220 chilometri di distanza, oltre che in altre aree di controllo in Spagna, in Italia e in Danimarca utilizzate come termine di paragone. Analizzando complessivamente più di 7700 esemplari, sono state così individuate 11 anomalie che affliggono le rondini nella zona di esclusione molto più che altrove, dalle variazioni nel colore del piumaggio agli occhi deformi, passando per i tumori. Nella stessa zona, la loro presenza è inferiore di circa due terzi rispetto alle altre aree esaminate, dai livelli di radioattività nella norma. Come ha dichiarato Mousseau al New York Times, si tratta di una grossa sorpresa, perché non si aveva idea del reale impatto del disastro sulla vita animale, al contrario di quanto lasciavano intendere alcune affermazioni.

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EFFETTI DELLE RADIAZIONI

Pubblicato da milionidieuro su 4 giugno 2008

Effetti delle radiazioni nelle cellule

Le radiazioni ionizzanti (quelle tanto energetiche da poter riuscire a spezzare legami chimici) come quelle dovute ad un’esplosione atomica a, più semplicemente, ad una lastra di raggi X, se in grosse quantità, possono provocare seri danni alle cellule e, successivamente, anche all’intero organismo. Le azioni che le radiazioni possono avere sulla cellula possono essere di due tipi: dirette ed indirette.
L’azione diretta si ha quando la radiazione che attraversa la cellula vivente ionizza ed eccita gli atomi e le molecole della struttura cellulare dando luogo a frammenti dotati di cariche elettriche chimicamente instabili. L’azione indiretta si ha quando i radicali e gli ioni interagiscono con la cellula stessa dando luogo ad alterazioni. Il danno può essere sia di natura diretta che indiretta. Le conseguenze più sfavorevoli si verificano in genere nel nucleo, sebbene anche il danno al citoplasma può condurre a notevoli alterazioni della cellula. Le cellule, all’infuori di alcune eccezioni, sono molto piccole hanno un diametro dell’ordine di 10-100 micron; esse differiscono l’una dall’altra sia per forma che composizione e, quindi, anche per funzione, pertanto si presuppone che il loro comportamento rispetto alle radiazioni sia diverso da un tipo all’altro: si parla, perciò, di radiosensibilità specifica. La radiosensibilità è direttamente proporzionale alla capacità di riprodursi e varia in proporzione inversa con il grado di differenziazione. Le cellule che si riproducono più rapidamente sono anche le più sensibili, inoltre quelle in via di formazione possono essere danneggiate più facilmente di quelle già formate. Gli effetti biologici da radiazioni ionizzanti possono raggrupparsi in tre classi di differenti caratteristiche cliniche e di diverso significato sanitario generale :

Effetti immediati delle radiazioni

Gli effetti immediati o precoci sono tipici di condizioni di irradiazione forte e di breve durata, che si ritrovano, per esempio, in incidenti o infortuni. Essi si manifestano, in due o tre settimane dall’irradiazione, solo se è superato un valore-soglia di dose e mostrano un aggravio di sintomi con:

- Il crescere della dose stessa;
- Il tipo di radiazione impiegata (fattore di qualità);
- Il rateo (intensità) dell’irradiazione (dose/tempo);
- L’estensione spaziale dell’irradiazione (irradiazione d’organo o di apparato, di parte o dell’intero organismo).

Vediamo gli effetti immediati clinicamente rilevabili per singoli organi ed apparati corporei:

Effetti immediati delle radiazioni sul viso.

a) Cute. Se la cute è colpita dalle radiazioni e riceve una dose elevata si arrossa (eritema). Nelle comuni condizioni della pratica radiologica medica si ha un eritema di intensità media a seguito di esposizione a 350 – 400 roentgen di raggi X (qualità 60 – 110 KV, filtrati con 1 – 3 mm di Al) somministrati in una volta sola su un campo di 50 cm2. Attraverso la pratica e l’esperienza della terapia radiologica si possono distinguere vari tipi di dermatite acuta da radiazione ossia:

§ Eritema semplice;
§ Eritema bolloso;
§ Eritema ulceroso;
§ Dermatite cronica (radiodermite cronica).

b) Capelli, barba, peli. Con dosi relativamente basse si ha la caduta temporanea di queste formazione cutanee. I peli cutanei cadono dopo 15 – 20 giorni dall’irradiazione .
La caduta della barba è causata da una dose molto elevata di radiazioni
c) Tessuti emopoietici. I tessuti emopoietici sono costituiti dai tessuti linfatici (che producono linfociti) e dal midollo osseo rosso (che produce leucociti, eritrociti e piastrine). Linfociti, granulociti e monociti costituiscono i leucociti o globuli bianchi; gli eritrociti sono detti anche globuli rossi. Globuli rossi, globuli bianchi e piastrine sono gli “elementi figurati” del sangue, sospesi nel “plasma”; essi si rinnovano di continuo, perché di continuo una loro frazione viene distrutta e rimpiazzata da nuovi arrivi dei tessuti emopoietici. Il tempo di rinnovo è diverso per gli elementi figurati. Sia i tessuti linfatici che il midollo osseo rosso sono presenti in varie parti del corpo. Se il corpo intero viene irradiato con radiazioni penetranti compare la riduzione dei globuli bianchi (leucopenia) e dei globuli rossi (anemia) circolanti nel sangue. I tessuti linfatici sono tra i più sensibili alle radiazioni, anche dopo modeste dosi al corpo intero, (dell’ordine di qualche decimo di rad) il numero di linfociti si riduce temporaneamente.
Il midollo osseo rosso è anch’esso molto sensibile alle radiazioni ma un po’ meno dei tessuti linfatici; il numero dei granulociti diminuisce dopo irradiazioni del corpo intero (dell’ordine di diversi decimi di rad) ma in un tempo successivo a quello della riduzione dei linfociti, il numero delle piastrine e degli eritrociti pure diminuisce ma ancor più tardi e per dosi maggiori.
d) Sistema gastro-intestinale. Le mucose buccali e faringee sono molto sensibili alle alte dosi di radiazioni e presentano fenomeno di arrossamento, gonfiore, ulcerazione che possono essere considerati come le manifestazioni cutanee sopra descritte. Delle mucose gastro-intestinali le più sensibili sono quelle dell’intestino tenue. Per dosi elevate e concentrate nel tempo (dell’ordine di molti Gy, dove Gy sta per Gray; un Gy è uguale alla quantità di radiazione che libera energia di un joule per chilogrammo di materia) su campi addominali, gli epiteli intestinali perdono le loro proprietà regolatrici dell’assorbimento e dell’equilibrio idrico-salino dell’organismo, e l’individuo esposto è colpito da shock. Inoltre, come conseguenza della possibile caduta degli epiteli intestinali viene meno la barriera contro i batteri, questi penetrano nel sangue circolante e provocano setticemia.

Effetti immediati delle radiazioni. La foto si riferisce ad alcune vittime delle radiazioni dovute alla bomba atomica di Nagasaki, sganciata il 9 agosto 1945.

e) Testicoli e ovaie. I tessuti germinali sono altamente sensibili. Già con poche radiazioni ricevute in una sola volta si può osservare una riduzione del numero di spermatozoi nelle settimane seguenti alla irradiazione. Una dose più elevata può produrre sterilità temporanea nell’uomo e nella donna per uno o due anni, fino ad arrivare alla sterilità definitiva.
f) Occhio. La congiuntiva si infiamma e dosi elevate possono provocare opacità della lente cristallina (cataratta) che scompare solo dopo alcuni anni dalla irradiazione.
g) Sistema respiratorio. I tessuti bronchiali e polmonari rispondono con fenomeni di tipo infiammatorio-essudativo ed il polmone, a distanza di tempo, può presentare fenomeni di fibrosi (secrezione di un muco particolarmente spesso).
Effetti immediati delle radiazioni. La foto si riferisce ad alcune vittime delle radiazioni dovute alla bomba atomica di Nagasaki, sganciata il 9 agosto 1945. h) Tiroide. La secrezione ormonale della ghiandola tiroidea ha una certa riduzione per esposizione a dosi molto importanti di radiazione, fino ad arrivare a cessare.
i) Tessuto osseo. Il tessuto osseo è poco sensibile alle radiazioni, solo forti esposizioni possono compromettere il suo trofismo e dopo qualche mese o più può seguire la necrosi (fenomeno conosciuto in taluni casi di radiologia).
l) Encefalo. I tessuti encefalici sono molto sensibili, infatti con dosi molto elevate, somministrati in una sola volta, si può avere in poche ore o al più in qualche giorno la morte dell’individuo esposto.
m) I reni. Per dosi che superano la decina di Gy possono comparire lesioni di tipo degenerativo o sclerotico. La nefrosclerosi è causa di accorciamento della vita dell’individuo irradiato.
In caso di irradiazione dell’intero organismo (raggi x e g) un individuo che viene irradiato in breve tempo:

§ con 0.25 Gy, non presenta sintomi;
§ con 0.50 Gy, può comparire nausea, lieve malessere e riduzione dei globuli rossi nella seconda e terza settimana;
§ con 1 Gy la nausea è forte, accompagnata da vomito e astenia. Nella II-IV settimana appare prima leucopenia e poi anemia riducendo le capacità di difesa dell’organismo;
§ con 2 Gy si ha una vera e propria malattia, con esito talvolta mortale: si tratta della sindrome acuta da radiazioni che è tanto più grave quanto più elevata è la dose ricevuta. Dopo uno stato iniziale di lieve shock, con nausea, vomito e inappetenza, segue uno stadio di latenza e poi compare lo stato acuto con astenia grave, febbre, tachicardia, ipotensione arteriosa, diarrea, tendenza al collasso cardiocircolatorio, leucopenia grave, anemia marcata, riduzione delle piastrine e diatesi emorragica. Il sintomo predominate è comunque l’anemia.
§ con 4 Gy la sindrome acuta si presenta più grave e il 50% degli irradiati non adeguatamente curati va a morte in un lasso di tempo tra i 30 e i 60 giorni.
§ con 6 Gy la sindrome si presenta molto aggravata ed il 100% degli irradiati muore nell’arco di 30 giorni successivi alla irradiazione.
§ con dosi superiori a 6 Gy il decorso clinico cambia, lo stadio acuto è dominato dalla caduta dell’epitelio intestinale e comporta grave shock e setticemia, il decorso termina sempre con la morte dell’individuo irradiato. Precisamente:

o L’assorbimento di dosi da 10 a 15 Gy provoca gravi lesioni al midollo osseo, che portano a infezione ed emorragie; la morte, se sopravviene, può essere attesa da quattro a cinque settimane dopo l’esposizione e in genere colpisce circa la metà dei pazienti che sono stati colpiti al midollo osseo.
o L’esposizione di tutto il corpo a dosi da 10 a 40 Gy causa danni vascolari meno gravi, ma provoca la perdita di liquidi ed elettroliti nello spazio intracellulare e nel canale digerente; la morte avviene entro 10 giorni, come conseguenza dello squilibrio liquido ed elettrolitico, della distruzione del midollo osseo e di eventuali infezioni.
o Un’esposizione a dosi maggiori di 40 Gy danneggia gravemente il sistema vascolare dell’uomo, causando edema cerebrale, shock, disturbi neurologici e morte entro 48 ore.
Effetti tardivi
Questi effetti, che si manifestano dopo anni, talora decenni dall’irradiazione, sono a carattere probabilistico (stocastico), non richiedono il superamento di valore-soglia per comparire, hanno frequenza di comparsa piccola e non del tipo “tutto o niente” qualunque sia stata la dose. La denominazione “effetti stocastici” mette in evidenza il fatto che vanno studiati su gruppi di persone esposte, tanto più vasti quanto più piccola è la dose pro-capite e la connessa frequenza di comparsa. Gli effetti probabilistici sono rappresentati da malattie che esistono già spontaneamente tra la popolazione, essi si aggiungono ai casi spontanei e sono: leucemia e tumori maligni dei quali parleremo più avanti.
Questi effetti sono stati osservati sull’uomo dopo esposizione al corpo intero a qualche decimo di Gy o dopo esposizione di parte corporee a qualche Gy, ricevuti in una sola volta o più volte, ma per lo più entro un tempo relativamente breve (qualche settimana). Le leucemie sono un effetto probabilistico tardivo molto studiato e compaiono tra i 3 e i 15 anni dopo l’irradiazione. Altri forme tumorali maligne (carcinoma mammari, cutanei, polmonari e tiroidei, sarcomi ossei) compaiono tra i dieci e i trent’anni dall’irradiazioni e sono anch’essi effetti stocastici delle radiazioni.

Le caratteristiche fondamentali degli effetti tardivi sono:

A. Linearità della relazione dose-effetto alle piccole dosi. La probabilità di eventi dannosi sull’individuo o la frequenza di eventi dannosi sulla popolazione esposta sono direttamente proporzionali alla dose individuale o rispettivamente alla dose media ricevuta pro-capite. Questa ipotesi spinge a ridurre ogni dose anche sotto i valori massimi ammissibili.
B. Mancanza di una dose soglia. Per piccole dosi vi è una probabilità minima di effetti probabilistici sulle persone esposte. Questa ipotesi fa sì che non si possa pensare ad una dose senza rischio. Anche dosi piccolissime presentano un rischio non rigorosamente nullo.
C. Mancanza di azione sinergica tra esposizione di varie parti ed organi corporei. La reazione alla radiazione di una parte del corpo non è influenzata, in modo determinante, da irradiazioni di altre parti del corpo. Pertanto il rischio di effetti tardivi, connesso con l’irradiazione del corpo intero, è la somma dei rischi dovuti all’irradiazione dei suoi organi e tessuti costitutivi.
D. Irrilevanza della distribuzione temporale della dose somministrata. Una dose comporta una determinata probabilità di effetto, sia che venga somministrata in una sola volta, sia che venga suddivisa in più volte. Su questa caratteristica ci sono teorie contrastanti, pertanto sono necessarie altre verifiche epidemiologiche e una nuova sperimentazione.
E. Irrilevanza della distribuzione spaziale a livello macroscopico della dose somministrata.

Per il rischio-probabilità di effetti tardivi è rilevante la dose media all’organo e non la distribuzione della dose ricevuta zona per zona negli organi sensibili. La suddetta ipotesi è praticabile per dosi locali fino ad alcuni Gy. Per esempio, se l’intero midollo osseo è colpito da una dose piccola oppure se 1/5 del midollo è colpito da una dose 5 volte maggiore, la probabilità degli effetti probabilistici (leucemia) non cambia.
Tra gli effetti tardivi, quello che spicca per gravità e frequenza è il tumore. Per capire precisamente quali origini abbia questa malattia, che è la causa più comune di morte in Italia e non solo, dobbiamo partire dal considerare il ciclo cellulare. E’ stato dimostrato, infatti, che la divisione cellulare (la fase M detta anche mitosi) non può avvenire per ogni cellula infinite volte. Dopo 50 fasi M, la cellula va in apoptosi ovvero si contrae il citoplasma, il nucleo e degenerano i cromosomi. Quindi appare evidente che, normalmente, il ciclo venga controllato da alcuni fattori di regolazione del ciclo cellulare che possiamo dividere in interni ed esterni:

- Interni. MPF: L’MPF è uina proteina che regola la spiralizzazione dei cromosomi (iportante fase della mitosi). Essa è soggetta ad opera regolatrice delle informazioni genetiche contenute nel nucleo. Con l’ingegneria genetica si è riusciti a produrre MPF, in quanto si è riusciti ad individuare il gene che si occupa della sua sintesi.
- Esterni. Inibizione da contatto: quando delle cellule che stanno effettuando la mitosi si toccano, l’azione mitotica cessa. Fattori di crescita: sono delle proteine rilasciate da altre cellule (che possono essere vicine o lontane) che formano un tutt’uno con dei recettori situati sulla membrana cellulare delle cellule che si devono dividere: quando questo accade avviene la duplicazione semiconservativa del DNA (fase S). Se i fattori di crescita sono prodotte da cellule lontane a quelle bersaglio, essi viaggiano attraverso il circolo sanguigno.
Focalizziamo la nostra attenzione, ora, sui fattori di crescita. Queste proteine, in quanto tali, sono sintetizzate durante la sintesi proteica grazie alle informazioni provenienti dal DNA e, precisamente, da uno o più geni strutturali. Questi sono costituiti da una porzione di DNA e, quindi, da una serie di nucleotidi. Le radiazioni ionizzanti, possono far incorrere errori nella duplicazione del DNA e, quindi, possono dar luogo a geni mutati. Questi sono del tutto simili, il linea di principio, a quelli mutati artificialmente dai biologi tramite le tecniche di Ingegneria Genetica. Solo che, in questo caso, le mutazioni sono assolutamente casuali: possono colpire qualsiasi gene strutturale e possono avere diverse conseguenze. Potranno essere, infatti: neutre, vantaggiose e svantaggiose; potranno essere: cromosomiche o geniche (di sostituzione di una coppia di basi azotate con un’altra, di inserzione di una o più coppie di basi, di delezione cioè di una cancellazione di una o più basi, di riordinamento dovuto ad una inversione nell’ordine delle basi come un capovolgimento); potranno essere, inoltre: somatiche se interessano le cellule somatiche (e quindi solo l’organismo che ne è portatore), germinali se interessano le cellule sessuali (possono essere ereditate alla prole
I geni strutturali dei fattori di crescita sono detti protoncogeni (negli esseri umani sono circa 100 a persona). Essi, per effetto delle radiazioni, possono incorrere in una o più di una delle mutazioni sopraelencate (sostituzione, inserzione, delezione e/o riordinamento). Il risultato di questa mutazione sarà un gene strutturale simile al protoncogene, ma non uguale. E’ opportuno precisare che non solo le radiazioni ionizzanti possono far mutare un gene. Gli agenti mutageni sono diversi e, fra questi ricordiamo alcune sostanze contenute nei fertilizzanti, nei diserbanti, nei coloranti, e nel fumo di sigaretta. Qualunque sia la causa della mutazione, il gene che deriva dal protoncogene può avere delle particolari caratteristiche e, per queste, essere chiamato oncogene. Queste particolari caratteristiche fanno sì che la proteina che ne deriva, simile al fattore di crescita iniziale, presenti dei difetti dagli effetti disastrosi. Ad esempio, può avvenire che il fattore di crescita mutato, ordini una stimolazione alla divisione incontrollata delle cellule vicine. Queste cellule, che tendono a moltiplicarsi in continuazione sono dette cellule tumorali e si contraddistinguono per particolari caratteristiche:

- hanno una forma globulare (non sono appiattite);
- sono indifferenziate (come le cellule embrionali);
- non muoiono, ovvero per loro non avviene l’apoptosi.
Cellule cancerose. Le cellule cancerose sono degenerazioni di cellule tissutali, profondamente diverse da quelle da cui derivano, che si moltiplicano a formare voluminose masse tumorali. Qui fotografato, un teratoma ovarico.
Un’insieme di cellule tumorali è alla base di un tumore. Il tumore può essere di due tipi, benigno o maligno:

- Benigno: provoca l’accrescimento illimitato di cellule appartenenti ad un solo organo;
- Maligno (detto anche cancro soprattutto se alla pelle): le cellule in riproduzione si disperdono attraverso il torrente circolatorio ed attaccano altri organi formando metastasi (cellule tumorali distaccate).

I tumori benigni e le cisti, racchiusi da un rivestimento di tessuto senza apertura, di solito non provocano conseguenze negative; al massimo, possono notevolmente ingrossarsi e quindi esercitare una pressione sugli organi o sui nervi vicini. I tumori benigni possono, però, degenerare e diventare maligni, per cui spesso vengono asportati a scopo precauzionale.
I tumori maligni non sono né contagiosi né ereditari. Al massimo, ma neppure questo è sicuro, si può ereditare la predisposizione ad ammalarsi di tumore maligno. Un cancro può prodursi in quasi tutte le parti del corpo, compreso il sangue (leucemia). Si parla di carcinoma quando il tumore ha origine nella pelle, nelle membrane mucose e nelle ghiandole, di sarcoma quando ha origine nei tessuti connettivi, come l’osso o il muscolo.
Cancro: sviluppo e diffusione. Il cancro ai polmoni sopravviene quando le cellule del tessuto epiteliale che riveste le vie aeree iniziano a riprodursi in modo incontrollato. In questo modo formano una massa tumorale solida, detta carcinoma, che può invadere i tessuti circostanti. Se le cellule tumorali riescono a penetrare nei vasi sanguigni e linfatici, possono essere trasportate in tutto il resto del corpo, dando origine a nuovi tumori. Queste formazioni (metastasi) costituiscono la caratteristica più pericolosa e meno controllabile del cancro.

Vi sono vari sintomi che possono indicare la presenza di un tumore maligno. I possibili campanelli d’allarme sono sette e, visto che non sarà mai abbastanza l’informazione fatta su questi temi così importanti, si ritiene opportuno riportarli anche in questa sede, consigliando di segnarli immediatamente al proprio medico qualora se ne verifichi l’insorgenza:

1. nodulo o rigonfiamento, nella donna specie al seno;
2. persistente difficoltà di digestione e perdita di appetito;
3. nella donna, insolita perdita di sangue o di secrezioni dalla vagina o dal capezzolo;
4. perdita di peso inesplicabile ed improvvisa;
5. persistente raucedine e difficoltà nella deglutizione;
6. sangue nelle feci o persistente stitichezza o diarrea;
7. ferite che non si rimarginano.

La ricerca contro il cancro ha fatto e sta facendo passi da gigante ma ancora non esistono terapie complete, sempre efficaci e senza controindicazioni.
I mezzi tradizionali per il trattamento del cancro sono l’intervento chirurgico, la radioterapia e la chemioterapia:
Intervento chirurgico. Il principale approccio alla cura del cancro è l’asportazione di tutte le cellule maligne tramite intervento chirurgico. Il miglioramento delle tecniche chirurgiche, l’approfondimento della conoscenza della fisiologia e i progressi nell’anestesia consentono oggi di eseguire interventi chirurgici meno estesi, con possibilità di guarigione più rapida e minore invalidità successiva. Tuttavia, molti tipi di cancro, nel momento in cui viene effettuata la diagnosi, sono in uno stadio troppo avanzato per essere asportati chirurgicamente. Se l’estensione locale interessa tessuti che non possono essere sacrificati, o se sono presenti metastasi distanti, la chirurgia non può curare il cancro. Anche quando è evidente che l’intervento chirurgico non determina la guarigione, esso può comunque alleviare i sintomi e ridurre le dimensioni del tumore nel tentativo di migliorare la risposta del paziente alla successiva radioterapia o chemioterapia.
Radioterapia. La sensibilità dei tumori alla radioterapia, ossia al “bombardamento” del tessuto mediante radiazioni, è molto variabile. Un tumore è definito sensibile quando è più vulnerabile all’effetto delle radiazioni rispetto ai tessuti normali che lo circondano. Quando un tumore è facilmente raggiungibile, come ad esempio, un tumore superficiale o un tumore localizzato in un organo come l’utero, nel quale è possibile introdurre una fonte di radiazioni, può essere curabile con la radioterapia. Poiché tende a risparmiare i tessuti normali, la radioterapia è utile quando un tumore non può essere asportato perché l’intervento chirurgico danneggerebbe tessuti vitali contigui, o perché ha iniziato a penetrare in strutture vicine che non possono essere sacrificate. C’è comunque da precisare che la radioterapia non è certo esente da effetti collaterali, che determinano una vera e propria patologia: la malattia da radiazioni. Tra i sintomi che questa patologia comporta vi sono nausea, diarrea, vomito, perdita momentanea dei capelli e anemia. La soluzione può consistere nella riduzione delle radiazioni somministrate o, nel caso di persistenza dei sintomi, anche la sospensione della cura.
Chemioterapia. Il complesso dei farmaci che vengono somministrati in varie combinazioni e dosaggi prende il nome di chemioterapia antitumorale. Poiché i farmaci si distribuiscono in tutto l’organismo attraverso la circolazione sanguigna, la chemioterapia si impiega nei tumori che si sono diffusi in zone difficilmente accessibili con la chirurgia o la radioterapia. Si tratta di trattamenti molto aggressivi che devono distruggere le cellule tumorali lasciando il più possibile intatte quelle sane. Viene somministrata a cicli, dopo i quali si verificano i risultati ottenuti in termini di arresto della crescita del tumore o di riduzione della massa. I cicli ripetuti possono indebolire sempre di più il tumore prima che sviluppi resistenza. Alcuni tumori, ad esempio il cancro dell’utero, la leucemia acuta (soprattutto nei bambini), il linfoma di Hodgkin e il linfoma gigantocellulare, il carcinoma del testicolo e molti tipi di cancro dei bambini sono così sensibili alla chemioterapia che in un’alta percentuale di casi possono guarire. Spesso, al momento della diagnosi, questi tipi di cancro sono già diffusi nell’organismo e non possono essere trattati con terapie differenti. Altri tipi di cancro, anche se avanzati, rispondono bene alla chemioterapia e possono essere tenuti sotto controllo a lungo. Nonostante però i grandi progressi fatti dalla medicina in questo campo, gli effetti collaterali della chemioterapia restano piuttosto pesanti e il trattamento molto fastidioso. Vi sono tuttavia nuove cure, diverse da quelle tradizionali ma ancora da perfezionare.
Molti tipi di cancro derivanti da tessuti la cui fisiologia dipende dall’azione di ormoni, come prostata, mammelle, endometrio (rivestimento interno dell’utero) e tiroide, rispondono al trattamento ormonale, che consiste nella somministrazione di vari ormoni con azione inibente sulla crescita tumorale. In particolare, sembra che l’assunzione di ormoni femminili possa costituire una terapia per il cancro della prostata, e di ormoni maschili o femminili per quello della mammella.
Attualmente si stanno profilando nuovi e promettenti approcci alla terapia del cancro. La ricerca si sta occupando di antigeni tumorali specifici, contro i quali è possibile attivare degli anticorpi. Questi anticorpi antitumorali potrebbero essere usati per trattare il cancro sia direttamente che in combinazione con un chemioterapico, in quanto l’anticorpo potrebbe identificare la cellula maligna e attaccarvisi, portando così il farmaco direttamente sul bersaglio.
Un altro settore di ricerca in espansione è quello della terapia genica, che impiega vari metodi per introdurre materiale genetico nel tessuto canceroso e per renderlo, così, più facilmente riconoscibile da parte del sistema immunitario.
Sono in corso studi sullo sviluppo di vaccini, basati sull’asportazione di cellule dal paziente e sul loro trattamento in laboratorio, in modo che secernano una proteina in grado di stimolare il sistema immunitario.
Una teoria che, si spera, possa rivoluzionare presto il panorama delle terapie antitumorali è quella dell’Anti-Angiogenesi di Folkman.
L’angiogenesi è il processo biologico che porta alla formazione di nuovi vasi grazie alla proliferazione delle cellule endoteliali. Essa risulta di fondamentale importanza durante lo sviluppo embrionale e la crescita di un individuo. Nell’adulto, in condizioni normali il sistema microvascolare è quiescente e può tuttavia essere rapidamente attivato per brevi periodi in risposta a determinate esigenze dell’organismo. L’angiogenesi più intensa e significativa è quella che riguarda la neovascolarizzazione tumorale, dal momento che essa è di fondamentale importanza per la sopravvivenza stessa della massa tumorale e per la sua attività metastatica. Nel 1984 Folkman (lo scienziato al quale si devono gli studi più significativi nel campo dell’angiogenesi) scriveva: “Una volta che il tumore si è sviluppato, ogni aumento della popolazione cellulare tumorale può essere preceduta da un incremento nel numero di nuovi capillari che si dirigono verso il tumore”. Quest’espressione riassume perfettamente la diretta dipendenza della crescita tumorale e dall’angiogenesi. L’angiogenesi è inoltre necessaria sia all’inizio che alla fine dello sviluppo di una metastasi. Infatti, nel tumore primario durante il processo di formazione della nuova rete vascolare, le pareti delle neovenule risultano altamente permeabili, il che facilita il passaggio in circolo di cellule metastatiche. Una efficace attività angiogenica è, poi indispensabile a livello del focolaio metastatico la cui crescita si arresterebbe ad un volume massimo di 2 mm, dal momento che la massima distanza tra una cellula tumorale ed il letto capillare neoformato può essere di 150/200 µm, distanza che permette ancora la diffusione dell’ossigeno. Sebbene un’aumentata produzione di fattori angiogenici sia necessaria, essa non è tuttavia sufficiente a far acquisire al tumore un fenotipo angiogenico. Contemporaneamente, infatti, si deve avere una diminuzione dei fattori che modulano negativamente la sintesi di nuovi vasi.
Chemioterapia. Il complesso dei farmaci che vengono somministrati in varie combinazioni e dosaggi prende il nome di chemioterapia antitumorale. Poiché i farmaci si distribuiscono in tutto l’organismo attraverso la circolazione sanguigna, la chemioterapia si impiega nei tumori che si sono diffusi in zone difficilmente accessibili con la chirurgia o la radioterapia. Si tratta di trattamenti molto aggressivi che devono distruggere le cellule tumorali lasciando il più possibile intatte quelle sane. Viene somministrata a cicli, dopo i quali si verificano i risultati ottenuti in termini di arresto della crescita del tumore o di riduzione della massa. I cicli ripetuti possono indebolire sempre di più il tumore prima che sviluppi resistenza. Alcuni tumori, ad esempio il cancro dell’utero, la leucemia acuta (soprattutto nei bambini), il linfoma di Hodgkin e il linfoma gigantocellulare, il carcinoma del testicolo e molti tipi di cancro dei bambini sono così sensibili alla chemioterapia che in un’alta percentuale di casi possono guarire. Spesso, al momento della diagnosi, questi tipi di cancro sono già diffusi nell’organismo e non possono essere trattati con terapie differenti. Altri tipi di cancro, anche se avanzati, rispondono bene alla chemioterapia e possono essere tenuti sotto controllo a lungo. Nonostante però i grandi progressi fatti dalla medicina in questo campo, gli effetti collaterali della chemioterapia restano piuttosto pesanti e il trattamento molto fastidioso. Vi sono tuttavia nuove cure, diverse da quelle tradizionali ma ancora da perfezionare.
Molti tipi di cancro derivanti da tessuti la cui fisiologia dipende dall’azione di ormoni, come prostata, mammelle, endometrio (rivestimento interno dell’utero) e tiroide, rispondono al trattamento ormonale, che consiste nella somministrazione di vari ormoni con azione inibente sulla crescita tumorale. In particolare, sembra che l’assunzione di ormoni femminili possa costituire una terapia per il cancro della prostata, e di ormoni maschili o femminili per quello della mammella.
Attualmente si stanno profilando nuovi e promettenti approcci alla terapia del cancro. La ricerca si sta occupando di antigeni tumorali specifici, contro i quali è possibile attivare degli anticorpi. Questi anticorpi antitumorali potrebbero essere usati per trattare il cancro sia direttamente che in combinazione con un chemioterapico, in quanto l’anticorpo potrebbe identificare la cellula maligna e attaccarvisi, portando così il farmaco direttamente sul bersaglio.
Un altro settore di ricerca in espansione è quello della terapia genica, che impiega vari metodi per introdurre materiale genetico nel tessuto canceroso e per renderlo, così, più facilmente riconoscibile da parte del sistema immunitario.
Sono in corso studi sullo sviluppo di vaccini, basati sull’asportazione di cellule dal paziente e sul loro trattamento in laboratorio, in modo che secernano una proteina in grado di stimolare il sistema immunitario.
Una teoria che, si spera, possa rivoluzionare presto il panorama delle terapie antitumorali è quella dell’Anti-Angiogenesi di Folkman.
L’angiogenesi è il processo biologico che porta alla formazione di nuovi vasi grazie alla proliferazione delle cellule endoteliali. Essa risulta di fondamentale importanza durante lo sviluppo embrionale e la crescita di un individuo. Nell’adulto, in condizioni normali il sistema microvascolare è quiescente e può tuttavia essere rapidamente attivato per brevi periodi in risposta a determinate esigenze dell’organismo. L’angiogenesi più intensa e significativa è quella che riguarda la neovascolarizzazione tumorale, dal momento che essa è di fondamentale importanza per la sopravvivenza stessa della massa tumorale e per la sua attività metastatica. Nel 1984 Folkman (lo scienziato al quale si devono gli studi più significativi nel campo dell’angiogenesi) scriveva: “Una volta che il tumore si è sviluppato, ogni aumento della popolazione cellulare tumorale può essere preceduta da un incremento nel numero di nuovi capillari che si dirigono verso il tumore”. Quest’espressione riassume perfettamente la diretta dipendenza della crescita tumorale e dall’angiogenesi. L’angiogenesi è inoltre necessaria sia all’inizio che alla fine dello sviluppo di una metastasi. Infatti, nel tumore primario durante il processo di formazione della nuova rete vascolare, le pareti delle neovenule risultano altamente permeabili, il che facilita il passaggio in circolo di cellule metastatiche. Una efficace attività angiogenica è, poi indispensabile a livello del focolaio metastatico la cui crescita si arresterebbe ad un volume massimo di 2 mm, dal momento che la massima distanza tra una cellula tumorale ed il letto capillare neoformato può essere di 150/200 µm, distanza che permette ancora la diffusione dell’ossigeno. Sebbene un’aumentata produzione di fattori angiogenici sia necessaria, essa non è tuttavia sufficiente a far acquisire al tumore un fenotipo angiogenico. Contemporaneamente, infatti, si deve avere una diminuzione dei fattori che modulano negativamente la sintesi di nuovi vasi.

Gli effetti genetici

Gli effetti sulla prima generazione possono essere dovuti all’azione delle radiazioni sui tessuti embrionali o sugli organi fetali oppure come conseguenza di danni sulle cellule germinali dei genitori. In sintesi essi possono essere danni somatici sul prodotto del concepimento oppure danni genetici che si manifestano nel prodotto di concepimento.
- Nel primo mese di gravidanza dosi di alcuni decimi di Gy ricevuti sull’embrione possono talvolta provocare l’aborto, questo diviene più probabile per dosi maggiori.
- Sul finire del primo mese e fino alla prima parte del terzo mese,una bassa esposizione dell’embrione non è abortiva, ma assai temibile perché lo colpisce mentre sta formando gli organi e gli apparati corporei. Si possono verificare, con probabilità molto alte, varie malformazioni.
- Dalla seconda parte del terzo mese e fino al termine della gravidanza,ancora basse esposizioni non provocano né aborti né malformazioni ma sono capaci di indurre effetti tardivi a carattere probabilistico nei primi anni di vita del nascituro.
Se è possibile, è bene evitare gli esami radiologici sull’addome nei primi mesi di gravidanza. Per ragioni di cautela, è opportuno evitare tali esami nella seconda quindicina del ciclo mensile delle donne in età fertile, quando cioè l’ovulazione è avvenuta e può essersi instaurata una gravidanza.
I danni di natura genetica compaiono nei discendenti delle persone irradiate sulle gonadi. Il materiale genetico delle cellule riproduttive delle gonadi è formato da cromosomi e di geni. Essi sono presenti in tutte le cellule del corpo, ma solamente quelli delle cellule riproduttive sono trasmesse all’uovo fecondato e quindi passano da una generazione di individui a quella successiva. Quando sono irradiate le cellule riproduttive di un individuo si possono produrre cambiamenti nei geni e nei cromosomi che sono poi trasmessi ai discendenti. Questi cambiamenti sono i seguenti:
a) Mutazioni genetiche, vale a dire alterazione nella funzione dei singoli geni;
b) Aberrazioni cromosomiche che risultano dalla rottura e riorganizzazione dei cromosomi;
c) Variazione del numero dei cromosomi.
Per quel che riguarda le mutazioni genetiche un certo numero di esse compare spontaneamente in ogni generazione, l’azione della radiazione consiste nell’aumento della frequenza di comparsa di mutazioni. Una volta che una mutazione si è realizzata permane nel patrimonio ereditario e passa da generazione in generazione manifestandosi in tutti i discendenti (mutazioni dominanti) o solo in una parte di essi (mutazioni recessive)
Un certo numero di aberrazioni cromosomiche si realizzano spontaneamente provocando malformazioni congenite e varie forme morbose. Un tipo di aberrazione è la traslocazione e scambio di parte tra due cromosomi. Nella traslocazione bilanciata le parti scambiate sono conservate, nella traslocazione non bilanciata una delle parti scambiate è incompleta.
Per dosi non elevate (0,01 Gy) somministrate in un tempo abbastanza lungo (esposizione critiche) a tutti i componenti di una generazione, la frequenza di mutazioni spontanea ha un incremento di circa 1% per 0,01 Gy.

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RICERCA SUL NUCLEARE

Pubblicato da milionidieuro su 1 marzo 2008

L’uranio ha due isotopi, il 235 e il 238, quello usato nei reattori a fissione nucleare è il 235.
L’uranio naturale ha lo 0,73% di uranio 235. Per le centrali nucleari è necessario che l’uranio sia arricchito fino al 3%, cioè il 97% di uranio 238 e il rimanente di uranio 235.

L’Uranio non è quel materiale che si trova ovunque in abbondanza ma è una risorsa limitato come lo è il petrolio.
È un metallo piuttosto raro: a oggi, 2005, si conosce con precisione la localizzazione di 3 milioni e mezzo di tonnellate di uranio fissile, il 235, e si stima che ce ne siano altre 3 milioni tuttora ignote.

Sono tante? Sarebbero all’incirca il volume del cemento utilizzato per 280 Dighe di Hoover. Insomma, non tantissimo per essere il totale delle riserve utili planetarie.

A queste quantità possiamo aggiungerne ragionevolmente 5 milioni di tonnellate tra inestraibili, difficilmente sfruttabili o over-peak (oltre il picco di Hubbert). La quantità utile è quindi di 6.5 milioni di tonnellate.

Proviamo a suddividere le riserve note che sono 3.5 milioni di tonnellate:

Nazione Tonnnellate di U235 Percentuale mondiale
Australia 1’074’000 30%
Kazakhstan 622’000 17%
Canada 439’000 12%
South Africa 298’000 8%
Namibia 213’000 6%
Brazil 143’000 4%
Russian Fed. 158’000 4%
USA 102’000 3%
Uzbekistan 93’000 3%

Consumi

La sola Russia oggi richiede circa 4’600 tonnellate di uranio all’anno. Già oggi la richiesta nazionale è superiore alla produzione. Il mondo intero nell’anno 2000 produceva e consumava 68’000 tonnellate di uranio: servivano a coprire tra il 2.5 e il 6% del fabbisogno energetico mondiale (stima prudenziale e stima ottimistica) per un totale di 363 GigaWatt. Ma tra il 1999 e il 2000 la richiesta è aumentata di 6’000 tonnellate in più del normale andamento. Oggi, 2005, servono 84’000 tonnellate di uranio all’anno.

Per eseguire una stima suppongo che anche le 84 mila tonnellate di uranio consumate nel 2005 coprano tra il 2.5 e il 6% del fabbisogno energetico mondiale (stima prudenziale e stima ottimistica) come avveniva nell’anno 2000. In tal modo decuplicando il numero di centrali nucleari (420 nell’anno 2005) e cioè passando a 4 mila centrali atomiche verrebbe coperto tra il 25% e il 60% del fabbisogno energetico mondiale.

La decuplicazione del numero di centrali nucleari a uranio 235 avrebbe però l’effetto di fare durare le riserve note di 3.5 milioni di tonnellate, solo per 4 anni. In pratica l’Uranio 235 presente in natura è troppo poco per sostituire o integrare in modo significativo il petrolio.

Prezzo

Nel 1990 una tonnellata di uranio veniva venduta per 22’000 dollari. Nel gennaio 1996 costava 26’800 dollari. A dicembre 1996 valeva 35’600 dollari. Prezzi attualizzati 2005.

Oggi, 2005, il prezzo è tra i 60 e gli 80’000 dollari/tonnellata, il più alto da 15 anni.

Fonte L’indignato. Autore del post originale Jolly Roger. Licenza Creative Commons.

Interessante è lo studio dell’Energy watch group che fa una disamina dettagliata delle riserve minerarie di uranio e che propone la prospettiva che il picco dell’uranio sia già avvenuto o sia prossimo.

Reattori autofertilizzanti

Oltre ai reattori all’uranio 235 esistono i reattori all’uranio 238 o al torio i così detti reattori autofertilizzanti o reattori veloci che però sono reattori usati quasi esclusivamente a livello militare. Tali centrali nucleari usano plutonio per generare calore e usano uranio 238 come schermatura la quale si trasforma lentamente in plutonio quando colpita dai neutroni del reattore.

In pratica nei reattori autofertilizzanti viene generato più plutonio di quanto se ne consumi a partire dall’uranio più diffuso in natura, il 238.

In assenza di dati precisi si possono fare previsioni a spanne.

Usate le informazioni di Jolly Roger qui sopra si ha con approssimazione che circa il 40% (25%-60%) del consumo energetico mondiale è coperto con 840 mila ton di U235. Visto che l’uranio naturale ha lo 0,73% di uranio 235 e supposto che i reattori veloci e quelli lenti abbiano la stessa efficienza, si ha che:

1) le riserve note più quelle da scoprire sono pari a 6.5 milioni di ton / 0.0073 = 890 milioni di ton di uranio naturale
2) l’intero fabbisogno energetico mondiale che sostituisce tutto il petrolio è pari a 840 mila ton / 0.40 = 2.1 milioni ton

Quindi in assenza di petrolio l’uranio naturale permette di essere autosufficienti per 890 milioni di ton / 2.1 milioni di ton = 424 anni.
Quindi in assenza di petrolio l’uranio naturale permette di essere autosufficienti per 400 anni tramite i reattori a plutonio. Ma si tratta di un tentativo di capire l’ordine di grandezza.

Un famoso reattore autofertilizzante è il francese Superfenix che ora ha chiuso i battenti. Non ho trovato molte notizie in rete su questo reattore avente avuto anche uso militare.

Il plutonio ha quasi immediati usi bellici, si tenga conto che 16 kg (anche 10 Kg) di tale metallo in forma sferica innesca una reazione nucleare a catena generando una quantità esplosiva di energia.

Secondo molte fonti avere un rettore a plutonio significa probabilmente avere la bomba atomica, quindi andare in questa direzione significa rendere potenze nucleari ogni nazione che adotti questi reattori.

Alcuni commenti trovati in Rete dicono che questa tecnologia non è matura e che occorre ancora tempo perché diventi una opportunità pratica.

Reattori a fusione

È un sistema per produrre energia che non aumenta l’effetto serra e che genera un quantitativo di scorie nucleari limitato e di breve durata (inferiore al secolo). Attualmente esiste solo un prototipo sperimentale chiamato progetto ITER che non genera alcuna energia ma che darà vita a un secondo prototipo chiamato DEMO. Per avere una centrale nucleare a fusione funzionante se ne riparla tra qualche decina d’anni.

Nel sito ufficiale di ITER si dice «Detailed plans exist for the construction, operation and decommissioning of ITER, and indicate that, if the ITER Organisation is established in 2006, the first plasma should be possible in ITER by the end of 2016». In pratica il primo plasma si avrà non prima del 2017 e non sarà un plasma che genera energia elettrica ma servirà solo per studiare la fusione nucleare.

Incidenti

Oltre a dati di natura tecnica ovvero la scarsità di uranio 235 e il suo costo e oltre a questioni di armamenti nucleari vi è la questione rischio che si traduce nel numero di morti attuali e futuri causati dall’incidente di Chernobyl.

Chernobyl

Ricorre in questi giorni il ventennale dell’incidente e tra il 1986 e il 2006 si sapeva ufficialmente che il numero di morti era stato di circa 4 mila, nel 2006 si scopre che la stima della mortalità da incidente è di mezzo milione in 20 anni.

Entrambe le fonti sono autorevoli, i 4 mila morti sono dichiarati dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea). Il mezzo milione di morti da un gruppo di ricercatori che hanno lavorato su incarico di gruppi del parlamento europeo, di Greenpeace e fondazioni mediche in Gran Bretagna, Germania, Ucraina e Scandinavia.

Il rapporto è stato visto e descritto dal quotidiano inglese The Guardian e fonti di lingua italiana hanno ripreso la notizia come La Stampa e Swiss info. In breve il rapporto è presente sul sito di Greenpeace oppure in lingua inglese è presente il rapporto lungo.

In questo anniversario segnalo altre fonti che si occupano di affermare la pericolosità del nucleare tramite numeri: Liberazione, Ticino on line.

Vari autori tra cui il sottoscritto tengono aggiornala la catastrofe di Chernobyl su wikipedia, segnalo un parte significativa e nascosta di quel testo che vede pure il mio contributo e che ho pubblicato come voce a se stante dal titolo Chernobyl che descrive i danni a lungo termine dell’incidente.

In particolare sembra certa la cifra di 270 mila casi dei soli tumori fra Ukraina, Bielorussia e Russia collegabili a Chernobyl. 93 mila riguardano persone destinate al decesso. Ma i tumori sono solo una delle tante malattie provocate dalla radioattività e dai radioisotopi. Ci sono inoltre gli aborti e ci sono le malformazioni. Poi ci sono i morti al di fuori delle tre nazioni più colpite.

Il problema della radioattività è che spesso si usano stime per contare i decessi in quanto la scienza non è in grado di comprendere se un tumore o una malattia è stata causata dalla radioattività o meno. Per esempio il giornale Ticino on line dice: «Secondo stime basate sui valori empirici rilevati a Hiroshima e Nagasaki, in Svizzera bisogna contare su un aumento di circa duecento decessi per cancro dovuti al’incidente di Chernobyl»

I morti causati dalla bomba atomica americana su Hiroshima sono pari a 200 mila ed è chiaro che siamo su queste cifre.

Oltre ai decessi le maestre e i professori ci ripetono che i bambini e i ragazzi di Chernobyl si stancano molto facilmente e sono di salute cagionevole. A lezione perdono facilmente la concentrazione stancandosi in fretta. È una constatazione di molti docenti che anche il livello intellettivo sia più basso in questi sfortunati ragazzi. Credo che anche questo vada messo nel computo del danno delle radiazioni. Anche se non sono aspetti misurabili si tratta pur sempre di sofferenza umana. È una o più generazioni segnata dall’incidente, i loro figli non si sa come saranno.

Il banner a fianco è una locandina tratta dallo speciale di Greenpeace su una mostra fotografica dedicata anche alla catastrofe. «Il fotografo Robert Knoth, insieme alla giornalista Antoinette de Jong e in collaborazione con Greenpeace, ha realizzato quattro reportage fotografici in altrettante aree colpite da incidenti e contaminazioni nucleari dell’ex Unione Sovietica. A vent’anni dal disastro di Cernobyl, la mostra evidenzia come questa tragedia non abbia rappresentato un fatto isolato e si inserisce nel dibattito attuale sulla necessità di garantire l’approvvigionamento energetico per il futuro».

Leucemia sui bambini

Secondo diversi studi chi abita nelle vicinanze di centrali atomiche ha più probabilità di vedere i propri figli ammalarsi di leucemia. L’ultimo studio che conferma altri studi riguarda la Germania, l’università di Magonza per conto dell’Ufficio federale per la protezione dalle radiazioni ha rilevato che in un raggio di 5 Km dalla centrale si sono ammalati di leucemia 37 bambini con età inferiore ai 5 anni contro una previsione di 17.

La notizia è stata riportata dalla “Sueddeutsche Zeitung” e in Italiano dall’agenzia AGI (qui).

I ricercatori affermano:

«Il nostro studio ha confermato che esiste un legame tra la vicinanza di un’abitazione ad una centrale nucleare e l’insorgenza del cancro, in particolare della leucemia, in bambini di età inferiore a cinque anni»

Quel che si evince dalle fonti di informazione è che altri studi rilevano questa dipendenza e che l’università di Mongoza abbia confermati gli studi precedenti.

Secondo uno degli autori dello studio, il rischio accresciuto per un bambino di venire colpito dal cancro è reale anche in un raggio di 50 km dal reattore nucleare.

Facendo una ricerca degli articoli epidemiologici che analizzano il numero di decessi per leucemia rispetto alla media, si trovano diversi risultati oltre la media.

Per esempio nell’impianto nucleare di Krümmel si è trovato un tasso molto più elevato della media di bambini sotto i 5 anni morti per leucemia. Uno studio conferma perdite radioattive dalla centrale: «Exceptional elevation of children’s leukemia appearing 5 years after the 1983 startup of the Krümmel nuclear power plant, accompanied by a significant increase of adult leukemia cases, led to investigations of radiation exposures of the population living near the plant.»

Un cluster di leucemie infantili si trova pure a Sellafield dove si trova un impianto nucleare. Per avere una casistica completa si cerchi con Google/Scholar.

Molti impianti nucleari sono stati esaminati e nella maggior parte dei casi non si sono trovati risultati anormali.

Sandro kensan

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I rifiuti radioattivi

Pubblicato da milionidieuro su 1 marzo 2008

A) Definizione di “Rifiuti Radioattivi”

Definizioni in ambito internazionale

“… qualsiasi materiale che contiene o è contaminato da radionuclidi a concentrazioni o livelli di radioattività superiori alle “quantità esenti” stabilite dalle Autorità Competenti, e per i quali non é previsto alcun uso …”

(Dal Glossario IAEA)

“… materiale radioattivo in forma solida, liquida o gassosa per il quale non è previsto alcun ulteriore uso e che è tenuto sotto controllo come rifiuto radioattivo dall’Organismo Nazionale a ciò preposto secondo le norme e le leggi nazionali”

(Art. 2 punto “h” della Joint Convention on the Safety of Spent Fuel Management and on the Safety of Radioactive Waste Management”)

Definizione secondo la legge italiana

“… qualsiasi materia radioattiva, ancorché contenuta in apparecchiature o dispositivi in genere, di cui non é previsto il riciclo o la riutilizzazione …”

(Decreto Legislativo 17 marzo 95 N° 230 modificato dall’ Art. 4, comma 3/i del Decreto Legislativo 241/00)

B) Modalità di classificazione

Per classificare i rifiuti radioattivi possono essere presi in considerazione vari parametri, quali:

- il contenuto in radionuclidi

- l’origine

- lo stato fisico

- il tipo di radiazione emessa

- il tempo di dimezzamento dei radionuclidi presenti

- la radiotossicità dei radionuclidi presenti

- l’ attività specifica

- l’ intensità di dose

- la modalità di gestione

- la destinazione finale (tipo di smaltimento definitivo)

C) Classificazione in base allo stato fisico

Relativamente allo stato fisico i rifiuti sono classificati in:

- Rifiuti gassosi

- Rifiuti liquidi

- Rifiuti solidi

Rifiuti gassosi

Sono prodotti essenzialmente nel ciclo del combustibile nucleare (reattore, riprocessamento).

Sono costituiti essenzialmente da gas nobili, ad esempio:
Kr-85 (cripto 85), tempo di dimezzamento 10,7 anni
Xe-133, (xeno 133), tempo di dimezzamento 5,2 giorni
Alcuni radioisotopi solidi particolarmente volatili possono accompagnare i rifiuti gassosi. Ad esempio:
I-131 (iodio 131), tempo di dimezzamento 8 giorni
I-129 (iodio 129), tempo di dimezzamento 15 milioni di anni
Cs-137 (cesio 137), tempo di dimezzamento 30 anni.
Anche il tritio(H-3) e il carbonio-14 possono dar luogo a prodotti radioattivi gassosi (idrogeno, vapor d’acqua, anidride carbonica).

Per tutti questi deve essere previsto un efficace sistema di intrappolamento, con conseguente produzione di rifiuti solidi o liquidi, a seconda delle tecniche impiegate.

Rifiuti liquidi

Sono prodotti in tutte le attività che implicano la produzione e l’impiego di radionuclidi.
Sono costituiti essenzialmente da soluzioni acquose, più o meno concentrate in sali.

Per quanto riguarda la quantità e qualità dei radionuclidi in essi contenuti, possono appartenere a tutte le categorie di classificazione.

I volumi più importanti (anche se relativamente a bassa radioattività) sono prodotti nelle operazioni di lavaggio e decontaminazione.

Sono generalmente raccolti e contenuti in serbatoi di caratteristiche adeguate, in attesa di essere sottoposti ai processi di trattamento e condizionamento.

Sono anche prodotte relativamente piccole quantità di rifiuti liquidi non acquosi, come ad esempio i solventi organici usati nel riprocessamento, oli lubrificanti contaminati, miscele di composti organici usati per scopi analitici (scintillazione liquida).

Rifiuti solidi

Sono prodotti in tutte le attività che implicano la produzione e l’impiego di radionuclidi.

Per quanto riguarda la quantità e qualità dei radionuclidi in essi contenuti, possono appartenere a tutte le categorie di classificazione.

I rifiuti solidi possono essere distinti :

Per contenuto in acqua – Solidi umidi
- Solidi asciutti

Per proprietà fisiche – Solidi combustibili
- Solidi non combustibili
- Solidi comprimibili
- Solidi non comprimibili

Per fonte di produzione – Rifiuti tecnologici
- Rifiuti di processo
- Rifiuti da smantellamento di impianti

D) Classificazione italiana -Guida Tecnica n.26 – ANPA

Categoria
Definizione
Esempi
Smaltimento definitivo

Prima Categoria
Rifiuti la cui radioattività decade in tempi dell’ordine di mesi o al massimo di qualche anno
Rifiuti da impieghi medici o di ricerca, con tempi di dimezzamento pari o inferiori a 75 giorni
Come i rifiuti convenzionali

Seconda Categoria
Rifiuti che decadono in tempi dell’ordine delle centinaia di anni a livelli di radioattività di alcune centinaia di Bq/g, e che contengono radionuclidi a lunghissima vita media a livelli di attività inferiori a 3700 Bq/g nel prodotto condizionato
Rifiuti da reattori di ricerca e di potenza, rifiuti da centri di ricerca, rifiuti da disattivazione di impianti
In superficie o a bassa profondità con strutture ingegneristiche

Terza Categoria
Rifiuti che decadono in tempi dell’ordine delle migliaia di anni a livelli di radioattività di alcune centinaia di Bq/g, e che contengono radionuclidi a lunghissima vita media a livelli di attività superiori a 3700 Bq/g nel prodotto condizionato
Rifiuti vetrificati e cementati prodotti dal riprocessamento;
combustibile irraggiato se non riprocessato;
rifiuti contenenti plutonio.
In formazioni geologiche a grande profondità

Guida Tecnica n. 26 – La gestione dei rifiuti radioattivi

E) Origine dei Rifiuti Radioattivi

Tutte le attività in cui sono utilizzati o manipolati materiali radioattivi generano rifiuti radioattivi.
Si illustrano di seguito le principali fonti di produzione dei rifiuti radioattivi, distinte per le diverse concentrazioni di radioattività.

- Rifiuti a bassa attività
- Rifiuti a media attività
- Rifiuti ad alta attività

Rifiuti a bassa attività

Le principali fonti di produzione sono:
· Installazioni nucleari
· Ospedali
· Industria
· Laboratori di ricerca

Essi includono generalmente:
· Carta, stracci, indumenti, guanti, sovrascarpe, filtri
· Liquidi (soluzioni acquose o organiche)

Un tipico reattore nucleare di potenza ne produce circa 200 m3 all’anno.
Un significativo contributo proviene dalla disattivazione delle installazioni nucleari non più in funzione.

Rifiuti a media attività

Le principali fonti di produzione sono:
· Centrali nucleari
· Impianti di fabbricazione del combustibile a ossidi misti (MOX)
· Impianti di riprocessamento
· Centri di ricerca

Includono generalmente:
· Scarti di lavorazione, rottami metallici
· Liquidi, fanghi, resine esaurite

Un tipico reattore nucleare di potenza ne produce circa 100 m3 all’anno.
Un significativo contributo proviene dalla disattivazione delle installazioni nucleari non più in funzione

Rifiuti ad alta attività

Sono le “ceneri” prodotte dal “bruciamento” dell’uranio nei reattori. I principali componenti sono i prodotti di fissione e gli attinidi transuranici.

Essi sono costituiti:
· dal combustibile nucleare irraggiato “tal quale”
· dalle scorie primarie del riprocessamento

Un tipico reattore nucleare di potenza produce circa 30 tonnellate all’anno di combustibile irraggiato.
Nel caso del riprocessamento, questo quantitativo corrisponde a circa 4 m3 di prodotti della vetrificazione dei rifiuti ad alta attività.

fonte: A.N.P.A

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Il costo per la conservazione e lo smaltimento definitivo del materiale radioattivo (la "messa in sicurezza")

Pubblicato da milionidieuro su 1 marzo 2008

Il costo per la conservazione delle scorie nucleari è enorme: secondo stime fatte nella seconda metà degli anni Novanta, solo per incapsulare e disporre in condizioni di sicurezza le scorie ad alto livello di radioattività, si dovranno spendere negli Stati uniti oltre 110 miliardi di dollari (al valore del 1996); in Canada, 9,7 miliardi; in Francia e Germania, rispettivamente oltre 7 e 5 miliardi.
La soluzione del problema non è facile, data l’opposizione delle popolazioni allo stoccaggio delle scorie radioattive sul proprio territorio. C’è chi propone un unico sito in cui stoccare tutte le scorie e chi, invece, propone di ripartirle in più siti. C’è anche chi propone di inviare le scorie più pericolose in qualche paese disponibile a tenerle, naturalmente dietro forte compenso. Tale ipotesi viene però respinta da altri, in base alla considerazione che ciò significherebbe esporre a rischio le popolazioni di questi paesi.
C’è inoltre da tener conto del fatto che lo “smaltimento” delle scorie radioattive è divenuto un lucroso affare per società senza scrupoli, che si occupano di esportare le scorie nei paesi più poveri senza le necessarie misure di sicurezza o di collocarle in contenitori che vengono gettati sul fondo del mare, con gravi conseguenze ambientali e sanitarie.
Il problema, ancora irrisolto ed economicamente molto oneroso, è dove conservare in condizioni di sicurezza la crescente quantità di scorie radioattive prodotte dagli impianti nucleari, che restano altamente pericolose per secoli e millenni.

Negli Stati uniti, è stato deciso nel febbraio 2002 di concentrare le scorie radioattive in un unico deposito sotterraneo, che sarà costruito sotto il Monte Yucca (Nevada meridionale, 160 km a nord-ovest di Las Vegas). Nei suoi tunnel saranno conservate, in oltre 11000 contenitori, 70000 tonnellate di scorie radioattive (63000 provenienti da centrali elettronucleari e 7000 da impianti nucleari militari).
Il costo e la complessità dell’operazione sono enormi. Solo per gli studi preliminari del terreno e il progetto sono stati spesi circa 7 miliardi di dollari; per la costruzione del deposito, si prevede una spesa di almeno 58 miliardi di dollari.
Si tratta poi di trasferirvi il materiale radioattivo, attualmente conservato in 131 depositi sotterranei distribuiti in 39 stati: per il trasporto occorreranno 4600 treni e autocarri che dovranno attraversare 44 stati.

I critici del progetto, soprattutto rappresentanti dello stato del Nevada e ambientalisti, sostengono che, quando il deposito sarà ultimato (con tutta probabilità dopo il 2010), si sarà accumulata, al ritmo di circa 2300 tonnellate all’anno, una quantità tale di scorie radioattive da richiedere la costruzione di un altro deposito. Sostengono inoltre che, in base a studi scientifici effettuati da commissioni non-governative, sarà impossibile impedire a lungo termine infiltrazioni di acque sotterranee nel deposito. [1]

La spesa per costruire [eventualmente] il bunker nucleare di Scanzano Jonico peserà sulla bolletta degli italiani per i prossimi 18 anni: si tratta di circa 100-110 euro per ogni utente, da pagare fino al 2021 attraverso un mini-prelievo sulle tariffe che servirà per finanziare la costruzione del deposito delle scorie ma anche i costi per il decommissioning e della messa in sicurezza delle quattro centrali chiuse nel 1987. In tutto sono pochi centesimi di euro (lo scorso anno [cioè nel 2002] erano 0,06 centesimi per kilowattora, ma la voce viene aggiornata periodicamente) al capitolo “Oneri generali di sistema”.
Tradotto in cifre, significa circa 5-6 euro per ogni utente, che diventano oltre 100 euro al termine del periodo previsto dalla legge.

In realtà, questa sorta di “nuclear tax”, gli italiani la stanno già pagando da due anni e precisamente dal maggio del 2001, quando un decreto del governo Amato ha previsto questo prelievo, quantificando in oltre 3,3 miliardi di euro al 2021 i costi per mettere in sicurezza gli 80 mila metri cubi di scorie frutto dell’attività nucleare: smantellamento delle centrali, combustibile irraggiato, rifiuti da industrie e ospedali. Fra il 2001 e il 2021, dunque alla voce “uscita dal nucleare” andranno oltre 3,3 miliardi di euro. La stima potrebbe però lievitare, per effetto di lavori aggiuntivi in corso d’opera, costringendo l’Autorità dell’Energia -che decide le tariffe elettriche- ad aumentare il prelievo per la messa in sicurezza del nucleare. Secondo le prime stime, il deposito da realizzare nella miniera di sale di Scanzano, dovrebbe costare sui 500 milioni di euro. Ma alcuni esperti paventano un costo fino a 1-2 miliardi per eseguire i lavori, il trasporto di materiali pericolosi ma anche i test e gli studi per valutare l’idoneità del sito.

La “nuclear tax” versata attraverso le bollette, viene dalla Cassa Depositi e Prestiti “girata” alla Sogin, – la società ex Enel, oggi detenuta al 100% dal ministero dell’Economia – che deve gestire le operazioni di uscita dal nucleare. Sogin investe questi proventi in buoni del Tesoro, pronta a utilizzarli quanto serve. Secondo fonti del settore, oggi sarebbero già disponibili circa 700 milioni di euro. Fondi che servono anche per il trasporto delle scorie più pericolose in Gran Bretagna, a Sellafield, dove si trova uno dei pochissimi impianti al mondo in grado di eseguire le delicatissime operazioni di trattamento del combustibile irraggiato. In aprile ha preso il via una maxi-operazione di trasferimento che durerà più di un anno e costa, per il solo trasporto Oltremanica, 15 milioni di euro cui si aggiunge quello del riprocessamento del materiale radioattivo.

In realtà, il “conto” per l’addio al nucleare sulle tasche degli italiani è già pesato per una cifra colossale, più del doppio dei 3,3 miliardi previsti nel 2001 che verranno pagati fino al 2021. Dal 1989, infatti, sempre sulle bollette elettriche, sono stati prelevati oltre 7,6 milioni di euro (in cifre rivalutate al 2003 si tratta di circa 9 miliardi e 523 milioni di euro) come rimborso all’ Enel ma anche ad altre società fra cui l’Ansaldo, per il danno subito con la decisione di abbandonare il nucleare dopo il referendum del 1987. Si tratta dei cosiddetti “oneri nucleari” per compensare gli investimenti fatti, le infrastrutture, le commesse, il costo del combustibile, le turbine, inutilizzati dopo la “defenestrazione” dell’atomo. Come dire che la breve stagione del nucleare made in Italy e’ costata al paese -oltre a roventi e infinite polemiche- la cifra colossale di 11 miliardi di euro, poco meno della Finanziaria 2004.

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LO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI

Pubblicato da milionidieuro su 1 marzo 2008

Lo smaltimento dei rifiuti radioattivi (o rifiuti nucleari) è un’ attività che richiede ingenti finanziamenti economici e un alta abilità tecnica degli addetti ai lavori. I problemi più gravi dello smaltimento dei rifiuti radioattivi (o rifiuti nucleari) sono legati ai prodotti con vita media più lunga e più facilmente metabolizzabili, come137Cs (33 anni) e90Sr (25 anni). I metodi di trattamento sono essenzialmente di separazione e isolamento degli elementi più attivi, inglobando in masse vetrose o bituminose i prodotti concentrati e solidificati, raccogliendoli in contenitori di acciaio e calcestruzzo che vengono infine interrati in aree geologicamente stabili, specialmente in cupole saline ricoperte da un adeguato spessore di rocce impermeabili. La problematica della gestione e dello smaltimento dei rifiuti radioattivi ha richiamato negli ultimi anni una grande e crescente attenzione da parte delle Amministrazioni preposte alla protezione dalle radiazioni ionizzanti ed alla tutela dell’ambiente, portando a un aggiornamento degli aspetti normativi ed a talune importanti iniziative sul piano tecnico operativo.

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