ENERGIA NUCLEARE ENERGIE RINNOVABILI

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Archivio per la categoria ‘inquinamento’

MEDUSA GIGANTE:Pesca intensiva, inquinamento e attività umane stanno modificando l’ecosistema marini

Pubblicato da milionidieuro su 12 giugno 2009


Pesca intensiva, inquinamento e attività umane incontrollate stanno modificando l’ecosistema marino: i pesci scompaiono, nuove specie prendono il sopravvento. E alcune sembrano uscite da un film horror.

Le coste dei nostri mari potrebbero presto essere invase da un’orda di meduse giganti, molto più grandi di quello che potete immaginare. Stiamo parlando delle meduse Nomura, bestioni gelatinosi di due metri di diametro che possono arrivare a pesare fino a 200 kg. L’inquietante previsione è dei ricercatori dello CSIRO Marine and Atmospheric Research, un blasonato istituto di ricerche australiano. Il dottor Anthony Richardson e i suoi colleghi affermano che le medusone, grosse e pesanti come lottatori di sumo, stanno rapidamente aumentando nel Mediterraneo, nei mari del sud est asiatico, nel Mar Nero, nel Golfo del Messico e nel Mare del Nord.

ESEMPIO DI MEDUSA GIGANTE

Pensate trovarvi, mentre fate il bagno in mare, davanti alla medusa più grande del mondo…
Ma questo non è un sub qualsiasi, è un ricercatore che sta attaccando un sensore alla medusa di Echizen, zona costiera giapponese. La grande medusa può raggiungere anche il metro e mezzo di diametro e arrivare a pesare 150 chili. I pescatori della zona hanno dichiarato di aver avvistato branchi formati da migliaia di esemplari.
E mentre i pescatori vengono danneggiati in parte dalla grande medusa, che si trova nelle acque del mar del Giappone soprattutto in autunno, i ricercatori utilizzeranno questo grande esemplare, grazie ad alcuni sensori collegati a un satellite, per prendere informazioni sulla temperatura del mare in profondità.

FONTE: FOCUS.IT

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RISCALDAMENTO GLOBALE: ‘Un aumento di +3*C lancerebbe il Pianeta verso conseguenze catastrofiche e irreversibili

Pubblicato da milionidieuro su 12 giugno 2009


Ieri mattina Greenpeace ha fatto suonare un allarme sonoro fuori all’edificio dove sono in corso le trattative sul clima dell’ONU a Bonn. Incatenati alla parte posteriore di un camion, gli attivisti hanno azionato la sirena per cercare di svegliare i Governi che continuano a perdere tempo invece di far progressi verso un serio accordo sul clima.

‘Ci sono Paesi che non hanno nessuna intenzione di salvare il Pianeta dal collasso climatico” afferma Martin Kaiser di Greenpeace International. ”Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Canada stanno agendo come se la crisi non esistesse, mettendo i loro interessi individuali di breve termine prima dell’emergenza globale”.

Allo stato attuale, gli impegni in termini di riduzione delle emissioni di CO2, che sono stati messi sul tavolo dai paesi industrializzati, portano a una diminuzione minima, 8-15%, rispetto ai livelli di emissione di CO2 del 1990, entro il 2020. Il Giappone ha confermato un taglio dell’8%.

La Nuova Zelanda non ha preso nessun impegno, mentre il Canada gia’ prevede un aumento delle emissioni. Gli Stati Uniti di Obama hanno fatto solo un piccolo passo, proponendo un taglio del 4% al 2020.
Per avere una chance di evitare un disastro climatico, avverte Greenpeace, occorre che la temperatura media globale non aumenti di piu’ di 2*C: le emissioni devono essere ridotte almeno del 40% al 2020. I target annunciati dagli Stati apriranno la strada a un aumento della temperatura media pari a +3*C, ben oltre la soglia di irreversibilita’ dei peggiori impatti climatici.

Anche l’Europa – prosegue l’associazione – ha smesso di essere leader all’interno dei negoziati e questa settimana i ministri europei delle Finanze non hanno voluto o saputo mettere sul tavolo le risorse economiche per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare i cambiamenti climatici.
”Un aumento di +3*C lancerebbe il Pianeta verso conseguenze catastrofiche e irreversibili. Potremmo perdere un terzo delle specie viventi,,gran parte dell’Amazzonia e causare la scomparsa dell’Artico e di parte dell’Antartide. I Paesi stanno scommettendo su effetti di portata gigantesca che, se si avverassero, non potrebbero essere riparati con tutti i soldi del mondo”, avverte Kaiser. ”Ancora non vediamo la stessa urgenza e la stessa serieta’ con cui e’ stata affrontata la crisi economico-finanziaria”.

I Capi di Stato che stanno per andare al summit del G8 devono assumersi la responsabilita’ personale per una svolta del negoziato sul clima. Alla Conferenza sul clima globale di Copenhagen il prossimo dicembre i leader del Pianeta devono evitare il rischio di una catastrofe climatica e negoziare il forte accordo di cui il pianeta ha bisogno.

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ECOMAFIE : Se passa la legge sulle intercettazioni il governo farà un regalo alle ecomafie

Pubblicato da milionidieuro su 10 giugno 2009


”Porre la fiducia e approvare un testo che impedira’ di fatto d’intercettare gli eco-criminali, ed in particolare i trafficanti di veleni, e’ un regalo all’ecomafia. Le intercettazioni telefoniche hanno avuto in questi anni un ruolo risolutivo per fermare tante organizzazioni criminali che hanno smaltito illegalmente rifiuti in tutto il Paese. Impedirle per questi reati e’ un atto gravissimo che avra’ gravi ripercussioni sulla lotta contro la criminalita’ ambientale”.

Cosi’ il vicepresidente di Legambiente e responsabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalita’, Sebastiano Venneri, commenta la decisione del governo di bloccare il testo e porre la fiducia sul ddl intercettazioni.

‘Abbiamo denunciato piu’ volte la necessita’ di mantenere questo strumento indispensabile per tutti i reati contro l’ambiente come i traffici illeciti di rifiuti tossici e gli incendi dolosi, altrimenti esclusi perche’ passibili di pene inferiori ai 10 anni. E su questo punto abbiamo avuto al nostro fianco il presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti Gaetano Pecorella, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, magistrati, giuristi competenti e anche parlamentari di maggioranza. Senza intercettazioni – prosegue Venneri – sara’ piu’ difficile continuare a scoprire e perseguire con efficacia certi delitti devastanti, che ogni anno concorrono a danneggiare gravemente il territorio italiano e sgominare il coinvolgimento diretto nelle attivita’ criminali di colletti bianchi, professionisti, funzionari pubblici corrotti e cosi’ via. Una vera e propria immunita’ per chi distrugge l’ambiente e mina la salute dei cittadini”.

Legambiente ricorda che ad oggi i reati ambientali sono ancora pressoche’ puniti con sanzioni di tipo contravvenzionale. In appena 7 anni dalla sua entrata in vigore, invece, la norma che riconosce il delitto di attivita’ organizzata per il traffico illecito di rifiuti, ha consentito alle forze dell’ordine e magistratura di portare a termine ben 131 inchieste – l’ultima delle quali, coordinata dalla procura di Modena, conclusa ieri – di emettere 841 ordinanze di custodia cautelare, denunciare 2425 persone, con il coinvolgimento di 68 procure di tutto il territorio nazionale. Peraltro il 2008 e’ stato l’anno dei record per i trafficanti di rifiuti, che secondo il Rapporto Ecomafia 2009 hanno fatturato circa 7 miliardi di euro, gestendo in maniera criminale circa 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali.

”E’ un atto vergognoso – conclude Venneri – una pagina buia per la lotta alla criminalita’ organizzata, un freno assurdo e ingiustificato all’azione di contrasto delle Forze dell’Ordine e della Magistratura”

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Indios contro le esplorazioni petrolifere sulle loro terre amazzoniche.

Pubblicato da milionidieuro su 6 giugno 2009


Lima. Sale il bilancio degli scontri in corso nella zona peruviana della foresta amazzonica tra gli indios e le autorità di polizia. Al momento il totale è di 45 morti, 20 agenti e 25 manifestanti. Gli indios avevano preso in ostaggio almeno 50 persone, fra cui 38 poliziotti; un blitz tentato per liberarli ha portato alla morte di 9 ostaggi e alla liberazione di altri 22, mentre si ignora la sorte degli altri sette. Il bilancio effettivo degli scontri non può comunque essere verificato considerato che in zona, nella provincia di Utcubamba, non vi sono giornalisti indipendenti presenti. Nella zona è stato proclamato il coprifuoco. Gli indios protestano contro le esplorazioni petrolifere sulle loro terre amazzoniche.

Gli scontri sono avvenuti nella zona nota come Curva del Diablo nella provincia di Utcubamba. Il presidente del gruppo di protesta, Alberto Pizango, ha accusato il governo di «genocidio» per aver attaccato dei manifestanti pacifici. Secondo l’attivista, la polizia avrebbe aperto il fuoco e lanciato lacrimogeni contro una protesta non violenta. Il presdiente peruviano Garcia, che ha molto incoraggiato gli investimenti stranieri nel settore petrolifero in questa zona della giungla amazzonica, dal canto suo ha risposto a Pizango accusandolo di essere sceso sul piano «dell’azione criminale, assaltando posti di polizia, rubando armi e uccidendo agenti che stavano solo facendo il loro lavoro». Dall’aprile scorso, gli indios stanno effettuando una serie di blocchi a intermittenza contro strade, oleodotti, condotte idriche chiedendo al governo di rispettare i diritti delle popolazioni autoctone.

GIà AD APRILE 2009 La Rettet den Regenwald, una Ong tedesca, ha lanciato una campagna per proteggere i diritti e la vita di alcune delle tribù di indios “non contattate” che vivono nelle remote foreste nord-occidentali del Perù messe in pericolo dalla società petrolifera anglo-francese, Perenco, che ha avuto dal governo di Lima concessioni che le permetterebbero di invadere i territori ancestrali di questi indios che non hanno praticamente mai avuto contatti con l´uomo bianco e che non sanno di vivere sul più grande giacimento di petrolio scoperto in Perù negli ultimi trenta anni. «Le uncontacted tribù sono i più vulnerabili tra gli esseri umani sul pianeta – dice Rettet – I trattati internazionali garantiscono i loro diritti… ma gli interessi economici del governo peruviano e l´industria petrolifera sono molto più forti». La campagna di Rettet invita tutti a premere sul presidente della Perenco, Francois Perrodo, sul presidente del Perù, Alan Garcia, sul ministro dell´energia e delle miniere e sul presidente della Perupetro, Daniel Saba perché «I diritti delle tribù “non contattate” devono essere rispettati e qualsiasi attività petrolifera, di concessione o agricola sul loro territorio, deve essere proibita». Della vicenda si sta interessando anche “Survival” ed il suo direttore Stephen Corry, dice che «Questa è un´ulteriore prova del fatto che le “non contattate” tribù del Perù stanno diventando un problema sempre più globale. Il governo e le imprese come Perenco devono capire le norme e le regole: è assolutamente inaccettabile che i territori di questi indios possa essere invaso e distrutto, i loro diritti violati, e la loro vita messa in grave pericolo». Il progetto “blocco 67″ si basa sulla costruzione di un oleodotto ed impianti da un miliardo e mezzo di dollari per trasportare il petrolio estratto da 14 pozzi dell´Amazzonia peruviana alla costa, gli unici dubbi vengono dalla Perupetro, la compagnia petrolifera di Stato, che sta valutando se investire subito nel progetto mentre il prezzo del petrolio è così basso e l´Opec chiede di tagliare la produzione. La giungla interessata dai progetti della Perenco è un´area nella quale vivono almeno due delle ultime tribù “non contattate” del pianeta e le richieste dell´impresa anglo-francese sono fortemente osteggiati dalla Asociación interétnica de desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep) che chiedono alla Commissione Inter-Americana per diritti umani di mettere il veto sul progetto . Ma il clima non sembra dei migliori: il presidente “socialdemocratico”, Alan Garcia, ha detto che le tribù “non contattate” sono un´invenzione degli ambientalisti contrari alle prospezioni petrolifere e che vogliono impedire al Perù di trasformarsi da importatore di petrolio in esportatore. Le riserve petrolifere scoperte sarebbero di 300 milioni di barili che potrebbero essere raggiunti dalle trivelle della Perenco già nel 2011 e sfruttati ad un ritmo di 100.000 barili al giorno, con un´invasione del territorio indio da parte di 1.500 operai che si porterebbero dietro un discreto indotto e molte malattie come il raffreddore e l´influenza che sterminerebbero i popoli indios. La vicenda si svolge nella zona frontaliera tra Perù ed Equador dove l´isolamento ha permesso a piccoli gruppi di indios di non entrare i contatto con la “civiltà”, decidendo di vivere in modo tradizionale, anche grazie a trattati che garantiscono i loro diritti sui territori. Lo studio di impatto ambientale presentato da Perenco però nega completamente l´esistenza di queste tribù che sfuggono ad ogni contatto dopo aver visto gran parte di loro morire per le malattie portate dai “bianchi” o per i massacri perpetrati dai “coloni”. E´ così che alla fine degli anni ´80 è scomparsa la metà dei Nahuas dell´Amazzonia peruviana. La Perenco richiama una legge peruviana che autorizza lo sfruttamento economico «delle terre appartenenti allo Stato ed alle comunità contadine ed indigene». L´atteggiamento del Perù è ben diverso da quello del vicino Equador che nel 1999 ha dichiarato l´area di frontiera “zona intangibile” per proteggere gli indigeni e vieta qualsiasi attività estrattiva nella selva dove vivono le tribù “non contattate”. Nella nuova Costituzione “ambientalista” dell´Equador i diritti inalienabili degli indios sono uno degli elementi centrali. L´Equador ha anche avviato un´iniziativa unica al mondo che vieta lo sfruttamento petrolifero nella foresta tropicale, nel parco nazionale Yasuní e nell´area Ishpingo-Tambococha- Tiputini, in cambio di una compensazione finanziaria internazionale.

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PESTICIDI: SOLO UN FRUTTO SU DUE NE è PRIVO

Pubblicato da milionidieuro su 5 giugno 2009


Solo un frutto su due che arrivano sulla nostra tavola e’ privo di pesticidi. Mele e agrumi tra i frutti piu’ contaminati. Aumentano i campioni con tracce di uno o piu’ residui leggero aumento anche dei campioni irregolari, diminuisce invece il numero dei controlli. Lo evidenzia ”Pesticidi nel Piatto”, il Rapporto annuale di Legambiente sui residui di fitofarmaci nei prodotti ortofrutticoli e derivati commercializzati in Italia, presentato oggi.

Il lieve ma costante miglioramento dei dati sulla presenza dei pesticidi sui prodotti ortofrutticoli e derivati, osservato negli ultimi anni sembra essersi arrestato.

L’edizione 2009 del rapporto elaborato da Legambiente sulla base dei dati ufficiali forniti da Arpa, Asl e laboratori zooprofilattici, mostra risultati stabili se non peggiori del 2008.

A fronte di una evidente diminuzione dei campioni analizzati (quasi 1300 in meno rispetto all’anno scorso), si riscontra un seppur lieve incremento dei campioni irregolari per concentrazioni troppo elevate di residui di agrofarmaci rispetto ai limiti stabili dalla legge. Complessivamente le analisi svolte dai laboratori pubblici provinciali e regionali hanno preso in considerazione 8764 campioni, di cui 109 sono risultati irregolari, pari all’1,2% del totale, in leggero aumento rispetto al 2008 (1%), mentre su 2410 (il 27,5%) e’ stata rilevata la presenza di uno o piu’ residui.

Su 3474 campioni di verdure analizzati lo 0,8% e’ addirittura irregolare (residui oltre i limiti di legge), un valore piu’ o meno stabile rispetto all’anno precedente quando si attestava sullo 0,7%, mentre 565 campioni (il 16,3%) sono regolari ma con residui, in aumento dell’1,6% rispetto all’anno scorso (14,7%). Stesso aumento per i campioni contaminati da uno o piu’ residui tra i prodotti derivati (19,5% rispetto al 18% dello scorso anno).

La frutta si riconferma quale categoria ”piu’ inquinata”, con un aumento, rispetto all’anno scorso, delle irregolarita’. Infatti, su 3507 campioni di frutta, 81 (il 2,3%) sono irregolari con residui al di sopra dei limiti di legge (+ 0,7% rispetto al 2008). Invece, i campioni di frutta regolari con uno o piu’ di un residui chimici risultano pari al 43,9%. Quindi solo un frutto su due (il 53,8% per la precisione) che arriva sulle nostre tavole e’ privo di residui chimici.

”Gli ultimi dati Istat – ha dichiarato Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente – ci dicono che gia’ nel 2007 la quantita’ totale dei fitosanitari distribuiti per uso agricolo in Italia era aumentata del 3% rispetto al 2006, passando da 148,9 a 153,4 mila tonnellate.

Un dato questo, abbastanza preoccupante, perche’ sembra indicare che lo sforzo sinora sostenuto dall’agricoltura italiana per offrire ai consumatori prodotti sempre piu’ sani e per ridurre l’inquinamento abbia subito uno stop”.

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Tecno-rifiuti: Tecnorifiuti dei paesi ricchi smaltiti illegalmente in Africa

Pubblicato da milionidieuro su 3 giugno 2009


La EarthECycle di Pittsburgh finge di riciclare i rifiuti elettronici dei cittadini Usa ma poi li scarica sulle spiagge del continente nero, dove vengono bruciati provocando dense colonne di fumo tossico.

Secondo l’ultimo rapporto «Ban» (
Basel Action Network), l’ondata di rifiuti hi-tech ha raggiunto l’Africa. Gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo con la pretesa di rimediare al «divario digitale»: ma invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno, finiscono in enormi discariche inquinanti. Il reportage scopre un finto riciclo di rifiuti elettronici da parte della EarthECycle che da Pittsburgh sbarca in Africa.

Secondo un rapporto complilato dall’organizzazione ambientalista Basel Action Network (BAN) l’ondata di rifiuti hi-tech avrebbe raggiunto anche l’Africa. Computer, cellulari, scanner e stampanti, gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo come parziale rimedio al loro enorme divario digitale. Una volta sul posto, però, invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno vengono ammassati in enormi discariche inquinanti.
Se fino ad ora le mete preferite dai trafficanti di immondizia cybernetica erano situate in Asia, con un occhio particolare per le province più povere della Cina, adesso le rotte sembrano convergere verso il continente africano, ricalcando in parte quelle del tristemente noto commercio triangolare.
Infatti l’ultima denuncia del gruppo ambientalista riguarda una raccolta di materiale elettronico in disuso effettuata nei dintorni di Pittsburgh, negli Stati Uniti. EarthECycle, la società incaricata dello smalitmento, avrebbe invece riempito sette container spedendoli poi a Hong Kong e in Sud Africa.
Sul rapporto si legge che quelli diretti verso l’ex protettorato britannico sarebbero stati intercettati e rispediti al mittente, mentre il carico diretto in Sud Africa dovrebbe essere arrivato nel porto di Durban.
Generalmente gli USA non vietano questo tipo di esportazioni, ma uno dei container fotografati segnalati da BAN conteneva esclusivamente vechi monitor CRT, per i quali non è consentito l’espatrio senza il consenso della nazione cui sono destinati.
Nonostante gli stessi produttori di hardware incoraggino il riciclaggio pulito secondo la Environmental Protection Agency statunitense nel 2008 solo il 20 per cento degli scarti elettronici è stato riciclato all’interno del territorio USA. La stragrande maggioranza di ciò che è rimasto è stata inviata oltreoceano.
Le autorità portuali di Lagos, uno dei più importanti centri urbani della Nigeria e meta di molte discariche galleggianti, lamentano l’arrivo ogni mese di una grande quantità di inutile ferraglia: solo il 25 per cento dei prodotti scaricati da 500 container è considerato riutilizzabile.
In molti di questi paesi la conseguenza di questi traffici è che ingenti quantità di e-waste vengono prima radunate in discariche dal vago sapore cyber-punk, e poi bruciate: il tutto senza la minima considerazione del pericolo ambientale costituito dalle nubi tossiche sprigionate da questi roghi

Tecno-rifiuti britannici smaltiti illegalmente da bimbi africani
Tonnellate di rifiuti tossico-nocivi vengono raccolti ogni giorno in Gran Bretagna e spediti – in barba agli accordi internazionali a tutela dell’ambiente – in paesi africani come Nigeria e Ghana. A svelare il traffico illegale è un’inchiesta congiunta del quotidiano britannico The Independent, l’emittente Sky News, e l’associazione ambientalista Greenpeace UK. Che, nascondendo in un televisore danneggiato un trasmettitore satellitare, hanno tracciato e smascherato l’orrenda filiera. Secondo le norme in vigore, infatti, ogni apparecchio elettronico ormai inutilizzabile – computer, stereo, televisori: tutti oggetti ricchi di metalli pesanti e altri componenti velenosi – dovrebbero venir smaltiti in modo sicuro senza lasciare il loro paese d’origine.

La realtà invece è ben diversa. Società compiacenti raccolgono la spazzatura elettronica – e-waste, in inglese – raccolta in discariche comunali e la esportano, previa compenso, in paesi in via di sviluppo. Dove un’intera generazione di ragazzini – immersa in vapori cancerogeni – smantella, scava, fonde e recupera le preziose materie prime contenute negli elettrodomestici dell’Occidente. Il viaggio della vergogna ha inizio in un centro di raccolta gestito dal consiglio provinciale dell’Hampshire. Stando alle direttive Ue, la tv avrebbe dovuto essere riciclata dagli specialisti del settore. Invece è stata acquistata dalla BJ Electronics, ditta dell’East End di Londra – che, rivela l’Independent, paga una sterlina per ogni monitor di computer, tre sterline per un grande televisore e cinque sterline per uno stereo con cd.

La tv, insieme ad altri elettrodomestici, è stata quindi rivenduta ad un’altra azienda. Che, riempito un container, l’ha spedita a Lagos, Nigeria, a bordo della motonave Mv Grande America. Una volta approdata a destinazione, la Tv-cimice è stata consegnata a uno dei tanti robivecchi che affollano il ‘mercato’ di Alaba, centro nevralgico dell’industria dell’usato nigeriana. Dove è stata prontamente riacquistata dagli autori dell’inchiesta – evitando così che finisse nella discarica a cielo aperto, regno incontrastato dei bimbi perduti della Nigeria. “In ogni container – ha detto all’Independent Igwe Chenadu, presidente dell’Alaba Technicians Association – circa il 35-40% degli oggetti non funziona. Di questi, solo un terzo si può riparare. Il resto finisce ai ragazzini”.

E ogni giorno, ad Alaba, arrivano in media dall’Europa e dall’Asia 15 container si tecno-spazzatura. Paradossalmente, però, a rendere possibile l’orrenda tratta é la direttiva Ue stessa – ‘Waste Electrical and Electronic Equipment Directive’, o Weee. La legge, infatti, vieta l’esportazione dei dispositivi rotti e inutilizzabili. Via libera invece per quelli vecchi ma ancora funzionanti. “Il sistema – ha spiegato una fonte interna del settore – dovrebbe fare da filtro e separare i rifiuti tossici da un legittimo mercato dell’usato. In realtà viene spedito tutto all’estero”.

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Tecno-rifiuti: Tecnorifiuti dei paesi ricchi smaltiti illegalmente in Africa

Pubblicato da milionidieuro su 3 giugno 2009


La EarthECycle di Pittsburgh finge di riciclare i rifiuti elettronici dei cittadini Usa ma poi li scarica sulle spiagge del continente nero, dove vengono bruciati provocando dense colonne di fumo tossico.

Secondo l’ultimo rapporto «Ban» (
Basel Action Network), l’ondata di rifiuti hi-tech ha raggiunto l’Africa. Gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo con la pretesa di rimediare al «divario digitale»: ma invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno, finiscono in enormi discariche inquinanti. Il reportage scopre un finto riciclo di rifiuti elettronici da parte della EarthECycle che da Pittsburgh sbarca in Africa.

Secondo un rapporto complilato dall’organizzazione ambientalista Basel Action Network (BAN) l’ondata di rifiuti hi-tech avrebbe raggiunto anche l’Africa. Computer, cellulari, scanner e stampanti, gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo come parziale rimedio al loro enorme divario digitale. Una volta sul posto, però, invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno vengono ammassati in enormi discariche inquinanti.
Se fino ad ora le mete preferite dai trafficanti di immondizia cybernetica erano situate in Asia, con un occhio particolare per le province più povere della Cina, adesso le rotte sembrano convergere verso il continente africano, ricalcando in parte quelle del tristemente noto commercio triangolare.
Infatti l’ultima denuncia del gruppo ambientalista riguarda una raccolta di materiale elettronico in disuso effettuata nei dintorni di Pittsburgh, negli Stati Uniti. EarthECycle, la società incaricata dello smalitmento, avrebbe invece riempito sette container spedendoli poi a Hong Kong e in Sud Africa.
Sul rapporto si legge che quelli diretti verso l’ex protettorato britannico sarebbero stati intercettati e rispediti al mittente, mentre il carico diretto in Sud Africa dovrebbe essere arrivato nel porto di Durban.
Generalmente gli USA non vietano questo tipo di esportazioni, ma uno dei container fotografati segnalati da BAN conteneva esclusivamente vechi monitor CRT, per i quali non è consentito l’espatrio senza il consenso della nazione cui sono destinati.
Nonostante gli stessi produttori di hardware incoraggino il riciclaggio pulito secondo la Environmental Protection Agency statunitense nel 2008 solo il 20 per cento degli scarti elettronici è stato riciclato all’interno del territorio USA. La stragrande maggioranza di ciò che è rimasto è stata inviata oltreoceano.
Le autorità portuali di Lagos, uno dei più importanti centri urbani della Nigeria e meta di molte discariche galleggianti, lamentano l’arrivo ogni mese di una grande quantità di inutile ferraglia: solo il 25 per cento dei prodotti scaricati da 500 container è considerato riutilizzabile.
In molti di questi paesi la conseguenza di questi traffici è che ingenti quantità di e-waste vengono prima radunate in discariche dal vago sapore cyber-punk, e poi bruciate: il tutto senza la minima considerazione del pericolo ambientale costituito dalle nubi tossiche sprigionate da questi roghi

Tecno-rifiuti britannici smaltiti illegalmente da bimbi africani
Tonnellate di rifiuti tossico-nocivi vengono raccolti ogni giorno in Gran Bretagna e spediti – in barba agli accordi internazionali a tutela dell’ambiente – in paesi africani come Nigeria e Ghana. A svelare il traffico illegale è un’inchiesta congiunta del quotidiano britannico The Independent, l’emittente Sky News, e l’associazione ambientalista Greenpeace UK. Che, nascondendo in un televisore danneggiato un trasmettitore satellitare, hanno tracciato e smascherato l’orrenda filiera. Secondo le norme in vigore, infatti, ogni apparecchio elettronico ormai inutilizzabile – computer, stereo, televisori: tutti oggetti ricchi di metalli pesanti e altri componenti velenosi – dovrebbero venir smaltiti in modo sicuro senza lasciare il loro paese d’origine.

La realtà invece è ben diversa. Società compiacenti raccolgono la spazzatura elettronica – e-waste, in inglese – raccolta in discariche comunali e la esportano, previa compenso, in paesi in via di sviluppo. Dove un’intera generazione di ragazzini – immersa in vapori cancerogeni – smantella, scava, fonde e recupera le preziose materie prime contenute negli elettrodomestici dell’Occidente. Il viaggio della vergogna ha inizio in un centro di raccolta gestito dal consiglio provinciale dell’Hampshire. Stando alle direttive Ue, la tv avrebbe dovuto essere riciclata dagli specialisti del settore. Invece è stata acquistata dalla BJ Electronics, ditta dell’East End di Londra – che, rivela l’Independent, paga una sterlina per ogni monitor di computer, tre sterline per un grande televisore e cinque sterline per uno stereo con cd.

La tv, insieme ad altri elettrodomestici, è stata quindi rivenduta ad un’altra azienda. Che, riempito un container, l’ha spedita a Lagos, Nigeria, a bordo della motonave Mv Grande America. Una volta approdata a destinazione, la Tv-cimice è stata consegnata a uno dei tanti robivecchi che affollano il ‘mercato’ di Alaba, centro nevralgico dell’industria dell’usato nigeriana. Dove è stata prontamente riacquistata dagli autori dell’inchiesta – evitando così che finisse nella discarica a cielo aperto, regno incontrastato dei bimbi perduti della Nigeria. “In ogni container – ha detto all’Independent Igwe Chenadu, presidente dell’Alaba Technicians Association – circa il 35-40% degli oggetti non funziona. Di questi, solo un terzo si può riparare. Il resto finisce ai ragazzini”.

E ogni giorno, ad Alaba, arrivano in media dall’Europa e dall’Asia 15 container si tecno-spazzatura. Paradossalmente, però, a rendere possibile l’orrenda tratta é la direttiva Ue stessa – ‘Waste Electrical and Electronic Equipment Directive’, o Weee. La legge, infatti, vieta l’esportazione dei dispositivi rotti e inutilizzabili. Via libera invece per quelli vecchi ma ancora funzionanti. “Il sistema – ha spiegato una fonte interna del settore – dovrebbe fare da filtro e separare i rifiuti tossici da un legittimo mercato dell’usato. In realtà viene spedito tutto all’estero”.

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lampadine a incandescenza:Scoperto negli Usa un procedimento che fa aumentare il rendimento luminoso

Pubblicato da milionidieuro su 2 giugno 2009


E’ morta la lampada a incandescenza, viva la lampada a incandescenza! L’annuncio forse è prematuro, ma sembra proprio questa la prospettiva schiusa da una nuova scoperta effettuata nel laboratori di fisica dell’università di Rochester, negli Stati Uniti. Proprio quando sta per scattare la messa al bando dell’Unione Europea per le lampade col filamento -da settembre prossimo, progressivamente, a partire dai wattaggi più elevati, saranno ritirate dal commercio, fino alla completa cancellazione nel 2016-, una ricerca in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica internazionale Physical Review Letters, le riabilita e sembra assicurare ad esse una seconda vita, nel rispetto del risparmio e della sostenibilità.

LA SCOPERTA – Il miracolo tecnologico è stato compiuto da un gruppo di ricercatori americani specializzati in ottica fisica i quali sperimentavano da tempo le trasformazioni indotte, su scala microscopica, dall’esposizione di alcuni metalli a un nuovo tipo di laser di potenza. Racconta Chunlei Guo, professore associato di Ottica all’università di Rochester, e uno degli autori della scoperta: «Mentre stavamo effettuando alcuni esperimenti con il laser ultraveloce, ci siamo chiesti che cosa sarebbe successo se lo avessimo puntato sul filamento di una lampadina. E così abbiamo fatto passare un sottile raggio attraverso il bulbo di vetro e abbiamo colpito solo un segmento di filamento. Ebbene, ci siamo resi conto che quel tratto di filamento colpito emetteva molta più luce rispetto al resto, e tutto ciò senza che la lampada assorbisse più energiA». Che cosa era successo? Come hanno potuto constatare gli scienziati di Rochester, il laser ultraveloce aveva variato la struttura elementare del metallo tungsteno di cui è fatto il filamento, riorganizzandola in una fila di nano strutture che ne fanno aumentare il rendimento luminoso.

APPLICAZIONI – Insomma, pare che basterebbe trattare in questo modo i filamenti delle lampade a incandescenza per far sì, tanto per fare un esempio concreto, che una da 60 watt emetta una luce equivalente a 100 watt, senza richiedere per questo maggiore energia elettrica. Se il trasferimento tecnologico di questa scoperta sarà praticabile e porterà alla commercializzazione di lampade a incandescenza più efficienti, interrogativi che ancora sono senza risposta, allora potremmo assistere a un capovolgimento della situazione a sfavore delle lampade fluorescenti. Quest’ultime, infatti, a fronte dell’indubbio risparmio, presentano il problema dell’inquinamento da mercurio, in un contesto in cui spesso non viene assicurato un corretto smaltimento dei prodotti giunti a fine vita. Per altro, molti utenti, pur riconoscendo l’attuale inefficienza energetica delle lampade a incandescenza, ne rimpiangono la qualità dell’illuminazione che è la più simile alla luce naturale del Sole.

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lampadine a incandescenza:Scoperto negli Usa un procedimento che fa aumentare il rendimento luminoso

Pubblicato da milionidieuro su 2 giugno 2009


E’ morta la lampada a incandescenza, viva la lampada a incandescenza! L’annuncio forse è prematuro, ma sembra proprio questa la prospettiva schiusa da una nuova scoperta effettuata nel laboratori di fisica dell’università di Rochester, negli Stati Uniti. Proprio quando sta per scattare la messa al bando dell’Unione Europea per le lampade col filamento -da settembre prossimo, progressivamente, a partire dai wattaggi più elevati, saranno ritirate dal commercio, fino alla completa cancellazione nel 2016-, una ricerca in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica internazionale Physical Review Letters, le riabilita e sembra assicurare ad esse una seconda vita, nel rispetto del risparmio e della sostenibilità.

LA SCOPERTA – Il miracolo tecnologico è stato compiuto da un gruppo di ricercatori americani specializzati in ottica fisica i quali sperimentavano da tempo le trasformazioni indotte, su scala microscopica, dall’esposizione di alcuni metalli a un nuovo tipo di laser di potenza. Racconta Chunlei Guo, professore associato di Ottica all’università di Rochester, e uno degli autori della scoperta: «Mentre stavamo effettuando alcuni esperimenti con il laser ultraveloce, ci siamo chiesti che cosa sarebbe successo se lo avessimo puntato sul filamento di una lampadina. E così abbiamo fatto passare un sottile raggio attraverso il bulbo di vetro e abbiamo colpito solo un segmento di filamento. Ebbene, ci siamo resi conto che quel tratto di filamento colpito emetteva molta più luce rispetto al resto, e tutto ciò senza che la lampada assorbisse più energiA». Che cosa era successo? Come hanno potuto constatare gli scienziati di Rochester, il laser ultraveloce aveva variato la struttura elementare del metallo tungsteno di cui è fatto il filamento, riorganizzandola in una fila di nano strutture che ne fanno aumentare il rendimento luminoso.

APPLICAZIONI – Insomma, pare che basterebbe trattare in questo modo i filamenti delle lampade a incandescenza per far sì, tanto per fare un esempio concreto, che una da 60 watt emetta una luce equivalente a 100 watt, senza richiedere per questo maggiore energia elettrica. Se il trasferimento tecnologico di questa scoperta sarà praticabile e porterà alla commercializzazione di lampade a incandescenza più efficienti, interrogativi che ancora sono senza risposta, allora potremmo assistere a un capovolgimento della situazione a sfavore delle lampade fluorescenti. Quest’ultime, infatti, a fronte dell’indubbio risparmio, presentano il problema dell’inquinamento da mercurio, in un contesto in cui spesso non viene assicurato un corretto smaltimento dei prodotti giunti a fine vita. Per altro, molti utenti, pur riconoscendo l’attuale inefficienza energetica delle lampade a incandescenza, ne rimpiangono la qualità dell’illuminazione che è la più simile alla luce naturale del Sole.

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Haven: ostriche test per stato acque

Pubblicato da milionidieuro su 1 giugno 2009


Ostiche e membrane ricettive sono state piazzate nel mare ( 30-05-2009) presso il relitto della Haven allo scopo di verificare la qualita’ delle acque. Le ostriche sono state collocate dai sommozzatori dei carabinieri in cinque gabbie in parte a 100 metri dalla petroliera e in parte sul cassero della nave stessa, affondata presso Arenzano. Verranno ritirate verso la fine di giugno 2009 e analizzate dall’Arpal, che sta conducendo la campagna di monitoraggio e di bonifica dagli idrocarburi.

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cambiamenti climatici: Disastri ambientali, sei milioni di ecoprofughi in fuga

Pubblicato da milionidieuro su 30 maggio 2009


Nel mondo ci sono 37,4 milioni di profughi, di cui oltre la meta’ in fuga da catastrofi naturali. Presto, secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, 6 milioni di persone ogni anno saranno costrette a fuggire dai danni provocati dai cambiamenti climatici, ma per loro non varra’ lo status di ‘rifugiato’. Lo denuncia Legambiente, nel dossier ‘Profughi ambientali’, presentato nell’ambito di ‘Terra Futura’, la mostra sulle buone pratiche di sostenibilita’ in corso alla Fortezza da Basso di Firenze. Leggendo il dossier si apprende che l’Unicef tra il 2005 e il 2007 ha risposto a 276 emergenze in 92 Paesi, oltre la meta’ delle quali causate da calamita’, il 30% da conflitti e il 19% da problemi sanitari. Inoltre, secondo i dati del programma Onu per lo sviluppo umano, oggi sono 344 milioni le persone a rischio di cicloni tropicali e 521 quelle a rischio di inondazioni. Le previsioni presentano un quadro drammatico: per l’Unicef nel 2010 50 milioni di persone soffriranno la fame a causa di emergenze umanitarie e climatiche e per l’Alto commissariato Onu per i rifugiati i cambiamenti climatici potrebbero costringere 6 milioni di persone all’anno a lasciare le loro case. Un dato che per il 2050 potrebbe arrivare all’astronomica cifra di 200/250 milioni di persone. ”Il fenomeno dei migranti e rifugiati per cause ambientali e’ gia’ oggi di notevole entita’ e aumentera’ in modo drastico – spiega Mautizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria di Legambiente -. Eppure non si riesce a dare un numero preciso di quanti siano al momento o a dare loro assistenza adeguata, perche’ giuridicamente i rifugiati ambientali non esistono”. Le conseguenze dei cambiamenti climatici, rileva ancora il dossier di Legambiente, toccano anche l’Italia che negli ultimi 20 anni ha visto triplicare l’inaridimento del suolo. L’associazione stima che il 27% del territorio nazionale sia a rischio desertificazione con sette regioni particolarmente esposte: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

La metà sarà costretta a raccoglie­re in fretta i pochi oggetti sottrat­ti alla furia del cielo e del mare, tallonata nella sua fuga da inondazioni e tempeste, cicloni e uragani. L’altra me­tà avrà più tempo per arrendersi ai de­serti che avanzano, divorando i campi e affamando le bestie, o agli oceani che si alzano, erodendo le coste e distruggen­do gli atolli. Tutti, inesorabilmente, se ne dovranno andare.

Questione di settimane, mesi, forse qualche anno. Sono 6 milioni, secondo le stime elaborate da Legambiente. Un dossier, quello dedicato al riscaldamen­to globale come fattore scatenante delle migrazioni, che sarà presentato oggi a Terra Futura ( www.terrafutura.it), la mostra-convegno internazionale sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale; la sesta edizione si chiuderà do­mani alla Fortezza da Basso di Firenze.

Li chiamano ecoprofughi, e sono l’ul­timo tassello in ordine di tempo che si unisce al complicato mosaico dei muta­menti climatici. Secondo l’Unhcr, l’agen­zia Onu per i rifugiati, il fenomeno è de­stinato a subire un aumento esponenzia­le: nel 2050, il mondo potrebbe ritrovar­si a gestire la migrazione forzata di 200-250 milioni di persone da terre ina­ridite o completamente sott’acqua, de­vastate dal surriscaldamento o dalla de­forestazione. È per questo che Legam­biente ha scelto di lanciare, proprio a Fi­renze, la proposta per il riconoscimento di uno status giuridico ai profughi am­bientali. E non è un caso, forse, che que­sto avvenga in una Regione che si appre­sta a introdurre — secondo il presiden­te del Consiglio toscano Riccardo Nenci­ni, «l’assemblea la varerà lunedì» — la «sua» legge sull’immigrazione, in aper­ta sfida al ddl sulla sicurezza e alla linea politica del governo. Così come non può essere una coincidenza che proprio nei prossimi giorni — come scriveva ie­ri il New York Times — l’Assemblea ge­nerale delle Nazioni Unite si prepari ad adottare la prima risoluzione che colle­ghi ufficialmente il cambiamento del cli­ma al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.

Sono 18 milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono colpite da di­sastri naturali; la quasi totalità (98%) si concentra nei Paesi in via di sviluppo. Basta un grande fiume che, gonfiato da un monsone anomalo, esca dal suo al­veo per distruggere case, campi, fonti di sostentamento di intere nazioni. Le piogge torrenziali che hanno flagellato la Namibia dal gennaio di quest’anno so­no le dirette responsabili dell’esodo for­zato di 350.000 contadini e allevatori: il 50% delle strade sono danneggiate, a ri­schio il 63% dei raccolti. Tra il 1997 e il 2020, nella sola Africa subsahariana le stime parlano di 60 milioni di migranti per la desertificazione. «Ma il problema è anche l’Italia che, negli ultimi 20 anni, ha visto il 27% del territorio — Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia… — inaridirsi fino al punto limi­te, con il 10% della Sardegna già deserti­ficato ». Maurizio Gubbiotti, coordinato­re della segreteria nazionale di Legam­biente, traccia un quadro italiano che è l’esatto rispecchiamento di un dramma mondiale. «Kyoto ci chiedeva di ridurre del 6,5% le emissioni; noi le abbiamo au­mentate del 13, a livello globale sono cresciute del 37%. Gli scienziati dicono che siamo vicini al punto di non ritor­no, quando il pianeta non avrà più capa­cità di adattamento». Nessuno, dunque, può ritirarsi dalla partita.

«Le crisi ambientali sono ovunque, quasi tutte provocate dall’uomo. E se fi­no a qualche anno fa il grosso dei rifu­giati scappava dalle persecuzioni, dai conflitti, da due anni in qua il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra — fa il punto Gubbiotti —. All’inizio è un pas­saggio interno, o tra Paesi confinanti; poi diventa la fuga verso Paesi che pos­sono dare più fortuna».

«Sappiamo benissimo che d’ora in poi ci saranno sempre più rifugiati — commenta l’economista americana Su­san George, presidente del Transnatio­nal Institute di Amsterdam —. Per un semplice motivo: anche volendo, non saranno in grado di restare dove sono. Prendiamo l’Africa, dove l’agricoltura ha già subito un tracollo pari al 60%, do­ve tutto ciò che è asciutto diventerà an­cora più secco e tutto ciò che è bagnato diventerà fradicio… Le condizioni di vi­ta saranno insostenibili».

Gli eco-profughi bussano alle nostre frontiere, «ed è necessario — afferma Gubbiotti — che la politica generale non sia più soltanto il negoziato per ri­durre le emissioni di gas inquinanti, ma anche, appunto, la ridefinizione dello status di rifugiati». La proposta può sembrare una provo­cazione, ma ha i piedi ben piantati sulla terra; già il 31 ottobre scorso, un docu­mento di lavoro dell’Iasc, il comitato in­ter- agenzia per il coordinamento uma­nitario Onu, aveva sottolineato come «né la Convenzione sui cambi climatici né il Protocollo di Kyoto includano mi­sure per l’assistenza o la protezione di coloro che saranno direttamente colpiti dagli effetti dei mutamenti nel clima»; e i criteri della Convenzione sullo status dei rifugiati, adottata nel 1951, non paio­no abbastanza flessibili per gestire le nuove emergenze. Pochi giorni fa, l’Or­ganizzazione mondiale per le migrazio­ni ha diffuso un rapporto in cui si rico­nosce che «i migranti per ragioni am­bientali non cadono direttamente in nessuna delle categorie offerte dal qua­dro giuridico internazionale». E se è ve­ro, ammette Gubbiotti, che «la proposta può sembrare improbabile dal punto di vista della praticabilità», lo è altrettanto che «sul fronte Onu sono già stati fatti passi avanti. E potremmo arrivare a dei risultati concreti».

Nel frattempo, in assenza di una gri­glia giuridica «aggiornata», è necessa­rio agire. Per spezzare questo circolo perverso, che intreccia indissolubilmen­te crisi ambientale e crisi sociale. «E la mia proposta — interloquisce la George — è relativamente semplice: l’Europa cancelli subito il debito ai Paesi più po­veri. Iniziando dall’Africa subsahariana, che continua a pagare una somma pari a 19 miliardi all’anno. A una condizio­ne: che quel denaro venga investito in riforestazione, conservazione delle riser­ve idriche, sviluppo di programmi a tu­tela della biodiversità». Con un monito­raggio costante, «perché è inutile far fin­ta che la corruzione non sia un proble­ma »; ma anche in stretta collaborazione «con associazioni ed esperti locali, met­tendo a disposizione un patrimonio di conoscenze tutto europeo — nella sil­vicoltura, nell’agricoltura sostenibi­le… ». E poi, dopo l’Africa, «gli altri Paesi più colpiti dall’emergenza ambientale: solo per le deforestazioni, Indonesia, Brasile, Paraguay… il modello, una volta perfezionato, potrebbe essere esportato ovunque».

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EFFETTO SERRA: Gas nocivi diminuiscano entro 6 anni e si dimezzino per il 2050

Pubblicato da milionidieuro su 30 maggio 2009


Le emissioni di gas nocivi per 20 premi Nobel devono cominciare a diminuire entro sei anni per evitare cambi climatici gravi e pericolosi.I 20 lanciano l’allarme dal St James’s Palace Nobel Laureate’s Symposium di Londra: si ritiene necessario che al summit di Copenaghen a dicembre le nazioni si impegnino a dimezzare le emissioni per il 2050. In una nota i Nobel, tra cui Carlo Rubbia, spiegano che se le temperature salgono ancora piu’ di due gradi le conseguenze sul clima saranno ingestibili.

”Mai come ora e’ urgente arrestare la corsa dell’inquinamento e tagliare le emissioni di gas serra, assumendo impegni seri e condivisi per contrastare il global warming e salvare il pianeta”. Con queste parole Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, e’ intervenuto stamattina alla presentazione del Rapporto sui Diritti Globali 2009, il dossier annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo. Tra i partecipanti erano presenti anche Guglielmo Epifani, segretario generale CGIL, Paolo Beni, presidente nazionale ARCI, don Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele, Patrizio Gonnella, presidente nazionale Antigone, Alice Grecchi Dipartimento comunicazione di ActionAid, Ciro Pesacane, presidente nazionale Forum Ambientalista, Sergio Segio, curatore del Rapporto, direttore di Associazione Societa’ INformazione, e Armando Zappolini vicepresidente del CNCA. ”Abbiamo solo sei mesi per arrivare preparati alla Conferenza di Copenaghen e fermare la febbre del pianeta. I mutamenti climatici, infatti, non sono piu’ una minaccia ipotetica ma una realta’ concreta e incontrovertibile, le cui conseguenze sono sempre piu’ evidenti e tangibili. Altrettanto palese e’ diventato anche l’intreccio tra questioni ambientali e sociali. Non a caso – ha aggiunto Gubbiotti – alcune importanti lotte sociali, come quelle per la sovranita’ alimentare, il diritto all’acqua e il diritto alla salute, hanno sposato in pieno la causa ambientale.

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MEDUSE: Avvistate a milioni

Pubblicato da milionidieuro su 29 maggio 2009


Il pilota della Marina militare francese l’ha scambiata per una chiazza di petrolio. Troppo estesa, per essere altro, ha pensato. Quando però è giunta sul luogo dell’avvistamento una motovedetta, la sorpresa: si trattava di una enorme, immensa colonia di meduse. Una «macchia» lunga quasi 10 chilometri, larga dai 10 ai 100 metri, che fluttuava a Nord del «dito» della Corsica, a 20 miglia dallo scoglio della Giraglia.

Così, qualche giorno fa, è scattato l’allarme. Dove andrà a parare questa minaccia? In realtà, si tratta di migliaia di «barchette di San Pietro» (il nome scientifico velella-velella), meduse piccole con un diametro oscillante tra i 2 e 7 centimetri, trasparenti e con i riflessi azzurri e verdi, e dal potere urticante minimo. Gli esperti di correnti hanno previsto lo spiaggiamento tra Costa Azzurra e Versilia, con i venti da Sud; in Corsica e Sardegna con la tramontana.

Per qualcuno, le propaggini della colonia sarebbero già giunte in Liguria. Dove sono 15 giorni che si susseguono gli avvistamenti. E così anche in Toscana, a Capri. E nel Nord della Corsica, mentre non sarebbero ancora arrivate in Sardegna. L’allerta è scattata però in Spagna: sono state avvistate decine di «caravelle portoghesi», una medusa oceanica (entra da Gibilterra) ben più pericolosa della «barchetta di San Pietro»: ha lunghissimi tentacoli che rilasciano aculei particolarmente urticanti e che hanno il potere di far abbassare la pressione sanguigna con il rischio di collasso. Allarmi su allarmi, che si rincorrono. E che fanno temere un’altra estate dal tuffo difficile. Come quella di due anni fa. Con una domanda di fondo: le meduse sono in aumento nel Mediterraneo? «È un’ipotesi, ma non ci sono le prove, perché non possiamo contare su dati storici», spiega Alessandro Giannì, biologo marino, direttore delle campagne Greenpeace. «Non sappiamo se è effettivamente è aumentato il loro numero oppure se ci sono più allarmi perchè il mare è più frequentato».

Pochi giorni fa, da Barcellona, l’Istituto di Scienze Marine ha messo in guardia sullo spopolamento delle nostre acque: meno pesce, più meduse. Più o meno come aveva predetto una decina di anni fa un biologo: continuando a pescare senza regola nel Mediterraneo (e altrove), questo l’assunto, sarebbero venuti meno i predatori, quindi le prede, e dunque i «competitor» delle meduse, che sarebbero proliferate. «Nel Mediterraneo non ci sono dati certi che provino questo scenario. Vi sono invece per le acque della Namibia, Giappone e Antartide» spiega Giannì. Dunque, l’ipotesi non può essere esclusa. L’ambientalista parla di «alterazione dell’eco-sistema». Le meduse sono avvistate sempre più sottocosta: «Ma sono fatte per stare al largo. Vuol dire, allora, che il corso delle correnti è mutato». Poi, vi sono altri fattori: l’inquinamento, i cambiamenti climatici, appunto la pesca «Stiamo parlando di un equilibrio delicato: se ci sono meno pesci che si cibano di meduse, come quello azzurro e il pesce luna, oppure le tartarughe, ma soprattutto se ci sono sempre meno pesci che si cibano di plancton, alimento principe delle meduse, diminuisce la mortalità di queste ultime e ci sono le condizioni favorevoli perché possano riprodursi e proliferare» spiega Giannì. Il rimedio? «Smetterla col saccheggio del mare, istituire riserve sottocosta, ma anche al largo» dice Greenpeace. Prima che sia tardi.

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Smog: può danneggiare il Dna in soli tre giorni

Pubblicato da milionidieuro su 19 maggio 2009


Respirare alcune sostanze inquinanti può danneggiare il Dna in soli tre giorni: alcuni geni vengono letteralmente ‘riprogrammati’ dallo smog, influendo sullo sviluppo di malattie come il tumore del polmone. A scoprirlo sono stati i ricercatori dell’università di Milano, guidati da Andrea Baccarelli, che hanno presentato i risultati delle loro analisi su 63 lavoratori di una fonderia in occasione della 105esima conferenza internazionale dell’America Thoracic Society di San Diego (Usa). “Recentemente – ha affermato Baccarelli – sono stati rilevati nel sangue e nei tessuti di pazienti con cancro del polmone modifiche anomale nella metilazione del Dna. Abbiamo voluto studiare questi cambiamenti prendendo come esempio individui sani, esposti ad alti livelli di inquinamento in un’industria”. Esaminando campioni ematici prelevati all’inizio di una settimana lavorativa, quindi il lunedì, e confrontandoli con quelli del giovedì, gli studiosi hanno rilevato cambiamenti consistenti a livello di quattro geni associati alla soppressione tumorale. “Le modifiche – sottolinea l’esperto – sono dunque visibili dopo soli tre giorni di esposizione a grandi quantità di sostanze inquinanti, simili a quelli che si trovano nell’aria delle grandi città”. La buona notizia è che si tratta di una condizione reversibile, “per cui, se si prendono i dovuti provvedimenti, è possibile ridurre il rischio di malattie provocate dallo smog”, conclude il ricercatore.

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AMBIENTE: CORALLI potrebbero sparire entro la fine del secolo

Pubblicato da milionidieuro su 13 maggio 2009


”Le barriere coralline potrebbero sparire dal cosiddetto Triangolo dei Coralli entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, vale a dire rapido aumento della temperatura degli oceani, del livello dell’acqua e della sua acidita’, siccita’ e burrasche”. Lo rivela lo studio ”Il Triangolo dei coralli e i cambiamenti climatici: ecosistemi, persone e societa’ a rischio di estinzione” – che si avvale di oltre 300 analisi scientifiche gia’ pubblicate, includendo il lavoro di piu’ di 20 esperti nei campi della biologia, economia e scienza della pesca – presentato dal WWF alla Conferenza Mondiale degli Oceani, che si e’ aperta ieri a Manado (Indonesia).

Il Triangolo dei Coralli, che si estende tra le coste, le barriere coralline e i mari di sei paesi indonesiani, Filippine, Malesia, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Timor Leste, pur essendo appena l’1 % della superficie della Terra comprende il 30% delle barriere coralline mondiali. In quest’ area e’ racchiuso il 76% delle specie dei coralli presenti in tutto il mondo che ospitano oltre il 35% delle specie di pesci presenti nelle barriere coralline compreso il tonno che ha un’indiscutibile rilevanza economica. Ma e’ soprattutto un territorio che, grazie ai numerosi ‘servizi naturali che offre’, da’ da vivere a piu’ di 100 milioni di persone.

L’analisi del WWF mostra chiaramente come le barriere coralline potrebbero sparire dal cosiddetto Triangolo dei Coralli entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, vale a dire rapido aumento della temperatura degli oceani, del livello dell’acqua e della sua acidita’, siccita’ e burrasche.

Se la comunita’ internazionale non corre ai ripari nella lotta ai cambiamenti climatici, potrebbe non esistere piu’ l’ambiente marino piu’ ricco di biodiversita’ al mondo e le conseguenze ricadrebbero sulle stesse popolazioni della regione: circa 100 milioni di persone di fatto non avrebbero piu’ fonti di sostentamento.

Una perdita di cosi’ vaste proporzioni potrebbe essere evitata se da subito si intraprendesse un’azione globale sul riscaldamento del pianeta, con un’ attenzione maggiore all’eccesso di pesca e alla prevenzione dell’ inquinamento.

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CAMBIAMENTI CLIMATICI: LA SALUTE DEI BAMBINI LA PIù A RISCHIO

Pubblicato da milionidieuro su 9 maggio 2009


Saranno i bambini a pagare lo scotto maggiore per le conseguenze dei cambiamenti climatici nei prossimi dieci anni. Secondo un nuovo studio dell’americana Mount Sinai School of Medicine con sede a New York, i cui risultati sono da poco stati presentati in anteprima al meeting annuale delle società accademiche pediatriche di Baltimora, in Usa, aumenterà il numero dei bambini che verranno ricoverati in ospedale a causa di malattie respiratorie dovute ai problemi innescati dai cambiamenti climatici nel corso del prossimo decennio. La ricerca, svolta in collaborazione con il Natural Resources Defense Council e la Columbia University Mailman School of Public Health, ha quindi trovato una relazione diretta tra l’inquinamento atmosferico e la salute dei bambini.

Una delle più importanti conseguenze dei cambiamenti climatici da qui ai prossimi anni, sarà l’aumento della quantità di ozono al suolo. L’ozono ha molti effetti negativi noti sulla respirazione, ai quali i bambini sono particolarmente vulnerabili. Per questo studio la dottoressa Perry Elizabeth Sheffield e i suoi colleghi hanno creato un modello che descrive la proiezione dei futuri tassi di ospedalizzazione legata a problemi respiratori dei bambini di età inferiore ai due anni, usando come base di partenza i dati disponibili per l’area metropolitana di New York. Comparando i dati dei ricoveri attuali con una relazione precedentemente svillupata tra i livelli di ozono e i ricoveri per problemi respiratori pediatrici, tenendo conto dei livelli massimi di concentrazione di ozono attesi per il 2020. Nello scenario così disegnato dagli studiosi, che si basano su proiezioni sull’aumento della concentrazione di ozono nell’aria fornite dal NY Climate and Health project, i livelli di ozono salgono nel 2020 e i ricoveri sono destinati a salire tra il 4 e il 7 per cento per i bambini sotto i due anni.

“La nostra ricerca”, commenta Sheffield, “è importante perché mostra che noi come paese dobbiamo implementare delle politiche per il miglioramento della qualità dell’aria e prevenire i cambiamenti climatici, perché questo può migliorare la salute oggi ed evitare malattie respiratorie più gravi in futuro”. “I risultati dello studio vanno a supporto della necessità di migliorare a qualità dell’aria in tutto il mondo”, aggiunge Philip Landrigan, co-autore e professore di Medicina Preventiva e direttore del centro pediatrico di salute ambientale della Mount Sinai School of Medicine. “Dobbiamo cominciare a mettere in atto questi miglioramenti attraverso i controlli delle emissioni industriali e con politiche di riduzione del traffico che siano sostenute da sanzioni per far rispettare le regole”.

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API E CLIMA: MORIA API CAUSATA DAL RISCALDAMENTO GLOBALE , DAI PESTICIDI E DA AGENTI PATOGENI

Pubblicato da milionidieuro su 7 maggio 2009

La moria delle api è causata principalmente dai pesticidi utilizzati nell’agricoltura. Le api infatti durante la fase di impollinazione da un fiore all’altro rimangono intossicate dalle sostanze presenti nei pesticidi e muoiono in poco tempo. Un altra causa di morte per le api è rappresentata negli ultimi anni dall’inquinamento elettromagnetico provocato dalla diffusione dei telefoni cellulari. Il segnale dei telefonini causa stordimentto nelle api, le quali perdono il senso d’orientamento e smarriscono la strada dell’alveare. L’inquinamento elettromagnetico pare inoltre essere causa di alcune gravi malattie virali che stanno decimando la popolazione di api. Non ultimi i cambiamenti climatici. Negli ultimi anni abbiamo potuto verificare stagioni sempre più instabili, con una forte alternanza di lunghi periodi di siccità ad improvvisi cali della temperatura. Questo tipo di andamento climatico irregolare comporta una presenza discontinua dei nutrienti necessari al corretto sviluppo delle api. A risentirne è l’intero alveare le cui difese calano in modo significativo.

L’analisi dei cambiamenti climatici ed il legame tra questo fenomeno e l’assottigliamento delle popolazioni di api su scala mondiale confermano un preciso collegamento tra il riscaldamento globale e il fenomeno della moria delle api.

Il problema non è che non ci sono più le mezze stagioni. Il problema è che le mezze stagioni non sono più mezze. E, anzi, a causa dei cambiamenti climatici provocati dal riscaldamento globale sono andate via via estendendosi, rosicchiando di decennio in decennio sempre più giorni alla stagione fredda. Rimodulando il vecchio adagio, si potrebbe allora dire che non ci sono più gli inverni di una volta. E ad accorgersene, sulla loro pelle, sono state le api. Le quali, scombussolate da un calendario che non è più lo stesso di un tempo, si ritrovano ora in una condizione di eccessivo stress che sta portando alla decimazione delle colonie.

LO STUDIO – La conferma arriva da una ricerca realizzata dal Centro di ricerche in bioclimatologia medica, biotecnologie e medicine naturali dell’Università degli studi di Milano con la collaborazione di Agrofarma. Lo staff guidato dal prof. Umberto Solimene ha studiato l’evoluzione del clima in un intervallo temporale che va dalla fine del 19esimo secolo ai giorni nostri, soffermandosi sulle osservazioni meteorologiche condotte a partire dal 1880 e poi nel dettaglio sulle osservazioni satellitari disponibili dal 1978 ad oggi. Il risultato è una conferma di quanto già da tempo viene denunciato: il riscaldamento globale c’è, l’aumento in 130 anni è stato di circa un grado e i dodici anni compresi tra il 1995 e il 2006 sono stati in assoluto i più caldi della storia. Ma non solo: «E’ evidente un restringimento della stagione invernale che ha innescato, per riflesso, un probabile allungarsi della finestra di attività delle api, ipotizzabile in 20-30 giorni di lavoro in più all’anno – sottolinea il prof Solimene -. Questo prefigura uno stress aggiuntivo a carico delle api che comprometterebbe la loro salute. Lo stesso sincronismo tra la fase della fioritura e la ripresa dell’attività di volo delle api dopo l’inverno potrebbe avere subito importanti sfasature».
I FATTORI DI RISCHIO – Nelle api lo stress funziona esattamente come nell’uomo: ad una fase di allarme segue quella di adattamento che consente di tirare avanti e che dura fino al momento in cui non si registra un crollo. Crollo che evidentemente ora c’è stato e che si manifesta con il drastico assottigliamento della popolazione apistica su scala mondiale, con un’incidenza maggiore negli Stati Uniti, in Europa e in Australia. Per il team di studiosi che ha condotto la ricerca, le condizioni climatiche sono responsabili per almeno il 50% della decimazione delle colonie di api. Poi entrano in gioco altre concause, come l’inquinamento e l’azione devastante della verroa, un acaro che si infiltra negli alveari e che si rivela sempre più aggressivo, in quanto gli insetti indeboliti dallo stress non riescono ad opporre resistenza.

ALVEARI IN AFFITTO – Il problema delle api non è una questione privata, non riguarda in realtà solamente le api. Questi insetti sono un calzante paradigma di quanto gli effetti delle azioni dell’uomo sull’ambiente possano creare scompensi su vasta scala. La diminuzione delle colonie ha ripercussioni dirette sull’attività legata all’apicoltura. Ma gli effetti si fanno sentire, e pesantemente, anche in forma indiretta in diversi altri settori. Nelle settimane scorse, ad esempio, la rivista americana Time nel suo «Annual special issue» è tornata a puntare i riflettori sulle difficoltà che incontrano i coltivatori della California nella gestione dei loro frutteti: la produzione di mandorle, di cui lo Stato governato da Arnold Schwarzenegger è il principale esportatore al mondo, ha subito un drastico calo per la mancanza di un numero sufficiente di insetti per l’impollinazione, con il risultato che gli agricoltori sono stati costretti ad affittare alveari facendoli arrivare appositamente da altre zone degli States. Che negli Usa il problema sia particolarmente sentito, lo dimostra anche il fatto che della questione sia stato investito anche Gil Grissom, il protagonista di Csi, che nell’ultima serie del fortunato serial poliziesco della Cbs è chiamato, tra i diversi casi, ad occuparsi anche di una misteriosa epidemia che sta colpendo le api in diverse parti del mondo. Quando la realtà entra nella fiction, insomma.

LA PAROLA AI GOVERNI – La moria delle api, che lo scorso anno aveva registrato picchi elevatissimi anche in Italia, è dunque un problema di cui si è iniziato a prendere coscienza e a cui in qualche modo bisognerà porre rimedio. «I nostri dati attribuiscono ai cambiamenti climatici una grossa fetta di responsabilità nella scomparsa delle api – dice ancora il prof. Solimene -. La ricerca è solo un punto di partenza, una fotografia dello stato dell’arte. Agire sui fattori che influenzano il clima è la vera sfida. Il mondo scientifico può solo lanciare l’allarme. Ora tocca ai governi fare la loro parte».

STUDIO CANADESE – Intanto dal Canada arriva un’altra ipotesi sulle cause che stanno portando le api alla distruzione. Secondo alcuni ricercatori guidati da Michel Otterstarter dell’Università di Toronto gli alveari selvatici sarebbero gravemente colpiti da una malattia diffusa dalle api d’allevamento. Secondo i ricercatori sarebbero proprio le api allevate a fini commerciali e poi rilasciate all’interno delle serre per favorire l’impollinazione delle piante a diffondere pericolosi patogeni che mettono a rischio la sopravvivenza delle api in natura. Analizzando una popolazione di bombi selvatici che viveva nei dintorni di un’area coltivata, gli studiosi sono riusciti a determinare questo interscambio di patogeni tra le due popolazioni di api: quelle selvatiche e quelle allevate. L’agente patogeno si chiama ‘Crithidia bombi’, un parasita che tipicamente infetta le api allevate, ma assente in quelle che vivono in natura.

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bandiere blu :113 località italiane, il primato va alla Toscana

Pubblicato da milionidieuro su 6 maggio 2009


Sono 227 le spiagge che quest’anno hanno ricevuto le Bandiere Blu 2009, 12 in più rispetto allo scorso anno e il 10% delle spiagge premiate a livello internazionale. Bandiera blu anche a 60 approdi turistici (erano stati 56 lo scorso anno). Quindi mare più pulito e amministrazioni maggiormente impegnate a difesa dell’ambiente: è un risultato positivo quello della 23esima edizione della «Bandiere Blu» assegnate dalla Foundation for Environmetal Education (Fee) in collaborazione con il Cobat (Consorzio nazionale batterie esauste) ai comuni rivieraschi ed agli approdi turistici. Quest’anno vengono premiati 113 comuni, 9 in più della precedente edizione.

QUINTO POSTO – A livello del Bacino del Mediterraneo, l’Italia si colloca al quinto posto in graduatoria, dopo Spagna, Grecia, Turchia e Francia. I 113 Comuni italiani sono rappresentativi di 227 spiagge, che sono circa il 10% delle spiagge premiate a livello internazionale. Il primato 2009 delle spiagge spetta alla Toscana, a pari merito con le Marche e la Liguria con 16 bandiere; stabile l’Abruzzo con 13. Una in più per la Campania, dove quasi tutte le località candidate sono riuscite a raggiungere l’obiettivo, portando così questa Regione a quota 12. L’Emilia Romagna ne conferma 8, la Puglia arriva a 7 vessilli (+2), il Veneto sale a 6 (+1). Sicilia, Calabria e Lazio ne hanno acquistata una raggiungendo quota 4; il Friuli Venezia Giulia riconferma le 2 dell’anno scorso come la Sardegna. Il Molise infine rimane con una sola Bandiera Blu (-1). Le località lacustri sono presenti con 2 bandiere blu.

IL MARE – «È con soddisfazione che con la campagna 2009 annunciamo un incremento di Bandiere Blu, ben 113, 9 in più della passata edizione, dimostrando così un impegno costante delle località rivierasche – ha detto Claudio Mazza, segretario Generale della Fee Italia – «siamo certi che investire sulla qualità ambientale – prosegue Mazza – sia il modo migliore per sviluppare un’economia locale sana e duratura incentrata sul turismo». «Il Cobat, sebbene oggi mutato nelle sue funzioni con l’entrata in vigore del D.lgs.188/08 sulla gestione dei rifiuti di pile ed accumulatori- ha detto Giancarlo Morandi Presidente del COBAT- continua a portare avanti il proprio ventennale impegno per la tutela dell’ambiente dai rischi derivanti dalla dispersione delle batterie al piombo esauste. Il mare, sotto questo aspetto, è senza dubbio l’ecosistema più fragile par la sua intrinseca facilità alla diffusione delle sostanze inquinanti, motivo per il quale, da sempre, il Cobat collabora e sostiene la Fee, affinchè insieme si possa fornire un reale contributo per la salvaguardia dei nostri mari». La Fee, organizzazione internazionale no profit con sede in Danimarca e presente in 59 paesi, sta portando avanti in collaborazione con la Direzione generale della Pesca del ministero delle politiche agricole il progetto «Bandiera Blu – Pesca Ambiente»« che punta a sensibilizzare il mondo della pesca alle tematiche ambientale e nel contempo a valorizzare le tradizioni locali ad esso legate, in tutte le località Bandiera Blu caratterizzate dalla presenza di una flotta peschereccia.

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AMBIENTE: UE, SANZIONI PENALI PER ILLECITI SCARICHI IN MARE

Pubblicato da milionidieuro su 6 maggio 2009


Il Parlamento UE ha adottato una direttiva che rafforza le attuali norme sull’inquinamento provocato dalle navi obbligando gli Stati membri a prevedere, entro un anno, sanzioni penali per gli scarichi in mare di idrocarburi e liquidi nocivi commessi intenzionalmente, per imprudenza o per negligenza grave. Le sanzioni, che dovranno essere effettive, proporzionate e dissuasive, riguardano sia le persone fisiche sia quelle giuridiche, comprese le societa’ di classificazione o i proprietari del carico.

Con 588 voti favorevoli, 42 contrari e 3 astensioni, il Parlamento ha adottato un maxiemendamento di compromesso negoziato con il Consiglio dal relatore Luis de Grandes Pascual (PPE/DE, ES) in merito a una direttiva che rafforza le attuali norme sull’inquinamento provocato dalle navi.

L’obiettivo e’ di aumentare la sicurezza marittima e migliorare la protezione dell’ambiente marino.

Le sanzioni penali, si legge nel testo della direttiva, ”indicano una disapprovazione sociale qualitativamente diversa rispetto alle sanzioni amministrative, rafforzano il rispetto della normativa in vigore contro l’inquinamento provocato dalle navi e dovrebbero rivelarsi sufficientemente severe da scoraggiare i potenziali inquinatori dalla commissione di qualsiasi violazione”.

La direttiva si applica agli scarichi di sostanze inquinanti di tutte le navi, a prescindere dalla bandiera, ad esclusione delle navi militari da guerra o ausiliarie o di altre navi possedute o gestite da uno Stato e impiegate, al momento, solo per servizi statali a fini non commerciali.

Piu’ in particolare, in forza alla direttiva gli Stati membri dovranno provvedere affinche’ siano considerati reati gli scarichi di sostanze inquinanti effettuati dalle navi, inclusi gli scarichi di minore entita’, ”se effettuati intenzionalmente, per imprudenza o per negligenza grave”.

Dovranno quindi adottare le misure necessarie a fare si’ che le persone fisiche o giuridiche che le commettono ”possano essere dichiarate responsabili”.

Cio’ non vale pero’ per i casi di minore entita’ ”qualora l’atto commesso non produca danni alla qualita’ dell’acqua”.

A meno che questi si verifichino periodicamente, producano nel loro insieme ”danni alla qualita”’ dell’acqua e siano commessi ”intenzionalmente, temerariamente o per negligenza grave”

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MERCURIO: Pesci inquinati da mercurio anche nel Mediterraneo

Pubblicato da milionidieuro su 18 aprile 2009


Nonostante una minore presenza di mercurio nel Mediterraneo rispetto agli oceani, anche i pesci del Mare Nostrum ne presentano una certa quantità e la trasformazione che rende possibile l’assorbimento avviene in profondità La denuncia arriva da Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Cnr, con un articolo sulla rivista Limnology and Oceanography, ripreso da «Nature». Il mercurio arriva al mare dalle discariche, dalle emissioni delle centrali a carbone, dagli inceneritori. Sulla salute dell’uomo ha effetti devastanti: può danneggiare le funzioni cerebrali, il Dna e la riproduzione umana.

DISCARICHE - Per limitare i danni, il consiglio dell’esperto del Cnr è di scegliere pesci di taglia piccola, piuttosto che tonni o pesci spada: «Poiché, dal momento che il mercurio si bioaccumula – spiega Pirrone – la quantità presente nella carne dipende dalla dimensione e dall’età del pesce: una volta ingerito, questo inquinante si espelle difficilmente. Quindi più é grosso il pesce, e più tempo ha avuto per accumulare il metallo più ne conterrà ».
«É vero che i pesci grossi sono quelli più “a rischio”- conferma Andrea Ghiselli, ricercatore dell’Inran(Istituto nazionale Alimenti e Nutrizione) di Roma- ma i valori di mercurio rintracciati nel Mediterraneo non sono tali da destare grosse preoccupazioni per la salute di una persona con un’alimentazione sufficientemente variata, che preveda quindi il pesce, ma non tutti i giorni: due-tre volte alla settimana sono sufficienti». «Altro accorgimento da adottare» prosegue l”esperto, «è poi quello di cambiare ogni volta il pese, non mangiando quindi ogni volta tonno o altri pesci di grossa taglia». «Seguendo questi criteri» conclude il nutrizionista, «non ci dovrebbero essere problemi».

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INQUINAMENTO : Carpe robot sentinelle dell’inquinamento del Tamigi

Pubblicato da milionidieuro su 25 marzo 2009

Un team di pesci-robot simili a carpe per fiutare l’inquinamento del Tamigi: i loro sensori possono identificare sostanze pericolose, mappando i fondali del fiume che attraversa Londra. È un progetto dell’università di Essex: ogni “esploratore” è lungo 50 centimetri e alto 15. Per avanzare usa pinne meccaniche. Ma, soprattutto, i cyberpesci sono in grado di coordinarsi: la loro posizione è segnalata da un sistema gps (come quelli usati dai navigatori satellitari nelle automobili) e tra di loro comunicano attraverso un sistema wifi. Formano così un vero “team” di investigatori sottomarini per scoprire rifiuti aiutati dalla “swarm intelligence”, un’intelligenza collettiva generata dall’interazione tra i robot. Se, infatti, una carpa scopre un’area contaminata, avverte le altre e sondano insieme il territorio.

Gli scienziati esplorano anche altre applicazioni per la swarm intelligence. Come la trasmissione senza fili di corrente elettrica, un progetto teorizzato già all’inizio del Novecento dallo scienziato serbo Nicolas Tesla. Ricercatori della Duke University e del Georgia Tech hanno costruito un gruppo di robot capaci di accendere led luminosi trasferendosi l’energia necessaria in modalità wireless. Ma gli studi sull’intelligenza dello sciame interessano anche le forze armate. Owls è il nome degli elicotteri coordinati in una squadra di otto: sviluppati da un’azienda inglese, volano in missione coordinandosi anche se la squadra di veicoli in volo viene ridotta da guasti o incidenti.

Un robofish in acqua: si muove con naturalezza. Per avanzare usa la pinna caudale.

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ULTERIORE AUMENTO TEMPERATURE A RISCHIO CALOTTA POLARE

Pubblicato da milionidieuro su 19 marzo 2009


Un ulteriore aumento delle temperature medie globali potrebbe causare il collasso della calotta antartica occidentale. Lo evidenzia l’analisi di carote di sedimenti prelevate al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), in Antartide, che ha portato un numeroso gruppo di ricercatori del progetto ANDRILL (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti dell’INGV a interessanti scoperte sull’evoluzione della calotta occidentale dell’Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quando la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano piu’ alte delle condizioni attuali.

I risultati hanno messo in luce per la prima volta una calotta polare estremamente dinamica, le cui fluttuazioni sono avvenute seguendo la periodicita’ di un parametro dell’orbita terrestre (variazione ciclica dell’inclinazione dell’asse terrestre). La calotta polare occidentale e’ periodicamente collassata e, nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e’ andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto.

I dati raccolti da questa ricerca – avvertono gli studiosi – sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera.

Secondo Enzo Boschi, presidente dell’INGV un fenomeno analogo di collasso della calotta occidentale potrebbe infatti verificarsi di nuovo, se le temperature aumentassero di 3*C.

Più nel dettaglio
Che cosa succederà se le temperature medie del nostro pianeta dovessero aumentare di tre gradi entro la fine di questo secolo, come temuto da molti climatologi alla luce del galoppante aumento delle concentrazioni di gas serra? Questa volta la risposta arriva dalla ricostruzione di eventi del passato, piuttosto che da modelli matematici che dipingono incerti scenari futuri. Succederà che una consistente porzione della calotta glaciale antartica collasserà, inondando di acque gli oceani della Terra. La conferma che è sufficiente un aumento delle temperature apparentemente piccolo, per provocare conseguenze enormi è contenuta in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature a firma di un numeroso gruppo internazionale di geologi del progetto Andrill (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali tre italiani dell’Istituto nazionale di geofisica vulcanologia (Ingv): Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti. La ricerca, partita dall’analisi di sedimenti prelevati al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), è approdata a fondamentali scoperte sull’evoluzione della calotta occidentale dell’Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo di tempo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quanto la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano più alte delle condizioni attuali.

ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell’inclinazione dell’asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e’ andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera».

PERFORAZIONE - «Per raggiungere i sedimenti da analizzare», ha aggiunto il ricercatore, «abbiamo dovuto perforare circa 1300 m di sedimenti, dopo avere attraversato con le aste di perforazione 85 metri di ghiaccio del Ross Ice Shelf e 850 metri di acqua. Così facendo è stato possibile andare più a ritroso nel tempo». Infatti, a differenza delle carote di ghiaccio prelevate nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica), che hanno permesso di estendere le conoscenze sul clima della Terra fino a circa un milione di anni fa, con lo studio di sedimenti profondi è possibile spingersi indietro di diverse decine di milioni di anni, quando ancora non esistevano delle calotte di ghiaccio in Antartide.

PROIEZIONI – Programmi di ricerca come Andrill sono considerati di estrema importanza per risolvere le incertezze sul comportamento futuro delle calotte polari dell’Antartide in questa fase di riscaldamento globale. I dati acquisiti aiutano a comprendere la dinamica delle antiche calotte polari e del ghiaccio marino stagionale, e a verificare i modelli matematici sull’evoluzione del clima a scala planetaria. Ma è verosimile che un fenomeno analogo al collasso della calotta antartica occidentale possa verificarsi di nuovo, questa volta a causa dell’uomo, se le temperature aumentassero di 3°C? «Certamente si –risponde il presidente dell’Ingv professor Enzo Boschi-. Negli ultimi anni è salito alla ribalta dell’informazione di massa il problema del progressivo riscaldamento del nostro Pianeta legato all’emissione indiscriminata di gas serra nell’atmosfera. Nel corso del XX secolo il riscaldamento è stato di circa 0.7°C, ma secondo una delle proiezioni dell’IPCC-2007 nel 2100 la temperatura sarà analoga a quella presente sulla Terra prima della formazione di una calotta di ghiaccio in Antartide. In quest’ottica, è importante tenere sotto controllo gli effetti di questo riscaldamento ai poli poiché l’Artide e l’Antartide, le regioni più fredde del Pianeta, sono quelle che risentono maggiormente delle variazioni climatiche. A titolo di esempio, basti pensare a quello che è accaduto nel febbraio del 2002 alla piattaforma di ghiaccio del Larsen B (Penisola Antartica) a causa del riscaldamento globale. Questa piattaforma che aveva una estensione di ben 3.250 chilometri quadrati e uno spessore di 220 metri, si è disintegrata nel giro di 30 giorni».

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Riscaldamento globale e CO2: danni inreversibili

Pubblicato da milionidieuro su 17 marzo 2009

Un nuovo studio sembra dimostrare che la quantità di CO2 assorbita dagli oceani non ci consente più di tornare indietro. È la dimostrazione che gli scenari peggiori non sono stati “gonfiati” o l’ennesima interpretazione di un modello matematico tutto da dimostrare? Purtroppo risposte certe non ce ne sono, anche se questa notizia arriva da una fonte molto autorevole.

Il riscaldamento globale è irreversibile. Questa notizia, che sembra presa da un tabloid sensazionalistico, arriva invece da uno studio di Susan Solomon, uno dei più autorevoli climatologi al mondo, il primo a denunciare lo stretto rapporto tra clorofluorocarburi (i Cfc) e il “buco dell’ozono” nell’Antartico, nell’agosto del 1986. Nel 2007 ha condiviso il premio Nobel con Al Gore e l’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) per l’impegno nella divulgazione dei problemi legati ai cambiamenti climatici.

È TARDI PER GRIDARE “ALLARME!” «Siamo soliti pensare ai problemi d’inquinamento come a cose che possiamo sistemare», afferma la Solomon. «La gente immagina che, se fermiamo le emissioni di CO2, il clima tornerà alla normalità in 100 o 200 anni. Non è vero. Quello che stiamo vivendo è invece un cambiamento irreversibile». Il principale imputato identificato dallo studio (pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences) è proprio l’anidride carbonica. Riportando nella norma il livello di altri gas prodotti dalle attività umane si risolverebbero i problemi da essi derivati nel breve termine, ma lo stesso non può accadere con la CO2. Stando alla Solomon, anche azzerando le emissioni di questo gas (cosa oggettivamente impossibile), il riscaldamento globale non si arresterà. Questo perché gli oceani funzionano come enormi spugne che assorbono calore e CO2 dall’aria. Anche se le emissioni termiche e gassose cessassero, sarebbero poi le distese d’acqua a rilasciare quanto assorbito, e per diversi secoli a venire. (focus.it)
Gli effetti degli aumenti della temperatura e della concentrazione di CO2 (in ppm, parti per milione) sulla barriera corallina. Anche portando a zero le emissioni causate dalle attività umane, a un certo punto saranno gli oceani a rilasciare anidride carbonica in atmosfera. (Fonte: NOAA Coral Reef Watch)

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EFFETTO SERRA: SE SI CONTINUA COSì ADDIO ORSI POLARI E ADDIO CORALLI

Pubblicato da milionidieuro su 14 marzo 2009

Se il clima continua ad aumentare il 90% dei coralli della Grande Barriera sparirà nei prossimi 40 anni
Se non si rallenta il riscaldamento del pianeta alcune specie di animali spariranno: alcune entro il 2050 altre, come gli orsi polari, entro la fine del secolo. Anche per queste ragioni scatta l’”Earth Hour”, una simbolica ora al buio in tutto il Mondo per sensibilizzare opinione pubblica e governi sulla necessità di interventi urgenti per salvare la vita di piante e animali, tra i quali ci siamo anche noi. Alle 20.30 del 28 marzo verrà spenta la luce per un’ora in una grande Ola planetaria di buio. Mancano 14 giorni.
L’ALLARME DEGLI SCIENZIATI - Intanto sono arrivate le conclusioni del Congresso Internazionale sul Cambiamento Climatico che si è svolto a Copenaghen dal 10 al 12 marzo e che ha visto il contributo nei vari campi della scienza climatica di 1600 scienziati da più di 70 paesi. Le osservazioni sui livelli di emissione globale di gas serra «rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli realizzati dall’Ipcc (Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici)». Gli scienziati avvertono che «si evidenzia un andamento tale da far ipotizzare un accresciuto rischio, per il futuro, di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili».
LE CONSEGUENZE GENERALI – Nel frattempo il Wwf, che ha lanciato questo evento planetario, ha commissionato uno studio degli impatti che i cambiamenti climatici avranno sulle specie più conosciute al mondo. I risultati sono quelli di un mondo molto diverso da quello di oggi: il 90% dei coralli della Grande Barriera Corallina potrebbe scomparire entro il 2050, lo stesso vale per il 75% dei pinguini di Adelia dell’Antartico mentre gli orsi polari potrebbero essere spazzati via del tutto entro la fine di questo secolo. La Mappa del Wwf mostra che l’ “Effetto Clima” non risparmia nessuna regione al mondo costituendo anche per gli animali una minaccia globale che si aggiunge a quelle già esistenti come la deforestazione, il consumo del territorio, il prelievo non sostenibile delle risorse, il commercio e il bracconaggio: entro 50 anni più del 70% dell’habitat delle tigri in India e in Bangladesh potrà essere perso.
NEL MARE – Si riducono anche le risorse alimentari marine per effetto delle correnti oceaniche stravolte o per la riduzione della banchisa antartica o per l’acidificazione degli oceani dovuta all’aumento di livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. A rischio dunque per un incrocio di fattori negativi balene, capodogli e delfini. Dai mari traggono cibo anche i pinguini imperatori e i pinguini di Adelia: delle 19 specie di pinguini 11 sono minacciate di estinzione. Con un aumento di 2°C il 50% dei pinguini imperatore e il 75% di quelli di Adelia è destinato a scomparire. Anche le tartarughe marine vivono una crisi tutta particolare: c’è un totale squilibrio tra maschi e femmine giacchè i 34°C che si registrano sulle spiagge rispetto alla media 25-32°C risultano letali per le uova e comunque riducono la nascita degli esemplari maschi. Per gli orsi polari i numeri sono particolarmente drammatici: con l’incremento delle temperature fino a 5° nell’Artico negli ultimi 100 anni, sta scomparendo l’habitat vitale per questi predatori e le loro prede. 6 sottopopolazioni sono già in declino e all’attuale tasso di riduzione di ghiaccio, il 42% dell’habitat estivo dell’orso polare potrebbe andare perduto entro la metà di questo secolo.
NELL’ARIA – Effetto-clima anche sugli uccelli marini più grandi del pianeta, gli Albatross, particolarmente fedeli ai loro nidi e dunque maggiormente a rischio quando si tratta di isole antartiche remote come le Macquarie, Mewstone, Pedra Branca, etc. «Potremmo vivere in un mondo in cui gli elefanti non vagano più nella savana, gli oranghi si trovano solo in cattività e gli orsi polari che si spostano sui ghiacciai appaiono solo nei documentari d’archivio? Nessuno di noi può accettare questo scenario. Sarebbe un mondo triste e più povero senza gli equilibri dinamici essenziali che garantiscono anche la vita umana – ha dichiarato Fulco Pratesi, Presidente onorario del WWF Italia – Gli individui, le società e i governi devono fare qualunque cosa in loro potere per impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici e mitigare gli impatti sulla biodiversità e i ricchi habitat naturali dai quali dipendiamo tutti noi».
Fonti : wwf e corriere

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di quanti non ne abbia già finora prodotti l’intervento diretto dell’uomo

Pubblicato da milionidieuro su 12 marzo 2009

Con tre gradi in più, sparirebbe il 75% delle piante della foresta più grande del Pianeta

Nella foresta dell’Amazzonia l’innalzamento del clima, anche se sembra impossibile, può fare più danni di quanti non ne abbia già finora prodotti l’intervento diretto dell’uomo. La deforestazione in quest’area, che negli ultimi 20 anni ha visto la distruzione di piante su una superficie grande tre volte quella dell’Italia, potrebbe diventare un “bel ricordo” dei tempi andati, quando l’uomo “aveva ancora cura dell’ambiente”.

Se la temperatura si alzerà di 2° gradi nel giro di 100 anni sparirà tra il 20 e il 40% degli alberi della più grande area verde del Mondo, fondamentale per gli equilibri ecologici del Pianeta. Se invece il clima aumenterà di 3° sarà il 75% degli alberi dell’Amazzonia a sparire nell’arco di un secolo, mentre con 4° sarà l’85%. «Sarebbe un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto fino adesso» ha commentato Vicky Pope, uno dei responsabili del Centro studi sul clima inglese, che ha svolto questo studio dalle conclusioni apocalittiche, presentato durante il secondo giorno della Conferenza internazionale sul riscaldamento globale in corso a Copenhagen, che fa seguito a quella delle Nazioni Unite , svoltasi sempre nella stessa città in dicembre.

E’ uno degli studi più drammatici e allarmanti presentato fino ad ora, che rivede in negativo anche le più pessimistiche previsioni sul destino della foresta che occupa una superficie più grande di quella dell’ intera Europa. La ricerca è stata in parte svolta con una serie di simulazioni al computer che mostrano le modificazioni nei diversi tipi di alberi dell’Amazzonia, che subentrano a secondo dell’innalzamento del clima. «E’ come una granata sul nostro futuro» – ha commentato Tim Lenton, uno dei relatori presenti a Copenaghen. Il fatto che la foresta fosse m inacciato dall’innalzamento delle temperature non è nuovo, visto che molti studi avevano già evidenziato il problema delle continuità delle risorse idriche nella zona, a seconda dell’innalzamento delle quote dei ghiacciai sulle Ande, ma adesso le cifre assumono proporzioni mai ipotizzate.

CONSEGUENZE IMPREVEDIBILI – «La sparizione in un secolo di oltre metà della foresta amazzonica – ha detto Peter Cox, esperto di clima e professore all’Università di Exeter – avrebbe conseguenze su tutto il resto del mondo. La fascia tropicale è quella che condiziona maggiormente il clima globale e con una riduzione di questa portata dell’Amazzonia non sarà più la stessa». «Si tratta di uno scenario da incubo – ha aggiunto Beatrix Richards, responsabile foreste del Wwf inglese – le cui conseguenze non sono prevedibili».

SCELTE E RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA -

La stretta relazione tra clima e foreste è nota da tempo «così come quella tra le attività umane e il riscaldamento del pianeta» – ha detto uno degli scienziati del Centro studi sul clima che ha effettuata la ricerca sull’Amazzonia. «La politica mondiale – ha commentato l’ambientalista inglese Tony Juniper - non può porre nuovi rinvii di fronte a rischi di questa portata. I governi dei paesi devono immediatamente cooperare per tagliare le emissi oni di gas serra, altrimenti è inutile fingere di non capire che si sta procedendo a passi spediti verso un catastrofico innalzamento del clima e una possibile estinzione di massa».

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di quanti non ne abbia già finora prodotti l'intervento diretto dell'uomo

Pubblicato da milionidieuro su 12 marzo 2009

Con tre gradi in più, sparirebbe il 75% delle piante della foresta più grande del Pianeta

Nella foresta dell’Amazzonia l’innalzamento del clima, anche se sembra impossibile, può fare più danni di quanti non ne abbia già finora prodotti l’intervento diretto dell’uomo. La deforestazione in quest’area, che negli ultimi 20 anni ha visto la distruzione di piante su una superficie grande tre volte quella dell’Italia, potrebbe diventare un “bel ricordo” dei tempi andati, quando l’uomo “aveva ancora cura dell’ambiente”.

Se la temperatura si alzerà di 2° gradi nel giro di 100 anni sparirà tra il 20 e il 40% degli alberi della più grande area verde del Mondo, fondamentale per gli equilibri ecologici del Pianeta. Se invece il clima aumenterà di 3° sarà il 75% degli alberi dell’Amazzonia a sparire nell’arco di un secolo, mentre con 4° sarà l’85%. «Sarebbe un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto fino adesso» ha commentato Vicky Pope, uno dei responsabili del Centro studi sul clima inglese, che ha svolto questo studio dalle conclusioni apocalittiche, presentato durante il secondo giorno della Conferenza internazionale sul riscaldamento globale in corso a Copenhagen, che fa seguito a quella delle Nazioni Unite , svoltasi sempre nella stessa città in dicembre.

E’ uno degli studi più drammatici e allarmanti presentato fino ad ora, che rivede in negativo anche le più pessimistiche previsioni sul destino della foresta che occupa una superficie più grande di quella dell’ intera Europa. La ricerca è stata in parte svolta con una serie di simulazioni al computer che mostrano le modificazioni nei diversi tipi di alberi dell’Amazzonia, che subentrano a secondo dell’innalzamento del clima. «E’ come una granata sul nostro futuro» – ha commentato Tim Lenton, uno dei relatori presenti a Copenaghen. Il fatto che la foresta fosse m inacciato dall’innalzamento delle temperature non è nuovo, visto che molti studi avevano già evidenziato il problema delle continuità delle risorse idriche nella zona, a seconda dell’innalzamento delle quote dei ghiacciai sulle Ande, ma adesso le cifre assumono proporzioni mai ipotizzate.

CONSEGUENZE IMPREVEDIBILI – «La sparizione in un secolo di oltre metà della foresta amazzonica – ha detto Peter Cox, esperto di clima e professore all’Università di Exeter – avrebbe conseguenze su tutto il resto del mondo. La fascia tropicale è quella che condiziona maggiormente il clima globale e con una riduzione di questa portata dell’Amazzonia non sarà più la stessa». «Si tratta di uno scenario da incubo – ha aggiunto Beatrix Richards, responsabile foreste del Wwf inglese – le cui conseguenze non sono prevedibili».

SCELTE E RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA -

La stretta relazione tra clima e foreste è nota da tempo «così come quella tra le attività umane e il riscaldamento del pianeta» – ha detto uno degli scienziati del Centro studi sul clima che ha effettuata la ricerca sull’Amazzonia. «La politica mondiale – ha commentato l’ambientalista inglese Tony Juniper - non può porre nuovi rinvii di fronte a rischi di questa portata. I governi dei paesi devono immediatamente cooperare per tagliare le emissi oni di gas serra, altrimenti è inutile fingere di non capire che si sta procedendo a passi spediti verso un catastrofico innalzamento del clima e una possibile estinzione di massa».

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ULTRASUONI PER DEPURARE LE ACQUE INQUINATE DA FARMACI

Pubblicato da milionidieuro su 26 febbraio 2009


Un nuovo metodo per contrastare il grave problema dell’inquinamento da farmaci, illustrato da un articolo pubblicato su Water Research, è stato messo a punto da un gruppo internazionale di chimici, appartenenti a centri di ricerca distribuiti tra Francia, Svizzera, Spagna e Colombia. Il sistema potrà trovare la sua applicazione primaria in impianti di depurazione delle acque, nelle quali i residui dei prodotti farmaceutici finiscono con facilità e in grandi quantità, provenienti dai singoli consumatori, dagli ospedali e dalle stesse aziende che li realizzano. Il meccanismo di depurazione, che è stato testato su campioni d’acqua contaminata con l’ibuprofen, un noto farmaco antidolorifico e anti-infiammatorio, prevede l’impiego di un generatore di ultrasuoni collocato sul fondo del contenitore in cui avviene il processo. Questo apparecchio è necessario a trasformare l’energia elettrica in energia meccanica, dando origine a una reazione chimica definita sonolisi che, dissociando l’acqua in radicali altamente ossidanti, come quello idrossilico, degrada l’ibuprofen in composti a minor peso molecolare. Come spiega Fabiola Méndez-Arriaga, ricercatrice dell’università di Barcellona, il processo, che libera anidride carbonica e produce bollicine microscopiche contenenti grandi quantità di energia, fa sì che con un’irradiazione di due ore il farmaco sia completamente eliminato e trasformato in sostanze biodegradabili, successivamente trattabili in un impianto di depurazione convenzionale. Poiché con farmaci diversi dall’ibuprofen la procedura potrebbe generare sostanze più tossiche di quella da neutralizzare, è stata utilmente studiata l’applicazione di altre tecniche di ossidazione avanzata, come la fotocatalisi eterogenea, una reazione nella quale un semiconduttore come il biossido di titanio assorbe la luce ultravioletta per degradare gli inquinanti organici in anidride carbonica, acqua e acidi minerali, che non sono tossici per l’ambiente.

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inquinamento da farmaci

Pubblicato da milionidieuro su 26 febbraio 2009


Contro l’inquinamento da farmaci non basta la buona volontà del singolo consumatore che eviti di disperdere nell’ambiente quelli inutilizzati o scaduti. Il problema, come dimostra uno studio pubblicato dalla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology, è di portata ben più vasta. Uno degli autori, Joakim Larsson, docente dell’Istituto di neuroscienze e fisiologia della svedese Università di Göteborg, ha infatti visitato la zona industriale nei pressi di Hyderabad, in India, dove il suo gruppo di ricerca ha raccolto campioni dell’acqua scaricata da un impianto per il trattamento delle acque reflue provenienti da circa 90 aziende farmaceutiche dell’area. Scoprendo che l’impianto in questione rilascia 45 kg al giorno di ciprofloxacina, una quantità corrispondente al quintuplo del consumo quotidiano di questo antibiotico nell’intera Svezia. Con danni che non sono certo limitati a quelli ambientali, in quanto si crea in tal modo il rischio che simili antibiotici possano prima o poi diventare inefficaci contro batteri diventati nel frattempo sempre più resistenti al contatto con la sostanza che dovrebbe combatterli. Benché si ritenga che la Svezia abbia una delle legislazioni più intransigenti al mondo in materia di tutela dell’ambiente, Larsson sottolinea che, come altri Paesi occidentali, essa condivide la responsabilità per i problemi ambientali provocati altrove dal consumo nazionale di farmaci. Molte delle sostanze contenute nei medicinali di uso più comune vengono infatti realizzate in India e in Cina, ma al momento è letteralmente impossibile per chi li acquista sapere dove sia in realtà prodotto il loro principio attivo. L’unica soluzione al problema prospettata da Larsson è dunque quella che sia resa trasparente la catena produttiva dei farmaci, perché se ai consumatori fosse data qualche possibilità di scegliere quelli che sono stati prodotti secondo modalità rispettose dell’ambiente, potrebbe derivarne una concreta esortazione alle aziende farmaceutiche ad attribuire ovunque a queste ultime un’importanza non inferiore a quella dei loro profitti.

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cresciuta anidride carbonica nell'atmosfera

Pubblicato da milionidieuro su 16 febbraio 2009


(ANSA) – ROMA, 15 FEB – Molto peggio di quanto si pensasse fino a poco tempo fa: questo il messaggio sul riscaldamento globale di uno dei massimi esperti. Secondo Chris Field, biologo del Carnegie Institute, c’e’ il dubbio che alcuni dei rimedi siano peggiori del male. Field afferma che e’ aumentata l’anidride carbonica nell’atmosfera, per la produzione di energia elettrica con il carbone di Cina e India. Sotto accusa anche i biocarburanti, perc

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cresciuta anidride carbonica nell’atmosfera

Pubblicato da milionidieuro su 16 febbraio 2009


(ANSA) – ROMA, 15 FEB – Molto peggio di quanto si pensasse fino a poco tempo fa: questo il messaggio sul riscaldamento globale di uno dei massimi esperti. Secondo Chris Field, biologo del Carnegie Institute, c’e’ il dubbio che alcuni dei rimedi siano peggiori del male. Field afferma che e’ aumentata l’anidride carbonica nell’atmosfera, per la produzione di energia elettrica con il carbone di Cina e India. Sotto accusa anche i biocarburanti, perc

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