
”Alla prossima riunione della Commissione Baleniera Internazionale (IWC), che si terrà dal 22 al 26 giugno a Madeira, in Portogallo, le megattere si ritroveranno sotto tiro. La In arrivo una strategia per salvare la foca monaca nel Mediterraneo. La ‘riscossa’ di questa specie simbolo parte dalla Grecia. Il piano e’ stato elaborato dalla Mom, l’associazione per lo studio e la protezione della foca monaca e verrà presentato alle autorità greche. Il piano prevede uno scopo, 4 obiettivi e una serie di azioni per 5 anni. E’ realizzato per la Grecia, che e’ il grande serbatoio Mediterraneo per questa specie, ma e’ una strategia esportabile a tutto il bacino.
Archivio per la categoria ‘natura’
FOCA MONACA: via piano tutela per foca monaca
Pubblicato da milionidieuro su 16 giugno 2009
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Indios contro le esplorazioni petrolifere sulle loro terre amazzoniche.
Pubblicato da milionidieuro su 6 giugno 2009

Lima. Sale il bilancio degli scontri in corso nella zona peruviana della foresta amazzonica tra gli indios e le autorità di polizia. Al momento il totale è di 45 morti, 20 agenti e 25 manifestanti. Gli indios avevano preso in ostaggio almeno 50 persone, fra cui 38 poliziotti; un blitz tentato per liberarli ha portato alla morte di 9 ostaggi e alla liberazione di altri 22, mentre si ignora la sorte degli altri sette. Il bilancio effettivo degli scontri non può comunque essere verificato considerato che in zona, nella provincia di Utcubamba, non vi sono giornalisti indipendenti presenti. Nella zona è stato proclamato il coprifuoco. Gli indios protestano contro le esplorazioni petrolifere sulle loro terre amazzoniche.
Gli scontri sono avvenuti nella zona nota come Curva del Diablo nella provincia di Utcubamba. Il presidente del gruppo di protesta, Alberto Pizango, ha accusato il governo di «genocidio» per aver attaccato dei manifestanti pacifici. Secondo l’attivista, la polizia avrebbe aperto il fuoco e lanciato lacrimogeni contro una protesta non violenta. Il presdiente peruviano Garcia, che ha molto incoraggiato gli investimenti stranieri nel settore petrolifero in questa zona della giungla amazzonica, dal canto suo ha risposto a Pizango accusandolo di essere sceso sul piano «dell’azione criminale, assaltando posti di polizia, rubando armi e uccidendo agenti che stavano solo facendo il loro lavoro». Dall’aprile scorso, gli indios stanno effettuando una serie di blocchi a intermittenza contro strade, oleodotti, condotte idriche chiedendo al governo di rispettare i diritti delle popolazioni autoctone.
GIà AD APRILE 2009 La Rettet den Regenwald, una Ong tedesca, ha lanciato una campagna per proteggere i diritti e la vita di alcune delle tribù di indios “non contattate” che vivono nelle remote foreste nord-occidentali del Perù messe in pericolo dalla società petrolifera anglo-francese, Perenco, che ha avuto dal governo di Lima concessioni che le permetterebbero di invadere i territori ancestrali di questi indios che non hanno praticamente mai avuto contatti con l´uomo bianco e che non sanno di vivere sul più grande giacimento di petrolio scoperto in Perù negli ultimi trenta anni. «Le uncontacted tribù sono i più vulnerabili tra gli esseri umani sul pianeta – dice Rettet – I trattati internazionali garantiscono i loro diritti… ma gli interessi economici del governo peruviano e l´industria petrolifera sono molto più forti». La campagna di Rettet invita tutti a premere sul presidente della Perenco, Francois Perrodo, sul presidente del Perù, Alan Garcia, sul ministro dell´energia e delle miniere e sul presidente della Perupetro, Daniel Saba perché «I diritti delle tribù “non contattate” devono essere rispettati e qualsiasi attività petrolifera, di concessione o agricola sul loro territorio, deve essere proibita». Della vicenda si sta interessando anche “Survival” ed il suo direttore Stephen Corry, dice che «Questa è un´ulteriore prova del fatto che le “non contattate” tribù del Perù stanno diventando un problema sempre più globale. Il governo e le imprese come Perenco devono capire le norme e le regole: è assolutamente inaccettabile che i territori di questi indios possa essere invaso e distrutto, i loro diritti violati, e la loro vita messa in grave pericolo». Il progetto “blocco 67″ si basa sulla costruzione di un oleodotto ed impianti da un miliardo e mezzo di dollari per trasportare il petrolio estratto da 14 pozzi dell´Amazzonia peruviana alla costa, gli unici dubbi vengono dalla Perupetro, la compagnia petrolifera di Stato, che sta valutando se investire subito nel progetto mentre il prezzo del petrolio è così basso e l´Opec chiede di tagliare la produzione. La giungla interessata dai progetti della Perenco è un´area nella quale vivono almeno due delle ultime tribù “non contattate” del pianeta e le richieste dell´impresa anglo-francese sono fortemente osteggiati dalla Asociación interétnica de desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep) che chiedono alla Commissione Inter-Americana per diritti umani di mettere il veto sul progetto . Ma il clima non sembra dei migliori: il presidente “socialdemocratico”, Alan Garcia, ha detto che le tribù “non contattate” sono un´invenzione degli ambientalisti contrari alle prospezioni petrolifere e che vogliono impedire al Perù di trasformarsi da importatore di petrolio in esportatore. Le riserve petrolifere scoperte sarebbero di 300 milioni di barili che potrebbero essere raggiunti dalle trivelle della Perenco già nel 2011 e sfruttati ad un ritmo di 100.000 barili al giorno, con un´invasione del territorio indio da parte di 1.500 operai che si porterebbero dietro un discreto indotto e molte malattie come il raffreddore e l´influenza che sterminerebbero i popoli indios. La vicenda si svolge nella zona frontaliera tra Perù ed Equador dove l´isolamento ha permesso a piccoli gruppi di indios di non entrare i contatto con la “civiltà”, decidendo di vivere in modo tradizionale, anche grazie a trattati che garantiscono i loro diritti sui territori. Lo studio di impatto ambientale presentato da Perenco però nega completamente l´esistenza di queste tribù che sfuggono ad ogni contatto dopo aver visto gran parte di loro morire per le malattie portate dai “bianchi” o per i massacri perpetrati dai “coloni”. E´ così che alla fine degli anni ´80 è scomparsa la metà dei Nahuas dell´Amazzonia peruviana. La Perenco richiama una legge peruviana che autorizza lo sfruttamento economico «delle terre appartenenti allo Stato ed alle comunità contadine ed indigene». L´atteggiamento del Perù è ben diverso da quello del vicino Equador che nel 1999 ha dichiarato l´area di frontiera “zona intangibile” per proteggere gli indigeni e vieta qualsiasi attività estrattiva nella selva dove vivono le tribù “non contattate”. Nella nuova Costituzione “ambientalista” dell´Equador i diritti inalienabili degli indios sono uno degli elementi centrali. L´Equador ha anche avviato un´iniziativa unica al mondo che vieta lo sfruttamento petrolifero nella foresta tropicale, nel parco nazionale Yasuní e nell´area Ishpingo-Tambococha- Tiputini, in cambio di una compensazione finanziaria internazionale.
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Zoes.it social network delle realtà equosostenibili
Pubblicato da milionidieuro su 26 maggio 2009

Produttori responsabili e consumatori consapevoli, imprese e pubbliche amministrazioni che si distinguono per aver promosso politiche virtuose e sostenibili hanno oggi a disposizione un luogo in cui incontrarsi. Un luogo virtuale in cui scambiarsi idee, competenze e buone pratiche, e passare all’azione promuovendo incontri, scambiando il proprio saper fare, cambiando i propri stili di vita. Questo luogo e’ ”Zoes.it”, primo social network delle realta’ equo sostenibili. A TerraFutura, la mostra-convegno internazionale delle buone pratiche di vita, di governo e di impresa che si svolge a Firenze presso la Fortezza da Basso dal 29 al 31 maggio, Zoes fara’ il suo debutto nazionale dopo aver concluso la fase di test, durante la quale si sono gia’ iscritti oltre 2.500 utenti e sono stati creati 50 gruppi tematici. Zoes sara’ protagonista di TerraFutura con uno spazio espositivo centrale e visbile a tutti i visitatori, dove si potra’ navigare nella zona equosostenibile e registrarsi sotto la guida dello staff che ha sviluppato il progetto, ma anche degli stessi abitanti che hanno iniziato ad utilizzare Zoes nella fase di test, avviata a marzo 2009. Attraverso la community infatti e’ stato lanciato il coinvolgimento degli abitanti di Zoes nella gestione dello stand che sara’ il primo spazio espositivo ”gestito dagli utenti”, nello spirito di questo social network dove l’informazione e’ interamente ”user generated”. I promotori di Zoes stanno organizzando una serie di eventi speciali dedicati a tutti gli utenti del social network a partire dalle 18.00 di sabato.
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draghi di Komodo: Varani di Komodo sempre più aggressivi: la selvaggina scarseggia e si avvicinano ai villaggi attratti dagli odori
Pubblicato da milionidieuro su 25 maggio 2009
I draghi di Komodo seminano il terrore nei villaggi dell’Indonesia. E stanno diventando un problema serio. In realtà la “strage” compiuta da questi animali simil-preistorici, 2.500 esemplari “relegati” nell’isola indonesiana di Komodo e in qualche arcipelago circostante, è relativa: hanno ucciso quattro persone in 35 anni (l’ultimo episodio due mesi fa) e ferito una decina di persone negli ultimi dieci anni.
SEMPRE PIÙ AGGRESSIVI – Ma qualcosa è cambiato negli ultimi anni. Secondo gli abitanti dei villaggi, abituati a convivere con questi “mostri” lunghi 3 metri e pesanti 70 tonnellate, la loro aggressività è aumentata e quella che era una più o meno tranquilla convivenza sta diventando una sfida quotidiana contro un nemico molto ben armato. Il varano è in grado di inoculare nella vittima un veleno mortale, ma in realtà secondo gli esperti ciò che uccide è il morso, dato che questo rettile è dotato di denti simili a quelli degli squali. L’aumentata aggressività dei varani dipenderebbe dal fatto che il nutrimento scarseggia a causa della caccia (umana). Sono animali carnivori e quindi – spiegano gli esperti – attratti dagli odori che arrivano dai villaggi, per esempio quello del pesce messo ad essiccare.
VIETATO NUTRIRLI – Inoltre esiste una legge, dal 1994, che impedisce di dar loro da mangiare. «Prima gli davano ossa e pelle di cervo» spiega un pescatore. Gli abitanti dei villaggi hanno chiesto più volte la possibilità di tornare a nutrire i varani, in modo controllato, ma hanno ottenuto un rifiuto dalle autorità. «Se permettiamo alla gente di dar loro il cibo, diventeranno pigri e perderanno la capacità di cacciare – spiega l’esperto Jeri Imansyah – e questo potrebbe portarli all’estinzione». Dunque il problema non è di facile soluzione. Gli abitanti dei villaggi hanno chiesto la sistemazione di barriere per difendersi dai varani, ma anche questa proposta è stata respinta al mittente. Allora qualcuno si è arrangiato costruendo palizzate di legno, che però non sono sufficienti a scoraggiare un drago affamato.
MERAVIGLIA DELLA NATURA? – E c’è un’altra questione: quella del turismo, che non va scoraggiato. Il governo indonesiano sta conducendo una battaglia per inserire il parco nazionale di Komodo nella lista delle «Sette meraviglie della natura». E bisogna assicurare la sopravvivenza dei varani, che ovviamente rappresentano una grande attrazione. Senza mettere però a repentaglio la vita degli umani.
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Adapide: Uomo e scimmia, ecco l'antenato comune
Pubblicato da milionidieuro su 19 maggio 2009
Presentato all’American Museum of Natural History: ha 50 milioni di anni e somiglia al lemure del Madagascar
Il fossile, soprannominato ”Ida”.
L’animale, una femmina, e’ vissuto nell’Eocene, un’epoca del periodo Paleogene che va dai 55 ai 34 milioni di anni fa circa e gli scienziati lo hanno battezzato ”Darwinius masillae”, in omaggio a Charles Darwin. Fra le caratteristiche che lo rendevano simile ai primati piu’ evoluti, il pollice opponibile, la mano prensile e le unghie al posto degli artigli.
Atmosfera da grandi eventi all’American Museum of Natural History di New York. Philip Gingerich, presidente della Paleontological Society presenta il fossile di un animale che potrebbe essere il progenitore comune delle scimmie e dell’uomo. Accanto a Gingerich, il sindaco Michael Bloomberg e tutti componenti del team di scienziati che hanno lavorato per la scoperta. Tanta solennità è stata organizzata per mostrare un reperto giudicato molto importante nella ricerca delle nostre origini.
Il «completo e spettacolare fossile del possibile antenato», come l’ha definito Gingerich, mostra una giovane femmina di Adapide vissuta 47 milioni di anni fa ed è stato scoperto un paio d’anni fa a Messel Shale Pit, una cava abbandonata vicino a Francoforte. Il luogo tedesco è noto per i suoi ritrovamenti di fossili ben conservati appartenenti all’Eocene (circa 50 milioni di anni fa). Ma questo ha destato subito sorpresa e interesse tanto da essere conservato e studiato segretamente per un così lungo periodo senza far trapelare notizia.
Gli antropologi si chiedono da tempo da quale dei due gruppi di proscimmie esistenti circa 50 milioni di anni fa, i tarsidi che vivevano in Asia e gli adapidi presenti nell’America settentrionale e in Europa allora unite, l’evoluzione abbia poi portato verso l’uomo. Ora le caratteristiche del reperto tedesco farebbero pensare che proprio gli Adapidi, ritenuti anche i precursori degli attuali lemuri del Madagascar, siano gli «antenati giusti » o almeno più probabili. Negli ultimi due anni il prezioso fossile è stato analizzato da numerosi scienziati, incluso Jorn Hurun del National History Museum norvegese, facendo ricorso alla tomografia computerizzata la quale ha consentito di sezionare lo scheletro pietrificato cogliendone i dettagli più minuti.
Uno degli aspetti a favore delle conclusioni pubblicate su Public Library of Science, una rivista online, è la mancanza dei denti a pettine. «L’epoca di appartenenza, la regione del ritrovamento e la presenza di qualche carattere evolutivo diverso dalle proscimmie mi sembrano gli elementi di maggiore interesse », commenta Fiorenzo Facchini, antropologo dell’Università di Bologna. «E’ infatti possibile — aggiunge — che questi particolari elementi si ritrovino specializzati, molto tempo dopo, in linee evolutive diverse. Bisogna comunque tener conto che passeranno milioni di anni per vedere tra le scimmie i progenitori degli ominidi come il Proconsul o il Kenyapiteco. Infatti la separazione fra le antropomorfe e quella degli ominidi è avvenuta soltanto 6 milioni di anni fa».
LEGGI ANCHE:
Adapide: SCOPERTO L’ANELLO DI CONGIUNZIONE SCIMMIA-UOMO
Pubblicato in: Adapide, ambiente, Darwinius masillae, evoluzione, Ida, natura, news, notizie, PALEONTOLOGIA, primati, scimmia, uomo | Lascia un commento »
Adapide: Uomo e scimmia, ecco l’antenato comune
Pubblicato da milionidieuro su 19 maggio 2009
Presentato all’American Museum of Natural History: ha 50 milioni di anni e somiglia al lemure del Madagascar
Il fossile, soprannominato ”Ida”.
L’animale, una femmina, e’ vissuto nell’Eocene, un’epoca del periodo Paleogene che va dai 55 ai 34 milioni di anni fa circa e gli scienziati lo hanno battezzato ”Darwinius masillae”, in omaggio a Charles Darwin. Fra le caratteristiche che lo rendevano simile ai primati piu’ evoluti, il pollice opponibile, la mano prensile e le unghie al posto degli artigli.
Atmosfera da grandi eventi all’American Museum of Natural History di New York. Philip Gingerich, presidente della Paleontological Society presenta il fossile di un animale che potrebbe essere il progenitore comune delle scimmie e dell’uomo. Accanto a Gingerich, il sindaco Michael Bloomberg e tutti componenti del team di scienziati che hanno lavorato per la scoperta. Tanta solennità è stata organizzata per mostrare un reperto giudicato molto importante nella ricerca delle nostre origini.
Il «completo e spettacolare fossile del possibile antenato», come l’ha definito Gingerich, mostra una giovane femmina di Adapide vissuta 47 milioni di anni fa ed è stato scoperto un paio d’anni fa a Messel Shale Pit, una cava abbandonata vicino a Francoforte. Il luogo tedesco è noto per i suoi ritrovamenti di fossili ben conservati appartenenti all’Eocene (circa 50 milioni di anni fa). Ma questo ha destato subito sorpresa e interesse tanto da essere conservato e studiato segretamente per un così lungo periodo senza far trapelare notizia.
Gli antropologi si chiedono da tempo da quale dei due gruppi di proscimmie esistenti circa 50 milioni di anni fa, i tarsidi che vivevano in Asia e gli adapidi presenti nell’America settentrionale e in Europa allora unite, l’evoluzione abbia poi portato verso l’uomo. Ora le caratteristiche del reperto tedesco farebbero pensare che proprio gli Adapidi, ritenuti anche i precursori degli attuali lemuri del Madagascar, siano gli «antenati giusti » o almeno più probabili. Negli ultimi due anni il prezioso fossile è stato analizzato da numerosi scienziati, incluso Jorn Hurun del National History Museum norvegese, facendo ricorso alla tomografia computerizzata la quale ha consentito di sezionare lo scheletro pietrificato cogliendone i dettagli più minuti.
Uno degli aspetti a favore delle conclusioni pubblicate su Public Library of Science, una rivista online, è la mancanza dei denti a pettine. «L’epoca di appartenenza, la regione del ritrovamento e la presenza di qualche carattere evolutivo diverso dalle proscimmie mi sembrano gli elementi di maggiore interesse », commenta Fiorenzo Facchini, antropologo dell’Università di Bologna. «E’ infatti possibile — aggiunge — che questi particolari elementi si ritrovino specializzati, molto tempo dopo, in linee evolutive diverse. Bisogna comunque tener conto che passeranno milioni di anni per vedere tra le scimmie i progenitori degli ominidi come il Proconsul o il Kenyapiteco. Infatti la separazione fra le antropomorfe e quella degli ominidi è avvenuta soltanto 6 milioni di anni fa».
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Balene blu tornano verso l'Alaska
Pubblicato da milionidieuro su 17 maggio 2009

Per la prima volta da decenni le balene blu hanno ripreso le antiche rotte della migrazione estiva dalla California verso l’Alaska. I giganteschi cetacei erano stati decimati dalle baleniere del Pacifico fino al 1965, anno in cui la loro caccia e’ stata messa al bando. Da allora le balene blu hanno ricominciato a popolare l’oceano. Una quindicina di esemplari sono stati osservati in viaggio dalle coste della California verso il nord-ovest del Pacifico e su fino al Golfo d’Alaska.
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Balene blu tornano verso l’Alaska
Pubblicato da milionidieuro su 17 maggio 2009

Per la prima volta da decenni le balene blu hanno ripreso le antiche rotte della migrazione estiva dalla California verso l’Alaska. I giganteschi cetacei erano stati decimati dalle baleniere del Pacifico fino al 1965, anno in cui la loro caccia e’ stata messa al bando. Da allora le balene blu hanno ricominciato a popolare l’oceano. Una quindicina di esemplari sono stati osservati in viaggio dalle coste della California verso il nord-ovest del Pacifico e su fino al Golfo d’Alaska.
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Adapide: SCOPERTO L'ANELLO DI CONGIUNZIONE SCIMMIA-UOMO
Pubblicato da milionidieuro su 11 maggio 2009

La Bbc rivelera’ in un documentaio la scoperta di uno scheletro che rappresenterebbe l’ ”anello mancante” dell’evoluzione umana. Presto a New York sara’ presentato il primo scheletro intero di un Adapide, il Darwinius masillae: le ossa fossilizzate, che hanno dai 37 ai 47 milioni di anni, sono state trovate nella cava Messel in Germania. L’animale, una femmina, somiglia a un lemure, ma farebbe parte di un gruppo di primati evolutisi poi in scimmie ed esseri umani.
Si chiama ‘Adapide’, viveva sulla terra tra 37 e 47 milioni di anni fa e assomigliava a un lemure. Questo l’identikit dell’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia su cui la Bbc ha preparato un documentario dopo scoperta in Germania vicino Francoforte di uno scheletro fossilizzato che rappresenterebbe l’ ‘anello mancante’ dell’evoluzione umana. Secondo il Mail on Sunday il documentario della durata di 90 minuti sara’ presentato da curato Sir David Attenborough, autore delle piu’ belle trasmissioni naturalistiche della Bbc. Il programma non e’ ancora stato inserito nei palinsesti del servizio pubblico britannico ma il il giornale e’ venuto a sapere che lo studio su cui si basa sara’ reso pubblico il 19 maggio a New York. In quell’occasione verra’ presentato il primo scheletro intero mai trovato dell’Adapide, battezzato ‘Darwinius masillae’ le cui le ossa fossilizzate sono stati trovati nella cava di Messel in Germania. L’esemplare e’ una femmina e Sir David spieghera’ perche’ i ricercatori sono convinti che l’Adapide non e’ semplicemente un antenato dei lemuri ma fa parte di un gruppo collegato di primati che si sarebbero evoluti in scimmie ed esseri umani. Lo studio sara’ pubblicato dalla rivista angloamericana Public Library of Science. Philip Gingerich, presidente della Us Paleontological Society, co-autore dello studio, ha dichiarato al Mail: ”Ho esaminato questo scheletro, e’ incredibilmente completo e datato con precisione. Lo abbiamo tenuto nascosto perche’ non si puo’ parlare di qualcosa finche’ non la capisci a fondo. Ora abbiamo capito, fara’ progredire la nostra conoscenza dell’evoluzione”.
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Adapide: SCOPERTO L’ANELLO DI CONGIUNZIONE SCIMMIA-UOMO
Pubblicato da milionidieuro su 11 maggio 2009

La Bbc rivelera’ in un documentaio la scoperta di uno scheletro che rappresenterebbe l’ ”anello mancante” dell’evoluzione umana. Presto a New York sara’ presentato il primo scheletro intero di un Adapide, il Darwinius masillae: le ossa fossilizzate, che hanno dai 37 ai 47 milioni di anni, sono state trovate nella cava Messel in Germania. L’animale, una femmina, somiglia a un lemure, ma farebbe parte di un gruppo di primati evolutisi poi in scimmie ed esseri umani.
Si chiama ‘Adapide’, viveva sulla terra tra 37 e 47 milioni di anni fa e assomigliava a un lemure. Questo l’identikit dell’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia su cui la Bbc ha preparato un documentario dopo scoperta in Germania vicino Francoforte di uno scheletro fossilizzato che rappresenterebbe l’ ‘anello mancante’ dell’evoluzione umana. Secondo il Mail on Sunday il documentario della durata di 90 minuti sara’ presentato da curato Sir David Attenborough, autore delle piu’ belle trasmissioni naturalistiche della Bbc. Il programma non e’ ancora stato inserito nei palinsesti del servizio pubblico britannico ma il il giornale e’ venuto a sapere che lo studio su cui si basa sara’ reso pubblico il 19 maggio a New York. In quell’occasione verra’ presentato il primo scheletro intero mai trovato dell’Adapide, battezzato ‘Darwinius masillae’ le cui le ossa fossilizzate sono stati trovati nella cava di Messel in Germania. L’esemplare e’ una femmina e Sir David spieghera’ perche’ i ricercatori sono convinti che l’Adapide non e’ semplicemente un antenato dei lemuri ma fa parte di un gruppo collegato di primati che si sarebbero evoluti in scimmie ed esseri umani. Lo studio sara’ pubblicato dalla rivista angloamericana Public Library of Science. Philip Gingerich, presidente della Us Paleontological Society, co-autore dello studio, ha dichiarato al Mail: ”Ho esaminato questo scheletro, e’ incredibilmente completo e datato con precisione. Lo abbiamo tenuto nascosto perche’ non si puo’ parlare di qualcosa finche’ non la capisci a fondo. Ora abbiamo capito, fara’ progredire la nostra conoscenza dell’evoluzione”.
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Animali: corvidi sono intelligenti
Pubblicato da milionidieuro su 5 maggio 2009

I corvidi continuano a crescere nella considerazione degli scienziati quanto a capacita’ intellettive, ritenute vicine e quelle dei primati. A tessere le lodi di questo gruppo di volatili – che comprende corvi, cornacchie, taccole e gazze – e’ Christopher Bird, zoologo a Cambridge. Parte della loro intelligenza e’ legata alla vita sociale, ma i corvidi sono tra i pochi animali, ad esempio, hanno una parziale coscienza di se’, riconoscendosi nell’immagine riflessa da uno specchio.
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DustCart ROBOT: In Italia il primo robot-spazzino
Pubblicato da milionidieuro su 29 aprile 2009
Nel metro e mezzo di altezza e 77 centimetri di larghezza si nasconde un mix di tecnologie: un sistema di navigazione satellitare, un altro basato su ultrasuoni e ancora sistemi laser e una miriade di sensori e meccanismi elettronici e meccanici. Il tutto costruito e assemblato con uno scopo: raccogliere la spazzatura. Il primo robot spazzino sarà sperimentato in Italia da sabato 9 maggio a Pontedera, in provincia di Pisa.
L’automa si chiama DustCart ed è stato realizzato dall’Atr (Advanced Telecommunications Research Institute International), uno dei più prestigiosi laboratori di ricerca giapponesi e dalla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Il robot spazzino per ora ha un’autonomia di 24 chilometri e una velocità di 16 ed è utile per la raccolta di spazzatura «porta a porta» soprattutto nei piccoli centri storici e nei centri commerciali. Il funzionamento è semplicissimo. L’utente forma un numero al cellulare, inserisce via e numero civico, e il robottino raggiunge l’appuntamento. A questo punto si inserisce il sacco della spazzatura nel ventre dell’automa che può ospitare sino a 30 chili di materiale. Una delle peculiarità della macchina è la possibilità di fare raccolta differenziata: sfiorando lo schermo sensibile al tocco, infatti, si può selezionare la tipologia di rifiuti (vetro, plastica, carta e altro) e dare la possibilità al robot di raggiungere appositi contenitori.
La sperimentazione di DustCart si svolgerà nelle zone pedonali dei Comuni di Pontedera, Peccioli e Massa (Massa Carrara) e all’estero a Örebro (Svezia) e a Bilbao (Spagna). I primi risultati di laboratori hanno dato un esito positivo. Tecnicamente il robot funziona bene e individua con accuratezza ostacoli e indirizzi. Questo avviene grazie a un innovativo sistema di ultrasuoni e di segnalatori che debbono essere istallati nelle zone operative. Anche il Gps e gli altri sensori compiono il loro dovere egregiamente.
Non mancano però i problemi. Perché passare da un ambiente tutto sommato «protetto» (laboratori, zone di sperimentazione) a quello di una città può trasformarsi per l’automa in una giungla. Per una corretta raccolta di rifiuti è dunque indispensabile avere una rete di robot che, se pur efficienti, hanno bisogno di manutenzione e soprattutto di controllo. E questo vale soprattutto nei Paesi occidentali dove gli episodi di vandalismo sono purtroppo all’ordine del giorno. Anche i costi di produzione avranno un peso. L’impressione è che i netturbini in carne e ossa potranno dormire sonni tranquilli almeno per qualche altro anno. Wall-e, l’automa spazzino della Disney e della Pixar premiato con l’Oscar, resterà ancora un’icona dell’immaginario cinematografico.
vai a leggere anche :
MILANO – WALL•E : è il primo robot-spazzino e inizierà a “lavorare” ad aprile.2009
Pubblicato in: ambiente, co2, DustCart, natura, rifiuti, robot, WALL•E | Lascia un commento »
CALABRIA: NEL MARE UNA FORESTA DI CORALLO NERO, PRIMATO MONDIALE
Pubblicato da milionidieuro su 19 marzo 2009
Il mare di Calabria e’ la piu’ grande foresta di corallo nero del mondo.
Un robot che riesce a immergersi nel mare fino a 400 metri di profondita’ e scopre numerose specie di rari coralli e gorgonie mai viste prima. Ma la scoperta straordinaria e’ stata la piu’ grande foresta di corallo nero con circa trentamila colonie, presenti sui fondali rocciosi vicino a Scilla, tra i 50 e i 110 metri di profondita’, mai vista prima in nessuna parte del mondo. Tutto si aspettavano di osservare, filmare e fotografare i ricercatori marini dell’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (ex-Icram) calandosi nelle profondita’ marine della Calabria, tranne specie mai viste finora. Nei nostri mari, infatti, i ricercatori Ispra hanno scoperto numerose specie di coralli, gorgonie, alcionari, pennatulacei e pesci rarissimi, molti dei quali non erano mai stati osservati nel loro ambiente naturale.
Il robot sottomarino, utilizzato per le analisi, comandato dalla superficie – per gli addetti ai lavori Rov – e’ uno strumento molto sofisticato di proprieta’ dell’Ispra, equipaggiato per raccogliere campioni, immagini e filmati ad alta definizione fino alla profondita’ di 400 metri ed e’ in grado di comunicare in ogni istante la sua posizione.
Tutte queste attivita’, realizzate grazie al progetto sul monitoraggio della biodiversita’ marina della Calabria, iniziato nel 2005 e finanziato dall’assessorato regionale all’Ambiente, hanno avuto risultati sorprendenti e fanno parte della fitta attivita’ di monitoraggio e ricerca sulla biodiversita’ marina condotte dal terzo dipartimento ”Protezione degli habitat e della biodiversita”’ dell’Ispra. Da questo programma di ricerca, che continuera’ ancora per tutto il 2010, i ricercatori si aspettano di trovare numerose altre specie rarissime e non si esclude che si possano descrivere nuove specie di invertebrati marini.
Pubblicato in: attivita' umane in mare, Calabria, corallo, corallo nero, natura | Lascia un commento »
CALABRIA: NEL MARE UNA FORESTA DI CORALLO NERO, PRIMATO MONDIALE
Pubblicato da milionidieuro su 19 marzo 2009
Il mare di Calabria e’ la piu’ grande foresta di corallo nero del mondo.
Un robot che riesce a immergersi nel mare fino a 400 metri di profondita’ e scopre numerose specie di rari coralli e gorgonie mai viste prima. Ma la scoperta straordinaria e’ stata la piu’ grande foresta di corallo nero con circa trentamila colonie, presenti sui fondali rocciosi vicino a Scilla, tra i 50 e i 110 metri di profondita’, mai vista prima in nessuna parte del mondo. Tutto si aspettavano di osservare, filmare e fotografare i ricercatori marini dell’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (ex-Icram) calandosi nelle profondita’ marine della Calabria, tranne specie mai viste finora. Nei nostri mari, infatti, i ricercatori Ispra hanno scoperto numerose specie di coralli, gorgonie, alcionari, pennatulacei e pesci rarissimi, molti dei quali non erano mai stati osservati nel loro ambiente naturale.
Il robot sottomarino, utilizzato per le analisi, comandato dalla superficie – per gli addetti ai lavori Rov – e’ uno strumento molto sofisticato di proprieta’ dell’Ispra, equipaggiato per raccogliere campioni, immagini e filmati ad alta definizione fino alla profondita’ di 400 metri ed e’ in grado di comunicare in ogni istante la sua posizione.
Tutte queste attivita’, realizzate grazie al progetto sul monitoraggio della biodiversita’ marina della Calabria, iniziato nel 2005 e finanziato dall’assessorato regionale all’Ambiente, hanno avuto risultati sorprendenti e fanno parte della fitta attivita’ di monitoraggio e ricerca sulla biodiversita’ marina condotte dal terzo dipartimento ”Protezione degli habitat e della biodiversita”’ dell’Ispra. Da questo programma di ricerca, che continuera’ ancora per tutto il 2010, i ricercatori si aspettano di trovare numerose altre specie rarissime e non si esclude che si possano descrivere nuove specie di invertebrati marini.
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WALL•E : è il primo robot-spazzino e inizierà a “lavorare” ad aprile.2009
Pubblicato da milionidieuro su 11 marzo 2009
È un robot, assomiglia terribilmente a WALL•E, il robot-cartone animato dell’omonimo film, ma, a differenza del solitario robottino della Disney, è reale, raccoglie rifiuti veri e interagisce con l’uomo. Basterà chiamarlo, a qualsiasi ora, perché venga a ritirare i sacchetti della spazzatura. Il robot fa parte del progetto europeo DustBot – coordinato dal prof. Paolo Dario della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – che ruota attorno a 2 tipi di macchine. Il primo tipo, DustClean, pulisce e disinfetta le strade; il secondo, DustCart, è il vero WALL•E in software e hardware: si muove per la città raccogliendo i rifiuti porta a porta, ma anche offrendo una serie di informazioni utili, accessibili tramite uno schermo touch-screen: dati sulla qualità dell’aria (rilevate grazie ad appositi sensori di bordo per CO2, ossidi di azoto, polveri sottili e altri elementi inquinanti), suggerimenti per il riciclo, ma anche informazioni turistiche relative ai servizi offerti dalla città.
Prima del film
Proprio come WALL•E («Ma non ci siamo ispirati al film» precisa Barbara Mazzolai, responsabile del progetto: «noi abbiamo iniziato nel 2006»), il DustCart ha una “pancia” capace di accogliere rifiuti di vario genere, ma anche un aspetto rassicurante e pulito: il design è stato studiato per risultare gradevole alle persone, perciò non ricorda affatto cassonetti e bidoni.
Del tutto autonomo, è progettato per operare in città evitando ostacoli e cadute, grazie ai giroscopi del Segway, il dispositivo di trasporto che imita l’equilibrio umano.
La navigazione è gestita da due sistemi che operano contemporaneamente: il primo basato sul GPS, del tutto simile a quello dei navigatori satellitari, e un sistema secondario di “boe” (da installare appositamente per il robot nelle zone operative) che funziona tramite ultrasuoni.
Le boe garantiscono una maggiore risoluzione (segnalano al computer di bordo la posizione del robot con uno scarto di centimetri anziché di metri come nel caso del GPS) e una totale affidabilità anche in caso di cielo coperto o indisponibilità dei satelliti.
Una serie di sensori laser posti sul frontale informano costantemente il DustCart sulla presenza di eventuali ostacoli imprevisti, mentre i LED che formano gli occhi sono anche indicatori del corretto funzionamento della macchina.
Nei prossimi mesi (aprile 2009) inizierà la sperimentazione sul campo: non solo in Italia (nei comuni di Pontedera, Peccioli e Massa, per ora solo all’interno di zone pedonali), ma anche in Svezia (Örebro) e Spagna (Bilbao).
E gli spazzini (quelli veri), che fine faranno? Secondo Barbara Mazzolai, il robot non ruba il mestiere agli esseri umani, ma lo migliora: «c’è una riqualificazione del lavoro: l’operatore non andrà più a contatto con i rifiuti ma potrà occuparsi della gestione del sistema, o della manutenzione delle macchine. Senza contare le opportunità create dall’eventuale produzione del sistema su scala industriale».
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gli allevamenti inquinano di più delle auto di tutto il mondo
Pubblicato da milionidieuro su 16 febbraio 2009

Strano ma vero: inquina di più allevare mucche che guidare automobili. Lo dice un rapporto della Fao (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) e lo sostiene con la certezza dei numeri: il settore dell’allevamento di bestiame (bovini, maiali, pecore, piccoli ruminanti e volatili) produce più gas serra rispetto al sistema mondiale dei trasporti (il 18% contro il 14%), inserendosi tra i principali responsabili del riscaldamento globale del pianeta.
Più che un allarme, è un ultimatum: secondo Henning Steinfeld, funzionario della Fao, «l’allevamento costituisce un grande problema ambientale a cui va posto urgente rimedio». E non solo per salvare l’atmosfera, ha aggiunto, ma anche terre e acque, sottoposte a un lento ma inesorabile degrado. E’ una rincorsa senza prospettive certe: in realtà, le previsioni tendono al peggio. Il settore dell’allevamento, che provvede alla sussistenza di un miliardo e 300 milioni di persone e rappresenta il 40% dell’intera produzione agricola, è in crescita vorticosa: entro il 2050 gli attuali 229 milioni di tonnellate di carne prodotti annualmente diventeranno 465 e i 580 milioni di tonnellate di latte raddoppieranno a 1043 milioni, per effetto della crescita globale del benessere e dell’aumento vorticoso dei consumi in paesi a grande popolazione come Cina, India e Brasile.
Ciò comporterà un altissimo costo ambientale in termini di emissioni di Co2 (sul totale delle emissioni legate all’attività umana, il 9% viene dagli allevamenti), di metano proveniente dal sistema digestivo degli animali (il 37% sul totale prodotto dalle attività umane), e di ammoniaca, responsabile poi dell’acidificazione delle piogge. Rimedi? La Fao ne suggerisce qualcuno: maggior controllo dei pascoli, in modo da non degradare le aree verdi per eccesso di sfruttamento; miglioramento della dieta degli animali, con l’obiettivo di ridurre la fermentazione enterica e le conseguenti emissioni di metano; incentivazione degli impianti di biogas per smaltire il letame; miglioramento dei sistemi di irrigazione; vincoli all’allevamento su larga scala vicino alle aree urbane.
Qualcosa, in Europa, si sta muovendo. In Danimarca, per legge, gli allevatori sono obbligati a «iniettare» il letame nel sottosuolo, per prevenire l’emissione di gas; in Olanda sono operativi progetti- pilota per trasformare un impasto di escrementi, carote e scarti dolciari in biogas da bruciare per ottenere calore ed elettricità. E in Italia? «Rispettiamo la direttiva europea sui nitrati e incentiviamo la produzione di elettricità da biogas — spiega Domenico Gaudioso, responsabile del settore clima dell’Ispra—ma il problema è serio e si dovrebbe fare di più, non tanto per gli allevamenti nuovi, che devono rispondere all’obbligo di contenere le emissioni al suolo e nell’atmosfera, quanto per quelli vecchi. Ma con costi che gli agricoltori, senza incentivi, non possono sostenere ». Il futuro è però questo: il riscaldamento globale si combatterà (anche) mucca per mucca, maiale per maiale, pollo per pollo.
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Turritopsis nutricula la medusa immortale
Pubblicato da milionidieuro su 4 febbraio 2009

MILANO – Fino alla fine dei tempi: è l’unico essere vivente che può definirsi «immortale», nel vero senso della parola. La medusa Turritopsis nutricula è capace di invertire il proprio ciclo biologico e di sfuggire così alla tappa finale del processo di invecchiamento, ovvero alla morte. Ora, la creatura dei mari si sta moltiplicando ad un ritmo inarrestabile. «E’ in atto un’invasione silenziosa nei nostri oceani», avvertono i ricercatori.

RITORNA GIOVANE – La scoperta di questo organismo, che potenzialmente può vivere in eterno, risale a qualche anno fa e fu fatta da un team di biologi dell’Università di Lecce. La piccola idromedusa dal nome scientifico Turritopsis nutricula misura un diametro di appena quattro-cinque millimetri. Una volta raggiunta la maturità sessuale e dopo essersi riprodotta, non muore, a differenza di tutti gli altri organismi similari, sostengono gli studiosi. Questa speciale medusa, invece, scende sul fondo e si ritrasforma nello stadio giovanile da cui era stata generata. Insomma, da polipo ridiventa nuovamente medusa, e viceversa. Un processo che in sostanza può definirsi «infinito». Per gli scienziati questo ringiovanimento è reso possibile, a livello cellulare, a causa di un fenomeno conosciuto come «transdifferenziamento». L’ovvia e inevitabile conseguenza è una proliferazione di questa creatura dei mari, affermano i biologi marini sull’inglese Telegraph. «Stiamo rilevando un’invasione silenziosa in tutto il mondo», ha detto Maria Maglietta, dell’istituto di ricerca tropicale Smithsonian a Washington. Questi predatori del mare, originariamente presenti nelle acque calde dei Carabi, si stanno diffondendo velocemente in tutti gli oceani, aiutati anche da «passaggi» inconsapevolmente offerti dalle navi.

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LA NATURA RIESCE A RESISTERE ALLE BOMBE ATOMICHE MA NON A L’UOMO
Pubblicato da milionidieuro su 13 gennaio 2009
Oggi pomeriggio mi trovavo in uno studio medico, e anche se odio farlo perchè sono schizzinoso, prendo una vecchia rivista inizio a sfogliarla e trovo un articolo veramente interessante (almeno per me) così ho deciso di cercare notizie appena arrivato a casa.
MAJURO, Isole Marshall — Nell’Atollo di Bikini è rifiorita la vita. Cinquant’anni fa era completamente devastato. La causa? I test atomici eseguiti per 12 anni, che avevano rovinato l’ambiente marino dello splendido lembo di terra, parte delle Isole Marshall. Ma oggi tutto è cambiato: il mare è pieno di coralli, tartarughe e varie specie di pesci.
La scoperta è stata fatta da un gruppo di biologi australiani, tedeschi e italiani, che hanno trovato nel mare migliaia di pesci diversi, alti coralli, tartarughe e stelle di mare. Insomma, un vero e proprio paradiso. Una situazione opposta a quella di mezzo secolo fa, quando l’isola ha dovuto subire 21 test atomici da parte degli americani.
Per 12 anni lo splendido atollo bagnato dall’Oceano Pacifico è stato sottoposto a sperimentazioni che hanno letteralmente raso al suolo ogni forma di vita. I test sono culminati nel 1954, con l’esplosione di una bomba all’idrogeno mille volte più forte di quella di Hiroshima. La strage nucleare ha provocato un’immenso cratere, largo due chilometri e profondo 73 metri. Le conseguenze sono state devastanti: 42 specie di coralli sono sparite (28 delle quali a causa delle radiazioni).
“L’impatto sulla vita marina è stato ridotto dall’effetto scudo offerto dell’acqua, che è 800 volte più densa dell’aria”, ha detto Roberto Danovaro, del dipartimento di scienze del mare dell’Università Politecnica delle Marche, che ha aggiunto: “In mare i livelli di contaminazione radioattiva sono stati relativamente bassi”. Sicuramente minori di quelli registrati da alcuni esperti americani trent’anni fa, che a Rongelap, l‘isola accanto a Bikini, hanno osservato che il 95 per cento dei nati nel periodo dei test avevano il cancro alla tiroide.
così Bikini rinasce a vita
Ma grazie all’assenza dell’uomo e dei suoi esperimenti nocivi oggi è tutto diverso. Nell’isola pullula di nuovo la vita, come afferma lo studio pubblicato sul Marine Pollution Bulletin. “Quando mi sono immersa non sapevo che cosa aspettarmi, temevo di trovare un paesaggio quasi lunare”, ha detto entusiasta Zoe Richards, del centro australiano Arc, che ha guidato la ricerca. “Invece è stato incredibile: si sono sviluppate strutture coralline alte fino a otto metri. E’ affascinante. Non avevo mai visto coralli grandi come alberi”.
Confrontando le barriere coralline di Bikini con le altre disseminate sul globo, i biologi hanno constatato il buono stato di salute delle prime. Infatti l’atollo fa parte dei casi positivi elencati nell’ultimo Rapporto mondiale sullo stato delle barriere coralline pubblicato dall’Australian Institute of Marine Sciences. Dopo il disastro di cinquant’anni fa gli esperti hanno notato un grande miglioramento. E ora le barriere sono al sicuro, a parte le incursioni di qualche pescatore
I ricercatori: il miracolo è dovuto non alle radiazioni
ma alla forzata assenza dell’uomo
e già che ci siamo un’altra curiosità….
Perché il due pezzi si chiama bikini?
Il termine bikini riprende di peso il nome di un atollo delle isole Marshall, che costituiscono un arcipelago appartenente alla Micronesia, nell’Oceano Pacifico. Proprio l’atollo di Bikini e il vicino atollo di Eniwetok furono sede, a partire dal 1946, di esperimenti nucleari statunitensi. La “bomba atomica” a Bikini, in epoca di incipiente Guerra Fredda, suscitò molta impressione. Il passaggio dal nome dell’atollo al nome del costume è comprensibile, se si pensa allo scalpore che destò la creazione di un costume ritenuto tanto audace da essere definito atomico.
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LA NATURA RIESCE A RESISTERE ALLE BOMBE ATOMICHE MA NON A L'UOMO
Pubblicato da milionidieuro su 13 gennaio 2009
Oggi pomeriggio mi trovavo in uno studio medico, e anche se odio farlo perchè sono schizzinoso, prendo una vecchia rivista inizio a sfogliarla e trovo un articolo veramente interessante (almeno per me) così ho deciso di cercare notizie appena arrivato a casa.
MAJURO, Isole Marshall — Nell’Atollo di Bikini è rifiorita la vita. Cinquant’anni fa era completamente devastato. La causa? I test atomici eseguiti per 12 anni, che avevano rovinato l’ambiente marino dello splendido lembo di terra, parte delle Isole Marshall. Ma oggi tutto è cambiato: il mare è pieno di coralli, tartarughe e varie specie di pesci.
La scoperta è stata fatta da un gruppo di biologi australiani, tedeschi e italiani, che hanno trovato nel mare migliaia di pesci diversi, alti coralli, tartarughe e stelle di mare. Insomma, un vero e proprio paradiso. Una situazione opposta a quella di mezzo secolo fa, quando l’isola ha dovuto subire 21 test atomici da parte degli americani.
Per 12 anni lo splendido atollo bagnato dall’Oceano Pacifico è stato sottoposto a sperimentazioni che hanno letteralmente raso al suolo ogni forma di vita. I test sono culminati nel 1954, con l’esplosione di una bomba all’idrogeno mille volte più forte di quella di Hiroshima. La strage nucleare ha provocato un’immenso cratere, largo due chilometri e profondo 73 metri. Le conseguenze sono state devastanti: 42 specie di coralli sono sparite (28 delle quali a causa delle radiazioni).
“L’impatto sulla vita marina è stato ridotto dall’effetto scudo offerto dell’acqua, che è 800 volte più densa dell’aria”, ha detto Roberto Danovaro, del dipartimento di scienze del mare dell’Università Politecnica delle Marche, che ha aggiunto: “In mare i livelli di contaminazione radioattiva sono stati relativamente bassi”. Sicuramente minori di quelli registrati da alcuni esperti americani trent’anni fa, che a Rongelap, l‘isola accanto a Bikini, hanno osservato che il 95 per cento dei nati nel periodo dei test avevano il cancro alla tiroide.
così Bikini rinasce a vita
Ma grazie all’assenza dell’uomo e dei suoi esperimenti nocivi oggi è tutto diverso. Nell’isola pullula di nuovo la vita, come afferma lo studio pubblicato sul Marine Pollution Bulletin. “Quando mi sono immersa non sapevo che cosa aspettarmi, temevo di trovare un paesaggio quasi lunare”, ha detto entusiasta Zoe Richards, del centro australiano Arc, che ha guidato la ricerca. “Invece è stato incredibile: si sono sviluppate strutture coralline alte fino a otto metri. E’ affascinante. Non avevo mai visto coralli grandi come alberi”.
Confrontando le barriere coralline di Bikini con le altre disseminate sul globo, i biologi hanno constatato il buono stato di salute delle prime. Infatti l’atollo fa parte dei casi positivi elencati nell’ultimo Rapporto mondiale sullo stato delle barriere coralline pubblicato dall’Australian Institute of Marine Sciences. Dopo il disastro di cinquant’anni fa gli esperti hanno notato un grande miglioramento. E ora le barriere sono al sicuro, a parte le incursioni di qualche pescatore
I ricercatori: il miracolo è dovuto non alle radiazioni
ma alla forzata assenza dell’uomo
e già che ci siamo un’altra curiosità….
Perché il due pezzi si chiama bikini?
Il termine bikini riprende di peso il nome di un atollo delle isole Marshall, che costituiscono un arcipelago appartenente alla Micronesia, nell’Oceano Pacifico. Proprio l’atollo di Bikini e il vicino atollo di Eniwetok furono sede, a partire dal 1946, di esperimenti nucleari statunitensi. La “bomba atomica” a Bikini, in epoca di incipiente Guerra Fredda, suscitò molta impressione. Il passaggio dal nome dell’atollo al nome del costume è comprensibile, se si pensa allo scalpore che destò la creazione di un costume ritenuto tanto audace da essere definito atomico.
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LA NATURA RIESCE A RESISTERE ALLE BOMBE ATOMICHE MA NON A L’UOMO
Pubblicato da milionidieuro su 9 gennaio 2009

MAJURO, Isole Marshall — Nell’Atollo di Bikini è rifiorita la vita. Cinquant’anni fa era completamente devastato. La causa? I test atomici eseguiti per 12 anni, che avevano rovinato l’ambiente marino dello splendido lembo di terra, parte delle Isole Marshall. Ma oggi tutto è cambiato: il mare è pieno di coralli, tartarughe e varie specie di pesci.
La scoperta è stata fatta da un gruppo di biologi australiani, tedeschi e italiani, che hanno trovato nel mare migliaia di pesci diversi, alti coralli, tartarughe e stelle di mare. Insomma, un vero e proprio paradiso. Una situazione opposta a quella di mezzo secolo fa, quando l’isola ha dovuto subire 21 test atomici da parte degli americani. Per 12 anni lo splendido atollo bagnato dall’Oceano Pacifico è stato sottoposto a sperimentazioni che hanno letteralmente raso al suolo ogni forma di vita. I test sono culminati nel 1954, con l’esplosione di una bomba all’idrogeno mille volte più forte di quella di Hiroshima. La strage nucleare ha provocato un’immenso cratere, largo due chilometri e profondo 73 metri. Le conseguenze sono state devastanti: 42 specie di coralli sono sparite (28 delle quali a causa delle radiazioni).
“L’impatto sulla vita marina è stato ridotto dall’effetto scudo offerto dell’acqua, che è 800 volte più densa dell’aria”, ha detto Roberto Danovaro, del dipartimento di scienze del mare dell’Università Politecnica delle Marche, che ha aggiunto: “In mare i livelli di contaminazione radioattiva sono stati relativamente bassi”. Sicuramente minori di quelli registrati da alcuni esperti americani trent’anni fa, che a Rongelap, l‘isola accanto a Bikini, hanno osservato che il 95 per cento dei nati nel periodo dei test avevano il cancro alla tiroide.
Ma grazie all’assenza dell’uomo e dei suoi esperimenti nocivi oggi è tutto diverso. Nell’isola pullula di nuovo la vita, come afferma lo studio pubblicato sul Marine Pollution Bulletin. “Quando mi sono immersa non sapevo che cosa aspettarmi, temevo di trovare un paesaggio quasi lunare”, ha detto entusiasta Zoe Richards, del centro australiano Arc, che ha guidato la ricerca. “Invece è stato incredibile: si sono sviluppate strutture coralline alte fino a otto metri. E’ affascinante. Non avevo mai visto coralli grandi come alberi”.
Confrontando le barriere coralline di Bikini con le altre disseminate sul globo, i biologi hanno constatato il buono stato di salute delle prime. Infatti l’atollo fa parte dei casi positivi elencati nell’ultimo Rapporto mondiale sullo stato delle barriere coralline pubblicato dall’Australian Institute of Marine Sciences. Dopo il disastro di cinquant’anni fa gli esperti hanno notato un grande miglioramento. E ora le barriere sono al sicuro, a parte le incursioni di qualche pescatore
I ricercatori: il miracolo è dovuto non alle radiazioni ma alla forzata assenza dell’uomo
e già che ci siamo un altra curiosità….
Perché il due pezzi si chiama bikini?
Il termine bikini riprende di peso il nome di un atollo delle isole Marshall, che costituiscono un arcipelago appartenente alla Micronesia, nell’Oceano Pacifico. Proprio l’atollo di Bikini e il vicino atollo di Eniwetok furono sede, a partire dal 1946, di esperimenti nucleari statunitensi. La “bomba atomica” a Bikini, in epoca di incipiente Guerra Fredda, suscitò molta impressione. Il passaggio dal nome dell’atollo al nome del costume è comprensibile, se si pensa allo scalpore che destò la creazione di un costume ritenuto tanto audace da essere definito atomico.
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LA NATURA RIESCE A RESISTERE ALLE BOMBE ATOMICHE MA NON A L'UOMO
Pubblicato da milionidieuro su 9 gennaio 2009

MAJURO, Isole Marshall — Nell’Atollo di Bikini è rifiorita la vita. Cinquant’anni fa era completamente devastato. La causa? I test atomici eseguiti per 12 anni, che avevano rovinato l’ambiente marino dello splendido lembo di terra, parte delle Isole Marshall. Ma oggi tutto è cambiato: il mare è pieno di coralli, tartarughe e varie specie di pesci.
La scoperta è stata fatta da un gruppo di biologi australiani, tedeschi e italiani, che hanno trovato nel mare migliaia di pesci diversi, alti coralli, tartarughe e stelle di mare. Insomma, un vero e proprio paradiso. Una situazione opposta a quella di mezzo secolo fa, quando l’isola ha dovuto subire 21 test atomici da parte degli americani. Per 12 anni lo splendido atollo bagnato dall’Oceano Pacifico è stato sottoposto a sperimentazioni che hanno letteralmente raso al suolo ogni forma di vita. I test sono culminati nel 1954, con l’esplosione di una bomba all’idrogeno mille volte più forte di quella di Hiroshima. La strage nucleare ha provocato un’immenso cratere, largo due chilometri e profondo 73 metri. Le conseguenze sono state devastanti: 42 specie di coralli sono sparite (28 delle quali a causa delle radiazioni).
“L’impatto sulla vita marina è stato ridotto dall’effetto scudo offerto dell’acqua, che è 800 volte più densa dell’aria”, ha detto Roberto Danovaro, del dipartimento di scienze del mare dell’Università Politecnica delle Marche, che ha aggiunto: “In mare i livelli di contaminazione radioattiva sono stati relativamente bassi”. Sicuramente minori di quelli registrati da alcuni esperti americani trent’anni fa, che a Rongelap, l‘isola accanto a Bikini, hanno osservato che il 95 per cento dei nati nel periodo dei test avevano il cancro alla tiroide.
Ma grazie all’assenza dell’uomo e dei suoi esperimenti nocivi oggi è tutto diverso. Nell’isola pullula di nuovo la vita, come afferma lo studio pubblicato sul Marine Pollution Bulletin. “Quando mi sono immersa non sapevo che cosa aspettarmi, temevo di trovare un paesaggio quasi lunare”, ha detto entusiasta Zoe Richards, del centro australiano Arc, che ha guidato la ricerca. “Invece è stato incredibile: si sono sviluppate strutture coralline alte fino a otto metri. E’ affascinante. Non avevo mai visto coralli grandi come alberi”.
Confrontando le barriere coralline di Bikini con le altre disseminate sul globo, i biologi hanno constatato il buono stato di salute delle prime. Infatti l’atollo fa parte dei casi positivi elencati nell’ultimo Rapporto mondiale sullo stato delle barriere coralline pubblicato dall’Australian Institute of Marine Sciences. Dopo il disastro di cinquant’anni fa gli esperti hanno notato un grande miglioramento. E ora le barriere sono al sicuro, a parte le incursioni di qualche pescatore
I ricercatori: il miracolo è dovuto non alle radiazioni ma alla forzata assenza dell’uomo
e già che ci siamo un altra curiosità….
Perché il due pezzi si chiama bikini?
Il termine bikini riprende di peso il nome di un atollo delle isole Marshall, che costituiscono un arcipelago appartenente alla Micronesia, nell’Oceano Pacifico. Proprio l’atollo di Bikini e il vicino atollo di Eniwetok furono sede, a partire dal 1946, di esperimenti nucleari statunitensi. La “bomba atomica” a Bikini, in epoca di incipiente Guerra Fredda, suscitò molta impressione. Il passaggio dal nome dell’atollo al nome del costume è comprensibile, se si pensa allo scalpore che destò la creazione di un costume ritenuto tanto audace da essere definito atomico.
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