ENERGIA NUCLEARE ENERGIE RINNOVABILI

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Archivio per la categoria ‘mercurio’

lampadine a incandescenza:Scoperto negli Usa un procedimento che fa aumentare il rendimento luminoso

Pubblicato da milionidieuro su 2 giugno 2009


E’ morta la lampada a incandescenza, viva la lampada a incandescenza! L’annuncio forse è prematuro, ma sembra proprio questa la prospettiva schiusa da una nuova scoperta effettuata nel laboratori di fisica dell’università di Rochester, negli Stati Uniti. Proprio quando sta per scattare la messa al bando dell’Unione Europea per le lampade col filamento -da settembre prossimo, progressivamente, a partire dai wattaggi più elevati, saranno ritirate dal commercio, fino alla completa cancellazione nel 2016-, una ricerca in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica internazionale Physical Review Letters, le riabilita e sembra assicurare ad esse una seconda vita, nel rispetto del risparmio e della sostenibilità.

LA SCOPERTA – Il miracolo tecnologico è stato compiuto da un gruppo di ricercatori americani specializzati in ottica fisica i quali sperimentavano da tempo le trasformazioni indotte, su scala microscopica, dall’esposizione di alcuni metalli a un nuovo tipo di laser di potenza. Racconta Chunlei Guo, professore associato di Ottica all’università di Rochester, e uno degli autori della scoperta: «Mentre stavamo effettuando alcuni esperimenti con il laser ultraveloce, ci siamo chiesti che cosa sarebbe successo se lo avessimo puntato sul filamento di una lampadina. E così abbiamo fatto passare un sottile raggio attraverso il bulbo di vetro e abbiamo colpito solo un segmento di filamento. Ebbene, ci siamo resi conto che quel tratto di filamento colpito emetteva molta più luce rispetto al resto, e tutto ciò senza che la lampada assorbisse più energiA». Che cosa era successo? Come hanno potuto constatare gli scienziati di Rochester, il laser ultraveloce aveva variato la struttura elementare del metallo tungsteno di cui è fatto il filamento, riorganizzandola in una fila di nano strutture che ne fanno aumentare il rendimento luminoso.

APPLICAZIONI – Insomma, pare che basterebbe trattare in questo modo i filamenti delle lampade a incandescenza per far sì, tanto per fare un esempio concreto, che una da 60 watt emetta una luce equivalente a 100 watt, senza richiedere per questo maggiore energia elettrica. Se il trasferimento tecnologico di questa scoperta sarà praticabile e porterà alla commercializzazione di lampade a incandescenza più efficienti, interrogativi che ancora sono senza risposta, allora potremmo assistere a un capovolgimento della situazione a sfavore delle lampade fluorescenti. Quest’ultime, infatti, a fronte dell’indubbio risparmio, presentano il problema dell’inquinamento da mercurio, in un contesto in cui spesso non viene assicurato un corretto smaltimento dei prodotti giunti a fine vita. Per altro, molti utenti, pur riconoscendo l’attuale inefficienza energetica delle lampade a incandescenza, ne rimpiangono la qualità dell’illuminazione che è la più simile alla luce naturale del Sole.

Pubblicato in: inquinamento, lampada a incandescenza, lampade a filamento, luce naturale, mercurio, nano strutture, Physical Review Letters, rendimento luminoso, Risparmio energetico, risparmio energia | Lascia un commento »

lampadine a incandescenza:Scoperto negli Usa un procedimento che fa aumentare il rendimento luminoso

Pubblicato da milionidieuro su 2 giugno 2009


E’ morta la lampada a incandescenza, viva la lampada a incandescenza! L’annuncio forse è prematuro, ma sembra proprio questa la prospettiva schiusa da una nuova scoperta effettuata nel laboratori di fisica dell’università di Rochester, negli Stati Uniti. Proprio quando sta per scattare la messa al bando dell’Unione Europea per le lampade col filamento -da settembre prossimo, progressivamente, a partire dai wattaggi più elevati, saranno ritirate dal commercio, fino alla completa cancellazione nel 2016-, una ricerca in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica internazionale Physical Review Letters, le riabilita e sembra assicurare ad esse una seconda vita, nel rispetto del risparmio e della sostenibilità.

LA SCOPERTA – Il miracolo tecnologico è stato compiuto da un gruppo di ricercatori americani specializzati in ottica fisica i quali sperimentavano da tempo le trasformazioni indotte, su scala microscopica, dall’esposizione di alcuni metalli a un nuovo tipo di laser di potenza. Racconta Chunlei Guo, professore associato di Ottica all’università di Rochester, e uno degli autori della scoperta: «Mentre stavamo effettuando alcuni esperimenti con il laser ultraveloce, ci siamo chiesti che cosa sarebbe successo se lo avessimo puntato sul filamento di una lampadina. E così abbiamo fatto passare un sottile raggio attraverso il bulbo di vetro e abbiamo colpito solo un segmento di filamento. Ebbene, ci siamo resi conto che quel tratto di filamento colpito emetteva molta più luce rispetto al resto, e tutto ciò senza che la lampada assorbisse più energiA». Che cosa era successo? Come hanno potuto constatare gli scienziati di Rochester, il laser ultraveloce aveva variato la struttura elementare del metallo tungsteno di cui è fatto il filamento, riorganizzandola in una fila di nano strutture che ne fanno aumentare il rendimento luminoso.

APPLICAZIONI – Insomma, pare che basterebbe trattare in questo modo i filamenti delle lampade a incandescenza per far sì, tanto per fare un esempio concreto, che una da 60 watt emetta una luce equivalente a 100 watt, senza richiedere per questo maggiore energia elettrica. Se il trasferimento tecnologico di questa scoperta sarà praticabile e porterà alla commercializzazione di lampade a incandescenza più efficienti, interrogativi che ancora sono senza risposta, allora potremmo assistere a un capovolgimento della situazione a sfavore delle lampade fluorescenti. Quest’ultime, infatti, a fronte dell’indubbio risparmio, presentano il problema dell’inquinamento da mercurio, in un contesto in cui spesso non viene assicurato un corretto smaltimento dei prodotti giunti a fine vita. Per altro, molti utenti, pur riconoscendo l’attuale inefficienza energetica delle lampade a incandescenza, ne rimpiangono la qualità dell’illuminazione che è la più simile alla luce naturale del Sole.

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POLO NORD: Sotto i ghiacci greggio per almeno tre anni e metano per 14 MA L’AMBIENTE????!!!

Pubblicato da milionidieuro su 31 maggio 2009


Sotto la calotta artica che va assottigliandosi, un oceano di materie prime. Miliardi di barili di petrolio e migliaia di miliardi di metri cubi di gas naturale, probabilmente destinati a intensificare la battaglia geostrategica, già in corso, per le risorse energetiche nascoste all’ombra dei ghiacci eterni. Una potenziale benedizione, secondo i fautori delle trivellazioni senza confini e senza patemi. O una pericolosa e devastante tentazione, secondo gli ambientalisti, preoccupati dello stato di salute di un ecosistema fragilissimo e già a rischio.

Uno studio dell’Us Geological Survey, pubblicato questa settimana su Science Magazine, rivela che il 30% di tutti i giacimenti non ancora scoperti del pianeta di gas naturale e il 13% di quelli di petrolio, sono localizzati sotto i fondali del Polo Nord. Detto altrimenti, la regione più settentrionale della Terra conterrebbe da sola l’equivalente dell’intero fabbisogno mondiale di greggio per 3 anni e di metano per 14 anni. Quest’ultimo dato, soprattutto, porta Donald Gautier, lo scienziato che ha guidato la ricerca, a concludere che «la futura preminenza della Russia nel controllo strategico delle risorse di gas è destinata ad accentuarsi ed estendersi». Gran parte dell’area che contiene il futuro scrigno dell’energia appartiene infatti alla Federazione Russa, già oggi maggior produttore al mondo di gas naturale. Quello degli studiosi americani è il primo rapporto dettagliato sul potenziale energetico dell’Artico, dove la durezza delle condizioni climatiche e orografiche, oltre ai relativi ritardi della tecnologia, ha finora limitato le esplorazioni a poche zone al largo delle coste degli Stati Uniti o della Russia.

Ma l’assottigliamento progressivo delle riserve di greggio (la cui produzione, in mancanzadi nuove scoperte, dovrebbe cominciare a calare dal 2020) e il lento ma progressivo scioglimento della calotta artica, dovuto all’effetto serra, hanno improvvisamente reso più attraente la nuova frontiera energetica del Grande Nord. Con il corollario che tutti i Paesi, i cui confini toccano il circolo polare, sono già pronti a lottare per rivendicare la loro quota del bottino. Oltre a Russia e Usa, anche Norvegia, Danimarca (per via della sovranità sulla Groenlandia) e Canada sono nella partita. «Nel bene e nel male — dice Paul Berkman, dello Scott Institute presso la Cambridge University in Inghilterra — le limitate prospettive di esplorazione altrove e i nuovi progressi tecnologici hanno reso l’Artico sempre più interessante per questo tipo di sviluppo». Nel 2001 Mosca aveva rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, contestata da tutti gli altri Paesi. Poi, due anni fa, un mini-sottomarino russo aveva piantato una bandiera di titanio sul fondale sotto il Polo Nord, in un’area rivendicata anche da Copenaghen.

All’inizio di maggio, la Russia ha fatto sapere di essere pronta a usare anche la forza militare per proteggere i suoi diritti nella regione. Illustrando le metodologie e i risultati della ricerca, Gautier ha detto che alle stime si è giunti grazie alla creazione di una mappa geologica, che ha permesso di identificare le rocce sedimentarie, potenzialmente in grado di ospitare riserve di petrolio e gas. Queste sono state poi comparate, grazie a modelli matematici di probabilità, a identiche stratificazioni in altre regioni del mondo, che contengono greggio o metano. L’esito è stato ben oltre le aspettative più ottimistiche: «A nostro avviso, a Nord del Circolo polare artico ci sono tra 40 e 160 miliardi di barili di petrolio, abbastanza cioè da soddisfare la domanda mondiale per più di tre anni. E 1,6 milioni di miliardi di metri cubi di gas naturale, che equivalgono a quasi 15 anni di consumo planetario». Ancora più invitante è il fatto che la maggior parte delle riserve si troverebbe sotto la cosiddetta piattaforma continentale, in una zona dove i fondali marini non sono mai a più di 500 metri, quindi relativamente facili da trivellare. Gautier e il suo team tuttavia non hanno volutamente preso in considerazione la praticabilità economica o l’impatto ambientale di eventuali perforazioni. Hanno però ricordato nello studio che, per quanto ingente, la quantità di greggio e gas potenzialmente individuata non è grande abbastanza da modificare gli attuali equilibri tra i grandi produttori mondiali, con la sola eccezione di rafforzare il ruolo dominante della Russia sul gas. Il dilemma sull’opportunità delle trivellazioni rimane quindi aperto, com’era già emerso durante la campagna elettorale americana dello scorso anno. «Drill, baby, drill» (Trivella, ragazza, trivella) era stato il grido di battaglia, dal richiamo ambiguamente sessuale, con cui Sarah Palin, governatrice dell’Alaska, lo Stato americano che si affaccia sull’area del tesoro nascosto, aveva inutilmente tentato di rilanciare le sorti del ticket repubblicano.

Con un compromesso bipartisan, il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato una limitata attività di perforazione in alcune zone dell’Alaska, ma solo a partire da 250 chilometri al largo delle coste. Già troppo però per gli ambientalisti, mobilitati in difesa di quello che definiscono «il più fragile ecosistema del pianeta». Secondo Lisa Speer, direttrice dell’International Ocean Program al National Resources Defence Council, trivellare l’Artico potrebbe causare il rilascio di elementi tossici come arsenico, mercurio e piombo nell’Oceano: «Abbiamo bisogno di criteri uniformi e severi per ogni attività off-shore di petrolio: un solo Paese ha il potenziale di produrre conseguenze ben oltre i suoi confini». La minaccia a molte specie animali viene evocata da Steve Armstrup, dello stesso Us Geological Survey che ha prodotto lo studio, il quale ricorda che le aree dell’Alaska, identificate nella ricerca come potenzialmente più ricche di riserve di petrolio, hanno anche l’habitat ideale per orsi polari, foche e balene: «Occorrerà — spiega Armstrup — valutare con attenzione cosa significherebbe lo sviluppo di attività di ricerca e produzione di petrolio e gas per queste specie, alcune delle quali sono già oggi a rischio di estinzione».

Pubblicato in: Alaska, ambiente, ANIMALI, arsenico, balene, calotta artica, effetto serra, elementi tossici, foche, INQUINAMENTO MARI, mercurio, orsi polari, petrolio, piombo, polo Nord | Lascia un commento »

POLO NORD: Sotto i ghiacci greggio per almeno tre anni e metano per 14 MA L'AMBIENTE????!!!

Pubblicato da milionidieuro su 31 maggio 2009


Sotto la calotta artica che va assottigliandosi, un oceano di materie prime. Miliardi di barili di petrolio e migliaia di miliardi di metri cubi di gas naturale, probabilmente destinati a intensificare la battaglia geostrategica, già in corso, per le risorse energetiche nascoste all’ombra dei ghiacci eterni. Una potenziale benedizione, secondo i fautori delle trivellazioni senza confini e senza patemi. O una pericolosa e devastante tentazione, secondo gli ambientalisti, preoccupati dello stato di salute di un ecosistema fragilissimo e già a rischio.

Uno studio dell’Us Geological Survey, pubblicato questa settimana su Science Magazine, rivela che il 30% di tutti i giacimenti non ancora scoperti del pianeta di gas naturale e il 13% di quelli di petrolio, sono localizzati sotto i fondali del Polo Nord. Detto altrimenti, la regione più settentrionale della Terra conterrebbe da sola l’equivalente dell’intero fabbisogno mondiale di greggio per 3 anni e di metano per 14 anni. Quest’ultimo dato, soprattutto, porta Donald Gautier, lo scienziato che ha guidato la ricerca, a concludere che «la futura preminenza della Russia nel controllo strategico delle risorse di gas è destinata ad accentuarsi ed estendersi». Gran parte dell’area che contiene il futuro scrigno dell’energia appartiene infatti alla Federazione Russa, già oggi maggior produttore al mondo di gas naturale. Quello degli studiosi americani è il primo rapporto dettagliato sul potenziale energetico dell’Artico, dove la durezza delle condizioni climatiche e orografiche, oltre ai relativi ritardi della tecnologia, ha finora limitato le esplorazioni a poche zone al largo delle coste degli Stati Uniti o della Russia.

Ma l’assottigliamento progressivo delle riserve di greggio (la cui produzione, in mancanzadi nuove scoperte, dovrebbe cominciare a calare dal 2020) e il lento ma progressivo scioglimento della calotta artica, dovuto all’effetto serra, hanno improvvisamente reso più attraente la nuova frontiera energetica del Grande Nord. Con il corollario che tutti i Paesi, i cui confini toccano il circolo polare, sono già pronti a lottare per rivendicare la loro quota del bottino. Oltre a Russia e Usa, anche Norvegia, Danimarca (per via della sovranità sulla Groenlandia) e Canada sono nella partita. «Nel bene e nel male — dice Paul Berkman, dello Scott Institute presso la Cambridge University in Inghilterra — le limitate prospettive di esplorazione altrove e i nuovi progressi tecnologici hanno reso l’Artico sempre più interessante per questo tipo di sviluppo». Nel 2001 Mosca aveva rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, contestata da tutti gli altri Paesi. Poi, due anni fa, un mini-sottomarino russo aveva piantato una bandiera di titanio sul fondale sotto il Polo Nord, in un’area rivendicata anche da Copenaghen.

All’inizio di maggio, la Russia ha fatto sapere di essere pronta a usare anche la forza militare per proteggere i suoi diritti nella regione. Illustrando le metodologie e i risultati della ricerca, Gautier ha detto che alle stime si è giunti grazie alla creazione di una mappa geologica, che ha permesso di identificare le rocce sedimentarie, potenzialmente in grado di ospitare riserve di petrolio e gas. Queste sono state poi comparate, grazie a modelli matematici di probabilità, a identiche stratificazioni in altre regioni del mondo, che contengono greggio o metano. L’esito è stato ben oltre le aspettative più ottimistiche: «A nostro avviso, a Nord del Circolo polare artico ci sono tra 40 e 160 miliardi di barili di petrolio, abbastanza cioè da soddisfare la domanda mondiale per più di tre anni. E 1,6 milioni di miliardi di metri cubi di gas naturale, che equivalgono a quasi 15 anni di consumo planetario». Ancora più invitante è il fatto che la maggior parte delle riserve si troverebbe sotto la cosiddetta piattaforma continentale, in una zona dove i fondali marini non sono mai a più di 500 metri, quindi relativamente facili da trivellare. Gautier e il suo team tuttavia non hanno volutamente preso in considerazione la praticabilità economica o l’impatto ambientale di eventuali perforazioni. Hanno però ricordato nello studio che, per quanto ingente, la quantità di greggio e gas potenzialmente individuata non è grande abbastanza da modificare gli attuali equilibri tra i grandi produttori mondiali, con la sola eccezione di rafforzare il ruolo dominante della Russia sul gas. Il dilemma sull’opportunità delle trivellazioni rimane quindi aperto, com’era già emerso durante la campagna elettorale americana dello scorso anno. «Drill, baby, drill» (Trivella, ragazza, trivella) era stato il grido di battaglia, dal richiamo ambiguamente sessuale, con cui Sarah Palin, governatrice dell’Alaska, lo Stato americano che si affaccia sull’area del tesoro nascosto, aveva inutilmente tentato di rilanciare le sorti del ticket repubblicano.

Con un compromesso bipartisan, il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato una limitata attività di perforazione in alcune zone dell’Alaska, ma solo a partire da 250 chilometri al largo delle coste. Già troppo però per gli ambientalisti, mobilitati in difesa di quello che definiscono «il più fragile ecosistema del pianeta». Secondo Lisa Speer, direttrice dell’International Ocean Program al National Resources Defence Council, trivellare l’Artico potrebbe causare il rilascio di elementi tossici come arsenico, mercurio e piombo nell’Oceano: «Abbiamo bisogno di criteri uniformi e severi per ogni attività off-shore di petrolio: un solo Paese ha il potenziale di produrre conseguenze ben oltre i suoi confini». La minaccia a molte specie animali viene evocata da Steve Armstrup, dello stesso Us Geological Survey che ha prodotto lo studio, il quale ricorda che le aree dell’Alaska, identificate nella ricerca come potenzialmente più ricche di riserve di petrolio, hanno anche l’habitat ideale per orsi polari, foche e balene: «Occorrerà — spiega Armstrup — valutare con attenzione cosa significherebbe lo sviluppo di attività di ricerca e produzione di petrolio e gas per queste specie, alcune delle quali sono già oggi a rischio di estinzione».

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MERCURIO: Pesci inquinati da mercurio anche nel Mediterraneo

Pubblicato da milionidieuro su 18 aprile 2009


Nonostante una minore presenza di mercurio nel Mediterraneo rispetto agli oceani, anche i pesci del Mare Nostrum ne presentano una certa quantità e la trasformazione che rende possibile l’assorbimento avviene in profondità La denuncia arriva da Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Cnr, con un articolo sulla rivista Limnology and Oceanography, ripreso da «Nature». Il mercurio arriva al mare dalle discariche, dalle emissioni delle centrali a carbone, dagli inceneritori. Sulla salute dell’uomo ha effetti devastanti: può danneggiare le funzioni cerebrali, il Dna e la riproduzione umana.

DISCARICHE - Per limitare i danni, il consiglio dell’esperto del Cnr è di scegliere pesci di taglia piccola, piuttosto che tonni o pesci spada: «Poiché, dal momento che il mercurio si bioaccumula – spiega Pirrone – la quantità presente nella carne dipende dalla dimensione e dall’età del pesce: una volta ingerito, questo inquinante si espelle difficilmente. Quindi più é grosso il pesce, e più tempo ha avuto per accumulare il metallo più ne conterrà ».
«É vero che i pesci grossi sono quelli più “a rischio”- conferma Andrea Ghiselli, ricercatore dell’Inran(Istituto nazionale Alimenti e Nutrizione) di Roma- ma i valori di mercurio rintracciati nel Mediterraneo non sono tali da destare grosse preoccupazioni per la salute di una persona con un’alimentazione sufficientemente variata, che preveda quindi il pesce, ma non tutti i giorni: due-tre volte alla settimana sono sufficienti». «Altro accorgimento da adottare» prosegue l”esperto, «è poi quello di cambiare ogni volta il pese, non mangiando quindi ogni volta tonno o altri pesci di grossa taglia». «Seguendo questi criteri» conclude il nutrizionista, «non ci dovrebbero essere problemi».

Pubblicato in: ambiente, ambiente inquinamento, centrali a carbone, Cnr, discariche, INCENERITORI, inquinamento, mediteraneo, mercurio, SALUTE | Lascia un commento »

 
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