ENERGIA NUCLEARE ENERGIE RINNOVABILI

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Archivio per la categoria ‘gas serra’

EFFETTO SERRA :ITALIA IN RITARDO nell’applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto

Pubblicato da milionidieuro su 12 giugno 2009


Accelerazione dei processi di desertificazione e abbandono delle colture, mancanza di acqua, aumento dei fenomeni climatici estremi: i cambiamenti climatici sono ormai gia’ da qualche anno una realta’ con la quale dobbiamo confrontarci e un accordo su base globale per cercare di contrastarli non e’ piu’ prorogabile.

Sul banco degli imputati l’impatto ambientale di ogni singolo uomo che vive sul pianeta: le emissioni di gas serra, la deforestazione, l’uso scriteriato delle acque, una politica energetica basata sul petrolio e sul carbone. Uno dei dati piu’ preoccupanti riguarda i paesi industrializzati, che secondo quanto stabilito dal protocollo di Kyoto avrebbero dovuto ridurre del 5 per cento entro il 2012 le proprie emissioni rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l’obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell’ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell’11 per cento dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.

E il pianeta risponde: sempre nel 2005, secondo uno studio della Nasa, la quantita’ di ghiaccio della Groenlandia che si e’ fusa con l’oceano e’ stata superiore di ben due volte e mezzo rispetto a quella del 1996. Risultato: entro i prossimi cinquanta anni il mar Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi. La temperatura media globale combinata (superficie terrestre e oceani) del mese di Aprile 2009, secondo i dati preliminari del NOAA, e’ stata la quinta piu’ calda per questo mese in base ai dati finora registrati (+0.59*C sopra la media).

Ridurre le emissioni di anidride carbonica e realizzare gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto – secondo gli esperti – rappresenta un primo ma indispensabile passo per invertire la tendenza rispetto all’effetto serra. Perche’ il processo di riscaldamento globale, provocato soprattutto dai consumi crescenti di petrolio e di altre fonti fossili, non e’ piu’ soltanto una minaccia ma sta gia’ producendo effetti drammatici: alluvioni e uragani si stanno ripetendo con una forza e una cadenza senza precedenti e determinano modifiche sempre piu’ consistenti negli ecosistemi e nei territori, anche per l’intreccio con la pressione esercitata dall’uomo.

Senza interventi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, gli effetti dei cambiamenti climatici andranno aumentando nel tempo. Il protocollo di Kyoto e’ stato solo un primo piccolo passo nella lotta ai cambiamenti climatici. I negoziati per un nuovo accordo sul clima, che dovra’ entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, sono stati avviati gia’ alla conferenza sul clima di Montreal, in Canada, nel 2005.

Sin da allora e’ stato evidente l’assoluta urgenza di raggiungere un accordo nel minor tempo possibile in modo da far entrare in vigore il nuovo negoziato entro il 2012 ed evitare cosi’ un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sara’ probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari. Come accaduto per il protocollo di Kyoto anche in questo caso il processo potrebbe richiedere diversi anni.

Proprio oggi si chiude a Bonn la Conferenza delle sessioni degli Organi sussidiari dell’UNFCCC e del Protocollo di Kyoto che ha fatto entrare nel vivo i negoziati in vista della Conferenza di Copenhagen, a dicembre, che dovra’ vedere la sigla di un accordo globale.

Sul piatto, non solo le politiche di riduzione dei Paesi occidentali, ma anche le istanze dei Paesi in via di Sviluppo (fra i quali colossi come la Cina e l’India) che non intendono vedere nell’Accordo un freno alla loro crescita. E anche le esigenze, ribadite di recente dall’Italia, di coniugare ambiente e sviluppo.

L’Unione Europea ha sottoscritto un impegno unilaterale di riduzione delle emissioni del 20 per cento entro il 2020 dichiarandosi pronta ad arrivare al 30 per cento entro la stessa data in caso l’obiettivo venga condiviso anche dagli altri paesi industrializzati.

L’Italia paga un pesante ritardo nell’applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto e sta accumulando un debito di 3,6 milioni di euro al giorno per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all’obiettivo previsto dal Protocollo.

Anche se per il quarto anno consecutivo le emissioni climalteranti italiane si sono ridotte, dopo essere arrivate nel 2004 ad un livello dell’11% superiore ai livelli del 1990. Nel 2008, in base alle stime del Kyoto Club, sono state del 6% piu’ alte rispetto al 1990. Il recupero degli ultimi anni deriva dall’aumentato prezzo dell’energia, da inverni poco rigidi, dall’arrivo della recessione e per finire dai primi risultati delle politiche di efficienza energetica e di incentivazione delle rinnovabili. E tutto fa pensare che anche il 2009, a seguito della crisi, vedra’ un’ulteriore riduzione delle emissioni.

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RISCALDAMENTO GLOBALE: ‘Un aumento di +3*C lancerebbe il Pianeta verso conseguenze catastrofiche e irreversibili

Pubblicato da milionidieuro su 12 giugno 2009


Ieri mattina Greenpeace ha fatto suonare un allarme sonoro fuori all’edificio dove sono in corso le trattative sul clima dell’ONU a Bonn. Incatenati alla parte posteriore di un camion, gli attivisti hanno azionato la sirena per cercare di svegliare i Governi che continuano a perdere tempo invece di far progressi verso un serio accordo sul clima.

‘Ci sono Paesi che non hanno nessuna intenzione di salvare il Pianeta dal collasso climatico” afferma Martin Kaiser di Greenpeace International. ”Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Canada stanno agendo come se la crisi non esistesse, mettendo i loro interessi individuali di breve termine prima dell’emergenza globale”.

Allo stato attuale, gli impegni in termini di riduzione delle emissioni di CO2, che sono stati messi sul tavolo dai paesi industrializzati, portano a una diminuzione minima, 8-15%, rispetto ai livelli di emissione di CO2 del 1990, entro il 2020. Il Giappone ha confermato un taglio dell’8%.

La Nuova Zelanda non ha preso nessun impegno, mentre il Canada gia’ prevede un aumento delle emissioni. Gli Stati Uniti di Obama hanno fatto solo un piccolo passo, proponendo un taglio del 4% al 2020.
Per avere una chance di evitare un disastro climatico, avverte Greenpeace, occorre che la temperatura media globale non aumenti di piu’ di 2*C: le emissioni devono essere ridotte almeno del 40% al 2020. I target annunciati dagli Stati apriranno la strada a un aumento della temperatura media pari a +3*C, ben oltre la soglia di irreversibilita’ dei peggiori impatti climatici.

Anche l’Europa – prosegue l’associazione – ha smesso di essere leader all’interno dei negoziati e questa settimana i ministri europei delle Finanze non hanno voluto o saputo mettere sul tavolo le risorse economiche per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare i cambiamenti climatici.
”Un aumento di +3*C lancerebbe il Pianeta verso conseguenze catastrofiche e irreversibili. Potremmo perdere un terzo delle specie viventi,,gran parte dell’Amazzonia e causare la scomparsa dell’Artico e di parte dell’Antartide. I Paesi stanno scommettendo su effetti di portata gigantesca che, se si avverassero, non potrebbero essere riparati con tutti i soldi del mondo”, avverte Kaiser. ”Ancora non vediamo la stessa urgenza e la stessa serieta’ con cui e’ stata affrontata la crisi economico-finanziaria”.

I Capi di Stato che stanno per andare al summit del G8 devono assumersi la responsabilita’ personale per una svolta del negoziato sul clima. Alla Conferenza sul clima globale di Copenhagen il prossimo dicembre i leader del Pianeta devono evitare il rischio di una catastrofe climatica e negoziare il forte accordo di cui il pianeta ha bisogno.

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CO2 : UN ettaro di bosco è capace di neutralizzare almeno 6 tonnellate di CO2

Pubblicato da milionidieuro su 5 giugno 2009


Per conoscere la capacita’ di assorbimento di Co2 delle nostre aree naturali, e renderle sempre piu’ capaci di adattarsi ad un clima destinato a modificare profondamente l’ambiente, il WWF ha inaugurato oggi la prima stazione di misurazione dei gas serra (una torre alta 13 metri) in un bosco di pianura in area protetta, nell’Oasi umida del WWF di Alviano, in Umbria, che contribuira’ ad una serie di rilevamenti utili alla misurazione dei gas serra negli ecosistemi delle oasi.
L’iniziativa si e’ svolta per celebrare la Giornata mondiale dell’ambiente che quest’anno l’ONU ha voluto dedicare al tema del clima. La torre, oltre agli aspetti prettamente scientifici, avra’ anche un alto valore didattico per il fatto che i visitatori potranno osservare in diretta l’andamento del respiro del bosco e quindi scoprirne concretamente il valore. La torre, insieme a supporti informativi e didattici, costituira’ un importante Centro dimostrativo sul monitoraggio dei gas serra.

Un progetto promosso dalla Facolta’ di Agraria dell’Universita’ della Tuscia di Viterbo, Dipartimento di Scienze dell’Ambiente forestale e delle sue Risorse, con la collaborazione di Microsoft Italia, l’Universita’ di Roma Tre, il Museo di Zoologia di Roma e il Corpo Forestale dello Stato, perche’ ”boschi e aree naturali sono tra gli ambienti fondamentali per combattere l’innalzamento della temperatura globale, soprattutto se riusciamo a mantenerli in buono stato di salute.

Basti pensare che 1 ettaro di bosco e’ capace di neutralizzare almeno 6 tonnellate di CO2 (gas serra, primo responsabile del riscaldamento globale) in un anno, ovvero, le emissioni di un’automobile di piccola cilindrata che percorre circa 43.000 km, oppure quelle determinate dai consumi elettrici medi di 4 famiglie italiane”.

Le Oasi WWF, con un programma avviato da un anno, denominato Osservatorio Clima, sono diventate ormai vere e proprie stazioni di monitoraggio sui cambiamenti del clima e di sperimentazione di progetti di gestione adattativa, in un progetto che vede uniti WWF e Universita’ della Tuscia, con la collaborazione di Microsoft Italia e la partecipazione, tra gli altri, del Corpo Forestale dello Stato e del Museo di Zoologia di Roma.

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EFFETTO SERRA: Gas nocivi diminuiscano entro 6 anni e si dimezzino per il 2050

Pubblicato da milionidieuro su 30 maggio 2009


Le emissioni di gas nocivi per 20 premi Nobel devono cominciare a diminuire entro sei anni per evitare cambi climatici gravi e pericolosi.I 20 lanciano l’allarme dal St James’s Palace Nobel Laureate’s Symposium di Londra: si ritiene necessario che al summit di Copenaghen a dicembre le nazioni si impegnino a dimezzare le emissioni per il 2050. In una nota i Nobel, tra cui Carlo Rubbia, spiegano che se le temperature salgono ancora piu’ di due gradi le conseguenze sul clima saranno ingestibili.

”Mai come ora e’ urgente arrestare la corsa dell’inquinamento e tagliare le emissioni di gas serra, assumendo impegni seri e condivisi per contrastare il global warming e salvare il pianeta”. Con queste parole Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, e’ intervenuto stamattina alla presentazione del Rapporto sui Diritti Globali 2009, il dossier annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo. Tra i partecipanti erano presenti anche Guglielmo Epifani, segretario generale CGIL, Paolo Beni, presidente nazionale ARCI, don Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele, Patrizio Gonnella, presidente nazionale Antigone, Alice Grecchi Dipartimento comunicazione di ActionAid, Ciro Pesacane, presidente nazionale Forum Ambientalista, Sergio Segio, curatore del Rapporto, direttore di Associazione Societa’ INformazione, e Armando Zappolini vicepresidente del CNCA. ”Abbiamo solo sei mesi per arrivare preparati alla Conferenza di Copenaghen e fermare la febbre del pianeta. I mutamenti climatici, infatti, non sono piu’ una minaccia ipotetica ma una realta’ concreta e incontrovertibile, le cui conseguenze sono sempre piu’ evidenti e tangibili. Altrettanto palese e’ diventato anche l’intreccio tra questioni ambientali e sociali. Non a caso – ha aggiunto Gubbiotti – alcune importanti lotte sociali, come quelle per la sovranita’ alimentare, il diritto all’acqua e il diritto alla salute, hanno sposato in pieno la causa ambientale.

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AMBIENTE :MESSAGGIO IV Giornata per la salvaguardia del creato

Pubblicato da milionidieuro su 20 maggio 2009


”Una tempestiva riduzione delle emissioni di gas serra” e’ ”una precauzione necessaria a tutela delle generazioni future, ma anche di quei poveri della terra che gia’ ora patiscono gli effetti dei mutamenti climatici”. E’ quanto si legge nel Messaggio per la IV Giornata per la salvaguardia del creato, che si celebrera’ il prossimo 1° settembre, diffuso ieri dalla Conferenza episcopale italiana.
Occorre, si legge ancora, ”un profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e dell’economia, cercando di risparmiare energia con una maggiore sobrieta’ nei consumi, per esempio nell’uso di automezzi e nel riscaldamento degli edifici, ottimizzando l’uso dell’energia , a partire dalla progettazione degli stessi, e valorizzando le energie pulite e rinnovabili”.

”L’impegno per la tutela della stabilita’ climatica – riporta il messaggio – e’ questione che coinvolge l’intera famiglia umana in una responsabilita’ comune, che pone anche una grave questione di giustizia: a sopportarne maggiormente le conseguenze sono spesso le popolazioni a cui e’ meno imputabile il mutamento climatico”. Di qui l’importanza della Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici in programma in dicembre a Copenaghen ”nella quale la comunita’ internazionale dovra’ definire le linee di un’efficace azione di contrasto del riscaldamento del pianeta per i prossimi decenni”.

Secondo la Cei occorrera’, in particolare, ”una chiara disponibilita’ dei Paesi piu’ industrializzati, anzitutto quelli dell’Unione europea, all’assunzione di responsabilita”’ perche’ ”senza il contributo di tutti” non sara’ possibile conseguire gli obiettivi prefissati. ”Neppure il peso della crisi economico-finanziaria”, concludono i vescovi, ”puo’ esonerare da una collaborazione lungimirante per individuare e attivare misure efficaci a garantire la stabilita’ climatica: e’ un passaggio cruciale per verificare la disponibilita’ della famiglia umana ad abitare la terra secondo giustizia”.

”Viviamo in un mondo contrassegnato dal peccato e nel contempo gia’ redento e avviato a un processo di trasformazione” affermano i vescovi, secondo i quali ”la crisi ecologica appare come un momento di questo processo: e’ conseguenza del peccato se la rete delle relazioni con il creato appare lacerata e se gli effetti sul cambiamento climatico sono innegabili, se proprio l’aria – cosi’ necessaria per la vita – e’ inquinata da varie emissioni, in particolare da quelle dei cosiddetti gas serra”.

Di qui, si legge ancora nel messaggio l’urgenza della ”conversione ecologica” piu’ volte richiamata da Giovanni Paolo II. Rammentando che il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa segnala la necessita’ di considerare ”i rapporti tra l’attivita’ umana e i cambiamenti climatici” che ”devono essere opportunamente e costantemente seguiti a livello scientifico, politico e giuridico, nazionale e internazionale”, i vescovi sottolineano: ”Il clima e’ un bene che va protetto” attraverso comportamenti responsabili di consumatori e operatori di attivita’ industriali.

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ULTERIORE AUMENTO TEMPERATURE A RISCHIO CALOTTA POLARE

Pubblicato da milionidieuro su 19 marzo 2009


Un ulteriore aumento delle temperature medie globali potrebbe causare il collasso della calotta antartica occidentale. Lo evidenzia l’analisi di carote di sedimenti prelevate al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), in Antartide, che ha portato un numeroso gruppo di ricercatori del progetto ANDRILL (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti dell’INGV a interessanti scoperte sull’evoluzione della calotta occidentale dell’Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quando la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano piu’ alte delle condizioni attuali.

I risultati hanno messo in luce per la prima volta una calotta polare estremamente dinamica, le cui fluttuazioni sono avvenute seguendo la periodicita’ di un parametro dell’orbita terrestre (variazione ciclica dell’inclinazione dell’asse terrestre). La calotta polare occidentale e’ periodicamente collassata e, nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e’ andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto.

I dati raccolti da questa ricerca – avvertono gli studiosi – sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera.

Secondo Enzo Boschi, presidente dell’INGV un fenomeno analogo di collasso della calotta occidentale potrebbe infatti verificarsi di nuovo, se le temperature aumentassero di 3*C.

Più nel dettaglio
Che cosa succederà se le temperature medie del nostro pianeta dovessero aumentare di tre gradi entro la fine di questo secolo, come temuto da molti climatologi alla luce del galoppante aumento delle concentrazioni di gas serra? Questa volta la risposta arriva dalla ricostruzione di eventi del passato, piuttosto che da modelli matematici che dipingono incerti scenari futuri. Succederà che una consistente porzione della calotta glaciale antartica collasserà, inondando di acque gli oceani della Terra. La conferma che è sufficiente un aumento delle temperature apparentemente piccolo, per provocare conseguenze enormi è contenuta in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature a firma di un numeroso gruppo internazionale di geologi del progetto Andrill (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali tre italiani dell’Istituto nazionale di geofisica vulcanologia (Ingv): Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti. La ricerca, partita dall’analisi di sedimenti prelevati al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), è approdata a fondamentali scoperte sull’evoluzione della calotta occidentale dell’Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo di tempo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quanto la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano più alte delle condizioni attuali.

ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell’inclinazione dell’asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e’ andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera».

PERFORAZIONE - «Per raggiungere i sedimenti da analizzare», ha aggiunto il ricercatore, «abbiamo dovuto perforare circa 1300 m di sedimenti, dopo avere attraversato con le aste di perforazione 85 metri di ghiaccio del Ross Ice Shelf e 850 metri di acqua. Così facendo è stato possibile andare più a ritroso nel tempo». Infatti, a differenza delle carote di ghiaccio prelevate nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica), che hanno permesso di estendere le conoscenze sul clima della Terra fino a circa un milione di anni fa, con lo studio di sedimenti profondi è possibile spingersi indietro di diverse decine di milioni di anni, quando ancora non esistevano delle calotte di ghiaccio in Antartide.

PROIEZIONI – Programmi di ricerca come Andrill sono considerati di estrema importanza per risolvere le incertezze sul comportamento futuro delle calotte polari dell’Antartide in questa fase di riscaldamento globale. I dati acquisiti aiutano a comprendere la dinamica delle antiche calotte polari e del ghiaccio marino stagionale, e a verificare i modelli matematici sull’evoluzione del clima a scala planetaria. Ma è verosimile che un fenomeno analogo al collasso della calotta antartica occidentale possa verificarsi di nuovo, questa volta a causa dell’uomo, se le temperature aumentassero di 3°C? «Certamente si –risponde il presidente dell’Ingv professor Enzo Boschi-. Negli ultimi anni è salito alla ribalta dell’informazione di massa il problema del progressivo riscaldamento del nostro Pianeta legato all’emissione indiscriminata di gas serra nell’atmosfera. Nel corso del XX secolo il riscaldamento è stato di circa 0.7°C, ma secondo una delle proiezioni dell’IPCC-2007 nel 2100 la temperatura sarà analoga a quella presente sulla Terra prima della formazione di una calotta di ghiaccio in Antartide. In quest’ottica, è importante tenere sotto controllo gli effetti di questo riscaldamento ai poli poiché l’Artide e l’Antartide, le regioni più fredde del Pianeta, sono quelle che risentono maggiormente delle variazioni climatiche. A titolo di esempio, basti pensare a quello che è accaduto nel febbraio del 2002 alla piattaforma di ghiaccio del Larsen B (Penisola Antartica) a causa del riscaldamento globale. Questa piattaforma che aveva una estensione di ben 3.250 chilometri quadrati e uno spessore di 220 metri, si è disintegrata nel giro di 30 giorni».

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EFFETTO SERRA: SE SI CONTINUA COSì ADDIO ORSI POLARI E ADDIO CORALLI

Pubblicato da milionidieuro su 14 marzo 2009

Se il clima continua ad aumentare il 90% dei coralli della Grande Barriera sparirà nei prossimi 40 anni
Se non si rallenta il riscaldamento del pianeta alcune specie di animali spariranno: alcune entro il 2050 altre, come gli orsi polari, entro la fine del secolo. Anche per queste ragioni scatta l’”Earth Hour”, una simbolica ora al buio in tutto il Mondo per sensibilizzare opinione pubblica e governi sulla necessità di interventi urgenti per salvare la vita di piante e animali, tra i quali ci siamo anche noi. Alle 20.30 del 28 marzo verrà spenta la luce per un’ora in una grande Ola planetaria di buio. Mancano 14 giorni.
L’ALLARME DEGLI SCIENZIATI - Intanto sono arrivate le conclusioni del Congresso Internazionale sul Cambiamento Climatico che si è svolto a Copenaghen dal 10 al 12 marzo e che ha visto il contributo nei vari campi della scienza climatica di 1600 scienziati da più di 70 paesi. Le osservazioni sui livelli di emissione globale di gas serra «rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli realizzati dall’Ipcc (Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici)». Gli scienziati avvertono che «si evidenzia un andamento tale da far ipotizzare un accresciuto rischio, per il futuro, di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili».
LE CONSEGUENZE GENERALI – Nel frattempo il Wwf, che ha lanciato questo evento planetario, ha commissionato uno studio degli impatti che i cambiamenti climatici avranno sulle specie più conosciute al mondo. I risultati sono quelli di un mondo molto diverso da quello di oggi: il 90% dei coralli della Grande Barriera Corallina potrebbe scomparire entro il 2050, lo stesso vale per il 75% dei pinguini di Adelia dell’Antartico mentre gli orsi polari potrebbero essere spazzati via del tutto entro la fine di questo secolo. La Mappa del Wwf mostra che l’ “Effetto Clima” non risparmia nessuna regione al mondo costituendo anche per gli animali una minaccia globale che si aggiunge a quelle già esistenti come la deforestazione, il consumo del territorio, il prelievo non sostenibile delle risorse, il commercio e il bracconaggio: entro 50 anni più del 70% dell’habitat delle tigri in India e in Bangladesh potrà essere perso.
NEL MARE – Si riducono anche le risorse alimentari marine per effetto delle correnti oceaniche stravolte o per la riduzione della banchisa antartica o per l’acidificazione degli oceani dovuta all’aumento di livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. A rischio dunque per un incrocio di fattori negativi balene, capodogli e delfini. Dai mari traggono cibo anche i pinguini imperatori e i pinguini di Adelia: delle 19 specie di pinguini 11 sono minacciate di estinzione. Con un aumento di 2°C il 50% dei pinguini imperatore e il 75% di quelli di Adelia è destinato a scomparire. Anche le tartarughe marine vivono una crisi tutta particolare: c’è un totale squilibrio tra maschi e femmine giacchè i 34°C che si registrano sulle spiagge rispetto alla media 25-32°C risultano letali per le uova e comunque riducono la nascita degli esemplari maschi. Per gli orsi polari i numeri sono particolarmente drammatici: con l’incremento delle temperature fino a 5° nell’Artico negli ultimi 100 anni, sta scomparendo l’habitat vitale per questi predatori e le loro prede. 6 sottopopolazioni sono già in declino e all’attuale tasso di riduzione di ghiaccio, il 42% dell’habitat estivo dell’orso polare potrebbe andare perduto entro la metà di questo secolo.
NELL’ARIA – Effetto-clima anche sugli uccelli marini più grandi del pianeta, gli Albatross, particolarmente fedeli ai loro nidi e dunque maggiormente a rischio quando si tratta di isole antartiche remote come le Macquarie, Mewstone, Pedra Branca, etc. «Potremmo vivere in un mondo in cui gli elefanti non vagano più nella savana, gli oranghi si trovano solo in cattività e gli orsi polari che si spostano sui ghiacciai appaiono solo nei documentari d’archivio? Nessuno di noi può accettare questo scenario. Sarebbe un mondo triste e più povero senza gli equilibri dinamici essenziali che garantiscono anche la vita umana – ha dichiarato Fulco Pratesi, Presidente onorario del WWF Italia – Gli individui, le società e i governi devono fare qualunque cosa in loro potere per impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici e mitigare gli impatti sulla biodiversità e i ricchi habitat naturali dai quali dipendiamo tutti noi».
Fonti : wwf e corriere

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