Archivio per la categoria ‘effetto serra’
Pubblicato da milionidieuro su 16 giugno 2009

Ciclone nel Myanmar, terremoto in Cina e inondazioni in India: tre catastrofi naturali che, nel 2008,hanno ucciso oltre 220.000 persone. Ridurre la vulnerabilita’ ai disastri per le comunita’ povere colpite dal cambiamento climatico, sara’ l’argomento della ”piattaforma globale per la riduzione del rischio di catastrofi”, in programma a Ginevra, dal 16/6.L’Unione internazionale per la conservazione della natura afferma che la gestione sostenibile delle risorse riduce il rischio.
“Se la temperatura dell’acqua aumentera’ di 3 gradi Celsius, si arrivera’ a una situazione di 3 milioni di anni fa, al Pleocene e saremo a rischio estinzione e sara’ la fine della civilta’ umana”, ha spiegato il guru dell’economia e profondo conoscitore delle tematiche ambientali americano. Rifkin ha parlato di sottostima del fenomeno da parte di tutti, di previsioni sbagliate da parte degli esperti, a cominciare da lui stesso. La situazione “non ha precedenti, dobbiamo riaprire le dighe 100 anni prima rispetto a quanto avevamo previsto pochi anni fa, quando stilammo il 3° Rapporto sui cambiamenti climatici (ora siamo al 4°)”. Alla luce di questo ha detto: “Serve un piano e una strategia mondiale che ci possa portare in modo molto veloce all’era del Post Co2. C’e’ bisogno di una road map non possiamo sbagliare” perche’ “non c’e’ piano economico senza business plan”, aggiunge Rifkin
Il Pianeta sta male e il riscaldamento climatico sta peggiorando a ritmi che sono stati sottostimati e che si stanno manifestando in tutta la loro ineluttabilità. Bisogna agire e creare una roadmap economica e politica per evitare che la popolazione mondiale vada verso l’estinzione. A lanciare l’allarme è Jeremy Rifkin, che
proponendo il concetto a lui caro di Terza rivoluzione industriale, ha ricordato quanto i cambiamenti del clima siano materia di oggi e non del futuro. Nella lectio magistralis tenuta al Sustainability International Forum (Sif) organizzato da Minerva e P&G Alumni, il professor Rifkin ha detto di essere preoccupato perché la situazione dei cambiamenti climatici «è peggiore di quello che crediamo. Tutti noi ci siamo sbagliati nelle previsioni, perché l’accelerazione di questi fenomeni è stata sottostimata». Un’accelerazione che rischia di far «scomparire la vita dalla Terra entro la fine del secolo», ha aggiunto Rifkin in una delle sue affermazioni più catastrofiste. I dati sono di fronte a noi, ha spiegato il presidente della Fondazione Economic Trends, «le stagioni degli uragani nel golfo del Messico e fino alla Florida sono dimostrazioni in tempo reale dei cambiamenti climatici». «Spero di essermi sbagliato e di svegliarmi da questo brutto sogno, ma adesso non possiamo sbagliare nella definizione delle prossime mosse, altrimenti troveremo la porta chiusa».
E il prossimo appuntamento è quello del G8 su cui Rifkin non ha dubbi: il summit deve essere il luogo per «focalizzare la discussione sulla terza rivoluzione industriale e su un piano economico per la lotta ai cambiamenti climatici. Adesso quello che serve è mettere in campo un’agenda economica e un piano di finanziamenti». Senza queste prospettive, senza una roadmap economica da parte dei Paesi industrializzati anche Copenhagen sarà un fallimento, ha aggiunto. «Si parla di livelli di emissioni, di cap and trade, di trasferimento tecnologico, ma non si parla della Terza rivoluzione industriale, quella che permetterà ai nostri edifici, alle nostre abitazioni di diventare produttori di energia, creando un capitalismo distribuito». Se nel corso del vertice di Copenhagen a dicembre non si rifletterà su tutto questo il rischio è alto, avverte Rifkin. «Se l’accordo di riduzione delle emissioni si attesterà sull’aumento di 2-3 gradi della temperatura esiste il rischio potenziale che l’intera popolazione della Terra si estingua entro la fine del secolo. I ghiacci che tengono intrappolato il gas naturale in Siberia, hanno subito un cambiamento di temperatura troppo veloce e se si dovessero sciogliere ci sarebbe un’emissione massiccia di CO2».
Il sole splende tutto il giorno, il vento soffia, la terra sprigiona caldo, anche il pattume e i residui agricoli producono energia e infine l’idroelettrica”. E alla platea di imprenditori, rappresentanti delle istituzioni e dell’economia Rifkin, con il suo fare diretto e appassionato, ha detto che bisogna arrivare a un “capitalismo distribuito e condiviso”. Ma il guru americano ha avvertito: “Il cambiamento economico non e’ un’utopia ma non ne ho sentito parlare. Neppure Obama ha parlato ad esempio del consumo di carne che e’ la terza causa di surriscaldamento del pianeta”. Insomma per Rifkin occorre passare “dalla geopolitica alla biopolitica e fare in modo che ogni creatura abbia il diritto assoluto di accesso all’energia, un diritto indiscutibile . Tutti gli esseri umani – ha concluso – hanno diritto a partecipare a questa risorsa”.
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Pubblicato da milionidieuro su 14 giugno 2009

Lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia avrebbe portato, dal 1995, ad un aumento di 0,7 millimetri l’anno del livello del mare. Lo dimostra uno studio condotto da un gruppo di ricercatori americani e danesi. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia potrebbe essere stato responsabile del 25% dell’innalzamento globale del livello del mare.Il fenomeno, con una media di tre millimetri l’anno, ‘viaggerebbe’ ad una velocita’ piu’ che doppia rispetto alla media del ventesimo secolo.
Milioni di persone in tutto il mondo saranno costrette ad abbandonare le proprie case nelle prossime decadi a causa dell’innalzamento dei mari e della siccita’ provocati dal cambiamento climatico. E’ quanto emerge da uno studio presentato oggi alla conferenza mondiale sul clima in corso a Bonn. Il rapporto, realizzato dall’Universita’ delle Nazioni Unite, dall’organizzazione umanitaria Care International e dall’ Universita’ di Columbia (New York), spiega che e’ troppo presto per fare previsioni esatte, ma cita una stima dell’ Organizzazione internazionale per la migrazione, secondo cui questi fenomeni potrebbero spingere 200 milioni di persone a lasciare le proprie terre entro il 2050. ”La migrazione e gli spostamenti indotti da fenomeni ambientali hanno il potenziale di diventare fenomeni senza precedenti, sia in termini di estensione, sia di entita”’, sottolinea lo studio, dal titolo ‘In cerca di riparo: una mappa degli effetti del cambiamento climatico sulla migrazione e gli spostamenti umani’. ”Nelle prossime decadi – proseguono gli esperti -, i cambiamenti climatici indurranno o costringeranno milioni di persone a lasciare le proprie case alla ricerca di sicurezza e di una vita sostenibile”. Il rapporto sottolinea quindi che servono fondi per aiutare queste popolazioni a fuggire dalle zone piu’ a rischio. Fra queste, lo studio cita gli stati-isole come le Maldive e Tuvalu, le regioni secche come la zona sud-sahariana del Sahel e il Messico, oltre ai paesi dei delta fluviali come il Bangladesh, il Vietnam e l’Egitto. ”Nelle aree densamente popolate dei delta del Gange, del Mekong e del Nilo, un innalzamento dei mari di un metro potrebbe interessare 23,5 milioni di persone e ridurre la superficie dei terreni oggi destinata all’agricoltura di almeno 1,5 milioni di ettari”, spiega il rapporto. Secondo gli scienziati, entro questo secolo, i livelli dei mari potrebbero crescere di almeno un metro. Il mondo, conclude lo studio, deve investire per preparare le comunita’ ed i paesi piu’ poveri ai cambiamenti climatici. Fondi, questi, che ”devono essere in aggiunta agli impegni esistenti”.
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Pubblicato da milionidieuro su 12 giugno 2009

Accelerazione dei processi di desertificazione e abbandono delle colture, mancanza di acqua, aumento dei fenomeni climatici estremi: i cambiamenti climatici sono ormai gia’ da qualche anno una realta’ con la quale dobbiamo confrontarci e un accordo su base globale per cercare di contrastarli non e’ piu’ prorogabile.
Sul banco degli imputati l’impatto ambientale di ogni singolo uomo che vive sul pianeta: le emissioni di gas serra, la deforestazione, l’uso scriteriato delle acque, una politica energetica basata sul petrolio e sul carbone. Uno dei dati piu’ preoccupanti riguarda i paesi industrializzati, che secondo quanto stabilito dal protocollo di Kyoto avrebbero dovuto ridurre del 5 per cento entro il 2012 le proprie emissioni rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l’obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell’ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell’11 per cento dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.
E il pianeta risponde: sempre nel 2005, secondo uno studio della Nasa, la quantita’ di ghiaccio della Groenlandia che si e’ fusa con l’oceano e’ stata superiore di ben due volte e mezzo rispetto a quella del 1996. Risultato: entro i prossimi cinquanta anni il mar Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi. La temperatura media globale combinata (superficie terrestre e oceani) del mese di Aprile 2009, secondo i dati preliminari del NOAA, e’ stata la quinta piu’ calda per questo mese in base ai dati finora registrati (+0.59*C sopra la media).
Ridurre le emissioni di anidride carbonica e realizzare gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto – secondo gli esperti – rappresenta un primo ma indispensabile passo per invertire la tendenza rispetto all’effetto serra. Perche’ il processo di riscaldamento globale, provocato soprattutto dai consumi crescenti di petrolio e di altre fonti fossili, non e’ piu’ soltanto una minaccia ma sta gia’ producendo effetti drammatici: alluvioni e uragani si stanno ripetendo con una forza e una cadenza senza precedenti e determinano modifiche sempre piu’ consistenti negli ecosistemi e nei territori, anche per l’intreccio con la pressione esercitata dall’uomo.
Senza interventi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, gli effetti dei cambiamenti climatici andranno aumentando nel tempo. Il protocollo di Kyoto e’ stato solo un primo piccolo passo nella lotta ai cambiamenti climatici. I negoziati per un nuovo accordo sul clima, che dovra’ entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, sono stati avviati gia’ alla conferenza sul clima di Montreal, in Canada, nel 2005.
Sin da allora e’ stato evidente l’assoluta urgenza di raggiungere un accordo nel minor tempo possibile in modo da far entrare in vigore il nuovo negoziato entro il 2012 ed evitare cosi’ un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sara’ probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari. Come accaduto per il protocollo di Kyoto anche in questo caso il processo potrebbe richiedere diversi anni.
Proprio oggi si chiude a Bonn la Conferenza delle sessioni degli Organi sussidiari dell’UNFCCC e del Protocollo di Kyoto che ha fatto entrare nel vivo i negoziati in vista della Conferenza di Copenhagen, a dicembre, che dovra’ vedere la sigla di un accordo globale.
Sul piatto, non solo le politiche di riduzione dei Paesi occidentali, ma anche le istanze dei Paesi in via di Sviluppo (fra i quali colossi come la Cina e l’India) che non intendono vedere nell’Accordo un freno alla loro crescita. E anche le esigenze, ribadite di recente dall’Italia, di coniugare ambiente e sviluppo.
L’Unione Europea ha sottoscritto un impegno unilaterale di riduzione delle emissioni del 20 per cento entro il 2020 dichiarandosi pronta ad arrivare al 30 per cento entro la stessa data in caso l’obiettivo venga condiviso anche dagli altri paesi industrializzati.
L’Italia paga un pesante ritardo nell’applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto e sta accumulando un debito di 3,6 milioni di euro al giorno per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all’obiettivo previsto dal Protocollo.
Anche se per il quarto anno consecutivo le emissioni climalteranti italiane si sono ridotte, dopo essere arrivate nel 2004 ad un livello dell’11% superiore ai livelli del 1990. Nel 2008, in base alle stime del Kyoto Club, sono state del 6% piu’ alte rispetto al 1990. Il recupero degli ultimi anni deriva dall’aumentato prezzo dell’energia, da inverni poco rigidi, dall’arrivo della recessione e per finire dai primi risultati delle politiche di efficienza energetica e di incentivazione delle rinnovabili. E tutto fa pensare che anche il 2009, a seguito della crisi, vedra’ un’ulteriore riduzione delle emissioni.
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Pubblicato da milionidieuro su 12 giugno 2009

Ieri mattina Greenpeace ha fatto suonare un allarme sonoro fuori all’edificio dove sono in corso le trattative sul clima dell’ONU a Bonn. Incatenati alla parte posteriore di un camion, gli attivisti hanno azionato la sirena per cercare di svegliare i Governi che continuano a perdere tempo invece di far progressi verso un serio accordo sul clima.
‘‘Ci sono Paesi che non hanno nessuna intenzione di salvare il Pianeta dal collasso climatico” afferma Martin Kaiser di Greenpeace International. ”Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Canada stanno agendo come se la crisi non esistesse, mettendo i loro interessi individuali di breve termine prima dell’emergenza globale”.
Allo stato attuale, gli impegni in termini di riduzione delle emissioni di CO2, che sono stati messi sul tavolo dai paesi industrializzati, portano a una diminuzione minima, 8-15%, rispetto ai livelli di emissione di CO2 del 1990, entro il 2020. Il Giappone ha confermato un taglio dell’8%.
La Nuova Zelanda non ha preso nessun impegno, mentre il Canada gia’ prevede un aumento delle emissioni. Gli Stati Uniti di Obama hanno fatto solo un piccolo passo, proponendo un taglio del 4% al 2020.
Per avere una chance di evitare un disastro climatico, avverte Greenpeace, occorre che la temperatura media globale non aumenti di piu’ di 2*C: le emissioni devono essere ridotte almeno del 40% al 2020. I target annunciati dagli Stati apriranno la strada a un aumento della temperatura media pari a +3*C, ben oltre la soglia di irreversibilita’ dei peggiori impatti climatici.
Anche l’Europa – prosegue l’associazione – ha smesso di essere leader all’interno dei negoziati e questa settimana i ministri europei delle Finanze non hanno voluto o saputo mettere sul tavolo le risorse economiche per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare i cambiamenti climatici.
”Un aumento di +3*C lancerebbe il Pianeta verso conseguenze catastrofiche e irreversibili. Potremmo perdere un terzo delle specie viventi,,gran parte dell’Amazzonia e causare la scomparsa dell’Artico e di parte dell’Antartide. I Paesi stanno scommettendo su effetti di portata gigantesca che, se si avverassero, non potrebbero essere riparati con tutti i soldi del mondo”, avverte Kaiser. ”Ancora non vediamo la stessa urgenza e la stessa serieta’ con cui e’ stata affrontata la crisi economico-finanziaria”.
I Capi di Stato che stanno per andare al summit del G8 devono assumersi la responsabilita’ personale per una svolta del negoziato sul clima. Alla Conferenza sul clima globale di Copenhagen il prossimo dicembre i leader del Pianeta devono evitare il rischio di una catastrofe climatica e negoziare il forte accordo di cui il pianeta ha bisogno.
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Pubblicato da milionidieuro su 8 giugno 2009

Un muro intorno alle isole delle Maldive per attenuare mareggiate e innalzamento del livello del mare. È una delle ipotesi prese in considerazione dal ministro dell’Ambiente maldiviano, Abdulla Shahid, in un’intervista rilasciata domenica 7 giugno a Vienna. L’operazione avrebbe un costo tra i 25 e i 30 miliardi di dollari.
Le Maldive sono una delle nazioni più minacciato dal riscaldamento globale e dall’aumento del livello del mare. «L’erosione della spiaggia è il problema numero 1 per il nostro paese – spiega Shadid – che al massimo si trova tre metri sopra il livello del mare. A causa dell’erosione delle spiagge la popolazione di due delle 200 isole abitate sono state trasferire. Negli ultimi due weekend un isola ha perso 366 metri di lunghezza e la sua spiaggia ha perso sei metri di profondità.
Il governo ha già istituito un fondo sovrano nel caso in cui abbia bisogno di acquistare terreni all’estero per il reinsediamento dei suoi civili, ha detto il presidente maldiviano Mohamed Nasheed lo scorso 7 aprile. Le Nazioni Unite in settimana decideranno le modalità per aiutare le nazioni più povere ad avere accesso via satellite alle immagini che potranno aiutare i loro piani contro i disastri ambientali e il cambiamento climatico. Foto che normalmente costano 4mila dollari ciascuna, potranno essere ottenute gratis attraverso le Nazioni Unite.
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Pubblicato da milionidieuro su 31 maggio 2009

Sotto la calotta artica che va assottigliandosi, un oceano di materie prime. Miliardi di barili di petrolio e migliaia di miliardi di metri cubi di gas naturale, probabilmente destinati a intensificare la battaglia geostrategica, già in corso, per le risorse energetiche nascoste all’ombra dei ghiacci eterni. Una potenziale benedizione, secondo i fautori delle trivellazioni senza confini e senza patemi. O una pericolosa e devastante tentazione, secondo gli ambientalisti, preoccupati dello stato di salute di un ecosistema fragilissimo e già a rischio.
Uno studio dell’Us Geological Survey, pubblicato questa settimana su Science Magazine, rivela che il 30% di tutti i giacimenti non ancora scoperti del pianeta di gas naturale e il 13% di quelli di petrolio, sono localizzati sotto i fondali del Polo Nord. Detto altrimenti, la regione più settentrionale della Terra conterrebbe da sola l’equivalente dell’intero fabbisogno mondiale di greggio per 3 anni e di metano per 14 anni. Quest’ultimo dato, soprattutto, porta Donald Gautier, lo scienziato che ha guidato la ricerca, a concludere che «la futura preminenza della Russia nel controllo strategico delle risorse di gas è destinata ad accentuarsi ed estendersi». Gran parte dell’area che contiene il futuro scrigno dell’energia appartiene infatti alla Federazione Russa, già oggi maggior produttore al mondo di gas naturale. Quello degli studiosi americani è il primo rapporto dettagliato sul potenziale energetico dell’Artico, dove la durezza delle condizioni climatiche e orografiche, oltre ai relativi ritardi della tecnologia, ha finora limitato le esplorazioni a poche zone al largo delle coste degli Stati Uniti o della Russia.
Ma l’assottigliamento progressivo delle riserve di greggio (la cui produzione, in mancanzadi nuove scoperte, dovrebbe cominciare a calare dal 2020) e il lento ma progressivo scioglimento della calotta artica, dovuto all’effetto serra, hanno improvvisamente reso più attraente la nuova frontiera energetica del Grande Nord. Con il corollario che tutti i Paesi, i cui confini toccano il circolo polare, sono già pronti a lottare per rivendicare la loro quota del bottino. Oltre a Russia e Usa, anche Norvegia, Danimarca (per via della sovranità sulla Groenlandia) e Canada sono nella partita. «Nel bene e nel male — dice Paul Berkman, dello Scott Institute presso la Cambridge University in Inghilterra — le limitate prospettive di esplorazione altrove e i nuovi progressi tecnologici hanno reso l’Artico sempre più interessante per questo tipo di sviluppo». Nel 2001 Mosca aveva rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, contestata da tutti gli altri Paesi. Poi, due anni fa, un mini-sottomarino russo aveva piantato una bandiera di titanio sul fondale sotto il Polo Nord, in un’area rivendicata anche da Copenaghen.
All’inizio di maggio, la Russia ha fatto sapere di essere pronta a usare anche la forza militare per proteggere i suoi diritti nella regione. Illustrando le metodologie e i risultati della ricerca, Gautier ha detto che alle stime si è giunti grazie alla creazione di una mappa geologica, che ha permesso di identificare le rocce sedimentarie, potenzialmente in grado di ospitare riserve di petrolio e gas. Queste sono state poi comparate, grazie a modelli matematici di probabilità, a identiche stratificazioni in altre regioni del mondo, che contengono greggio o metano. L’esito è stato ben oltre le aspettative più ottimistiche: «A nostro avviso, a Nord del Circolo polare artico ci sono tra 40 e 160 miliardi di barili di petrolio, abbastanza cioè da soddisfare la domanda mondiale per più di tre anni. E 1,6 milioni di miliardi di metri cubi di gas naturale, che equivalgono a quasi 15 anni di consumo planetario». Ancora più invitante è il fatto che la maggior parte delle riserve si troverebbe sotto la cosiddetta piattaforma continentale, in una zona dove i fondali marini non sono mai a più di 500 metri, quindi relativamente facili da trivellare. Gautier e il suo team tuttavia non hanno volutamente preso in considerazione la praticabilità economica o l’impatto ambientale di eventuali perforazioni. Hanno però ricordato nello studio che, per quanto ingente, la quantità di greggio e gas potenzialmente individuata non è grande abbastanza da modificare gli attuali equilibri tra i grandi produttori mondiali, con la sola eccezione di rafforzare il ruolo dominante della Russia sul gas. Il dilemma sull’opportunità delle trivellazioni rimane quindi aperto, com’era già emerso durante la campagna elettorale americana dello scorso anno. «Drill, baby, drill» (Trivella, ragazza, trivella) era stato il grido di battaglia, dal richiamo ambiguamente sessuale, con cui Sarah Palin, governatrice dell’Alaska, lo Stato americano che si affaccia sull’area del tesoro nascosto, aveva inutilmente tentato di rilanciare le sorti del ticket repubblicano.
Con un compromesso bipartisan, il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato una limitata attività di perforazione in alcune zone dell’Alaska, ma solo a partire da 250 chilometri al largo delle coste. Già troppo però per gli ambientalisti, mobilitati in difesa di quello che definiscono «il più fragile ecosistema del pianeta». Secondo Lisa Speer, direttrice dell’International Ocean Program al National Resources Defence Council, trivellare l’Artico potrebbe causare il rilascio di elementi tossici come arsenico, mercurio e piombo nell’Oceano: «Abbiamo bisogno di criteri uniformi e severi per ogni attività off-shore di petrolio: un solo Paese ha il potenziale di produrre conseguenze ben oltre i suoi confini». La minaccia a molte specie animali viene evocata da Steve Armstrup, dello stesso Us Geological Survey che ha prodotto lo studio, il quale ricorda che le aree dell’Alaska, identificate nella ricerca come potenzialmente più ricche di riserve di petrolio, hanno anche l’habitat ideale per orsi polari, foche e balene: «Occorrerà — spiega Armstrup — valutare con attenzione cosa significherebbe lo sviluppo di attività di ricerca e produzione di petrolio e gas per queste specie, alcune delle quali sono già oggi a rischio di estinzione».
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Pubblicato da milionidieuro su 31 maggio 2009

Sotto la calotta artica che va assottigliandosi, un oceano di materie prime. Miliardi di barili di petrolio e migliaia di miliardi di metri cubi di gas naturale, probabilmente destinati a intensificare la battaglia geostrategica, già in corso, per le risorse energetiche nascoste all’ombra dei ghiacci eterni. Una potenziale benedizione, secondo i fautori delle trivellazioni senza confini e senza patemi. O una pericolosa e devastante tentazione, secondo gli ambientalisti, preoccupati dello stato di salute di un ecosistema fragilissimo e già a rischio.
Uno studio dell’Us Geological Survey, pubblicato questa settimana su Science Magazine, rivela che il 30% di tutti i giacimenti non ancora scoperti del pianeta di gas naturale e il 13% di quelli di petrolio, sono localizzati sotto i fondali del Polo Nord. Detto altrimenti, la regione più settentrionale della Terra conterrebbe da sola l’equivalente dell’intero fabbisogno mondiale di greggio per 3 anni e di metano per 14 anni. Quest’ultimo dato, soprattutto, porta Donald Gautier, lo scienziato che ha guidato la ricerca, a concludere che «la futura preminenza della Russia nel controllo strategico delle risorse di gas è destinata ad accentuarsi ed estendersi». Gran parte dell’area che contiene il futuro scrigno dell’energia appartiene infatti alla Federazione Russa, già oggi maggior produttore al mondo di gas naturale. Quello degli studiosi americani è il primo rapporto dettagliato sul potenziale energetico dell’Artico, dove la durezza delle condizioni climatiche e orografiche, oltre ai relativi ritardi della tecnologia, ha finora limitato le esplorazioni a poche zone al largo delle coste degli Stati Uniti o della Russia.
Ma l’assottigliamento progressivo delle riserve di greggio (la cui produzione, in mancanzadi nuove scoperte, dovrebbe cominciare a calare dal 2020) e il lento ma progressivo scioglimento della calotta artica, dovuto all’effetto serra, hanno improvvisamente reso più attraente la nuova frontiera energetica del Grande Nord. Con il corollario che tutti i Paesi, i cui confini toccano il circolo polare, sono già pronti a lottare per rivendicare la loro quota del bottino. Oltre a Russia e Usa, anche Norvegia, Danimarca (per via della sovranità sulla Groenlandia) e Canada sono nella partita. «Nel bene e nel male — dice Paul Berkman, dello Scott Institute presso la Cambridge University in Inghilterra — le limitate prospettive di esplorazione altrove e i nuovi progressi tecnologici hanno reso l’Artico sempre più interessante per questo tipo di sviluppo». Nel 2001 Mosca aveva rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, contestata da tutti gli altri Paesi. Poi, due anni fa, un mini-sottomarino russo aveva piantato una bandiera di titanio sul fondale sotto il Polo Nord, in un’area rivendicata anche da Copenaghen.
All’inizio di maggio, la Russia ha fatto sapere di essere pronta a usare anche la forza militare per proteggere i suoi diritti nella regione. Illustrando le metodologie e i risultati della ricerca, Gautier ha detto che alle stime si è giunti grazie alla creazione di una mappa geologica, che ha permesso di identificare le rocce sedimentarie, potenzialmente in grado di ospitare riserve di petrolio e gas. Queste sono state poi comparate, grazie a modelli matematici di probabilità, a identiche stratificazioni in altre regioni del mondo, che contengono greggio o metano. L’esito è stato ben oltre le aspettative più ottimistiche: «A nostro avviso, a Nord del Circolo polare artico ci sono tra 40 e 160 miliardi di barili di petrolio, abbastanza cioè da soddisfare la domanda mondiale per più di tre anni. E 1,6 milioni di miliardi di metri cubi di gas naturale, che equivalgono a quasi 15 anni di consumo planetario». Ancora più invitante è il fatto che la maggior parte delle riserve si troverebbe sotto la cosiddetta piattaforma continentale, in una zona dove i fondali marini non sono mai a più di 500 metri, quindi relativamente facili da trivellare. Gautier e il suo team tuttavia non hanno volutamente preso in considerazione la praticabilità economica o l’impatto ambientale di eventuali perforazioni. Hanno però ricordato nello studio che, per quanto ingente, la quantità di greggio e gas potenzialmente individuata non è grande abbastanza da modificare gli attuali equilibri tra i grandi produttori mondiali, con la sola eccezione di rafforzare il ruolo dominante della Russia sul gas. Il dilemma sull’opportunità delle trivellazioni rimane quindi aperto, com’era già emerso durante la campagna elettorale americana dello scorso anno. «Drill, baby, drill» (Trivella, ragazza, trivella) era stato il grido di battaglia, dal richiamo ambiguamente sessuale, con cui Sarah Palin, governatrice dell’Alaska, lo Stato americano che si affaccia sull’area del tesoro nascosto, aveva inutilmente tentato di rilanciare le sorti del ticket repubblicano.
Con un compromesso bipartisan, il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato una limitata attività di perforazione in alcune zone dell’Alaska, ma solo a partire da 250 chilometri al largo delle coste. Già troppo però per gli ambientalisti, mobilitati in difesa di quello che definiscono «il più fragile ecosistema del pianeta». Secondo Lisa Speer, direttrice dell’International Ocean Program al National Resources Defence Council, trivellare l’Artico potrebbe causare il rilascio di elementi tossici come arsenico, mercurio e piombo nell’Oceano: «Abbiamo bisogno di criteri uniformi e severi per ogni attività off-shore di petrolio: un solo Paese ha il potenziale di produrre conseguenze ben oltre i suoi confini». La minaccia a molte specie animali viene evocata da Steve Armstrup, dello stesso Us Geological Survey che ha prodotto lo studio, il quale ricorda che le aree dell’Alaska, identificate nella ricerca come potenzialmente più ricche di riserve di petrolio, hanno anche l’habitat ideale per orsi polari, foche e balene: «Occorrerà — spiega Armstrup — valutare con attenzione cosa significherebbe lo sviluppo di attività di ricerca e produzione di petrolio e gas per queste specie, alcune delle quali sono già oggi a rischio di estinzione».
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Pubblicato da milionidieuro su 30 maggio 2009

Le emissioni di gas nocivi per 20 premi Nobel devono cominciare a diminuire entro sei anni per evitare cambi climatici gravi e pericolosi.I 20 lanciano l’allarme dal St James’s Palace Nobel Laureate’s Symposium di Londra: si ritiene necessario che al summit di Copenaghen a dicembre le nazioni si impegnino a dimezzare le emissioni per il 2050. In una nota i Nobel, tra cui Carlo Rubbia, spiegano che se le temperature salgono ancora piu’ di due gradi le conseguenze sul clima saranno ingestibili.
”Mai come ora e’ urgente arrestare la corsa dell’inquinamento e tagliare le emissioni di gas serra, assumendo impegni seri e condivisi per contrastare il global warming e salvare il pianeta”. Con queste parole Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, e’ intervenuto stamattina alla presentazione del Rapporto sui Diritti Globali 2009, il dossier annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo. Tra i partecipanti erano presenti anche Guglielmo Epifani, segretario generale CGIL, Paolo Beni, presidente nazionale ARCI, don Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele, Patrizio Gonnella, presidente nazionale Antigone, Alice Grecchi Dipartimento comunicazione di ActionAid, Ciro Pesacane, presidente nazionale Forum Ambientalista, Sergio Segio, curatore del Rapporto, direttore di Associazione Societa’ INformazione, e Armando Zappolini vicepresidente del CNCA. ”Abbiamo solo sei mesi per arrivare preparati alla Conferenza di Copenaghen e fermare la febbre del pianeta. I mutamenti climatici, infatti, non sono piu’ una minaccia ipotetica ma una realta’ concreta e incontrovertibile, le cui conseguenze sono sempre piu’ evidenti e tangibili. Altrettanto palese e’ diventato anche l’intreccio tra questioni ambientali e sociali. Non a caso – ha aggiunto Gubbiotti – alcune importanti lotte sociali, come quelle per la sovranita’ alimentare, il diritto all’acqua e il diritto alla salute, hanno sposato in pieno la causa ambientale.
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Pubblicato da milionidieuro su 29 maggio 2009

Se lo stato di salute del mondo e’ da codice rosso, anche l’Italia e’ messa male e si differenzia da molti Paesi dell’UE per la totale assenza di una qualsiasi politica di governo delle emissioni. Lo evidenzia il Rapporto sui Diritti Globali che aggiunge: ”Abbiamo anche il poco onorevole primato di aver visto votare in Senato, presentata da una folta schiera di parlamentari del PdL il 1* aprile 2009, una mozione che non solo nega i cambiamenti climatici, ma anche le loro cause e conseguenze, nonche’ le responsabilita’ dell’uomo nel global warming. Non a caso il Belpaese e’ il terzo nella classifica europea dei maggiori emettitori (era il quinto nel 1990), si attesta su un consistente +17,5% sopra l’obiettivo di riduzione che dovra’ essere raggiunto al 2012 e in fatto di rinnovabili e’ il fanalino di coda dell’Unione. L’unico provvedimento, per altro di dubbia efficacia, preso dal governo sul fronte energetico e’ l’accordo siglato con la Francia per riportare il nucleare nel Paese”.
Insieme al sistema energetico dominato dagli idrocarburi – evidenzia il Rapporto – il punto dolente dello Stivale rimane la mobilita’: gli spostamenti delle merci si svolgono in larga parte su strada (74% del totale per il trasporto delle merci) cosi’ come quelli personali, non a caso la mobilita’ motorizzata pro capite, attestata a oltre 13.500 chilometri l’anno, e’ superiore del 30% rispetto alla media europea. Non c’e’ da stupirsi, dunque, se nel 2007 il 65% di tutte le stazioni di monitoraggio dell’aria ha registrato il superamento del valore limite giornaliero del PM10 (50microgrammi/metro cubo per non oltre 35 giorni all’anno), con una situazione eccezionalmente critica nelle regioni padane e a Roma (oltre l’80% dei casi in Emilia, Lombardia, Piemonte e Lazio).
Un’altra questione irrisolta e’ quella dei rifiuti, che non solo aumentano in quantita’, ma vengono smaltiti al 54% in discarica (Legambiente, 2009 a).
Tra i primati negativi dell’Italia – afferma ancora il Rapporto - c’e’ anche quello di essere il quarto maggiore consumatore di acqua potabile al mondo. E restando in tema di consumo di risorse naturali, nei cinque lustri che vanno dal 1980 al 2005 sono stati edificati quasi sei milioni di ettari di suolo agricolo.
Passando dal lecito all’illecito, nel Belpaese continuano ad aumentare gli ecoreati, che nel 2007 si attestavano sulla considerevole cifra di 30.300 casi.
Per il Belpaese il 2009 sara’ ricordato anche come l’anno del terremoto in Abruzzo. Un sisma che nella sua punta massima del 6 aprile ha toccato la magnitudo 5,8 sulla scala Richter, ma che e’ stato preceduto da numerosi fenomeni sismici e al quale hanno seguito migliaia di repliche. Ma soprattutto un sisma che in rapporto alla sua forza e a quanto avviene nel resto del mondo ha fatto un enorme numero di morti: 297 vittime sepolte sotto le macerie di edifici antisismici e in cemento armato, che avrebbero dovuto tenere. Ma che, complici il cemento allungato con sabbia di mare, i materiali scadenti utilizzati per le costruzioni, i collaudi e i certificati di agibilita’ a dir poco compiacenti, si sono sgretolati come castelli di carta. Una strage a cavallo tra il ”naturale” e il ”criminale”.
E proprio gli eccessivi danni del terremoto hanno fatto scattare le indagini della magistratura.
Per avere qualche segnale positivo bisogna volgere lo sguardo verso gli stili di vita e di consumo responsabili.
L’Italia, infatti, e’ diventata leader europeo per numero di licenze di prodotti con marchio ecolabel (31% sul totale europeo) e grande e’ stato anche il successo dei sistemi di gestione ambientale (13.132 siti certificati ISO 14001 nel 2008). In crescita anche l’agricoltura biologica (1.150.253 ettari nel 2007 contro i 70.674 del 1994), dove si registra anche un forte sviluppo nel settore degli allevamenti biologici, e il settore della ricettivita’ diffusa (dal 19% del 2000 al 23% del 2007), dai bed & breakfast agli agriturismo, legata alle risorse naturali e fatta del recupero degli insediamenti esistenti.
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Pubblicato da milionidieuro su 3 maggio 2009

Sotto lo sguardo puntuale del satellite europeo Envisat, il ghiaccio che avvolge da oltre un secolo le isole antartiche di Charcot e Latady sta andando letteralmente a pezzi. Il ponte di ghiaccio, che permetteva almeno teoricamente di raggiungere “via terra” le isole dell’arcipelago di Wilkins dal Sesto continente, non esiste più (vd immagini Esa/Envisat) . Ancora nel 1951, quando fu fotografato e misurato per la prima volta dagli aerei britannici e statunitensi, era largo più di 80 km. Poi una progressiva riduzione durante i mesi estivi, che si è fatta sempre più accentuata: ora che siamo ancora nella prima fase dell’autunno dell’emisfero meridionale, il cedimento, lungo il fronte residuo di quasi 20 chilometri
è stato registrato praticamente in diretta dal satellite europeo Envisat. Quella che era una piattaforma di ghiaccio è ormai un campo dilaniato da compressioni e distacchi di iceberg di ogni dimensione.
Il termometro Wilkins
Trovandosi da sempre – cioè da meno di un secolo – al centro della contesa tra le zona di influenza britannica e quella cileno-argentina, l’arcipelago di Wilkins è tra i territori meglio conosciuti dell’Antartico. E’ un’area grande quanto la Svizzera intorno ai 70 gradi di latitudine sud, dove la massa del continente si estende verso il Sud America lungo i mille chilometri della penisola antartica. La calotta di Wilkins propriamente detta, scoperta dall’esploratore francese Jean-Baptiste Charcot proprio un
secolo fa, è un campo di ghiaccio di forma rettangolare lungo 150×110 chilometri. Le isole di Charcot e Latady sorgono lungo il perimetro esterno di fronte all’isola di Alexander. Quest‘ultima, con i suoi 49mila km quadrati (più della somma di Lazio e Lombardia) è la maggiore delle isole antartiche. La calotta Wilkins è una delle dieci superfici della Penisola Antartica dove negli ultimi anni i satelliti per l’osservazione della Terra hanno registrato una regolare riduzione del ghiaccio. Sono zone di transizione climatiche che vengono per questo considerate una sorta di termometro degli eventi globali. Quei segnali che, secondo il panel sulla Clima delle Nazioni Unite, indicano in maniera inequivocabile l’impatto del riscaldamento globale sul nostro pianeta
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Pubblicato da milionidieuro su 20 aprile 2009

Un nuovo tipo di biocombustibile inesauribile, a basso costo e basso impatto ambientale sta per essere adottato in Norvegia: deriva dai rifiuti solidi umani. E non puzza!
Un nuovo progetto sviluppato in Norvegia rivoluzionerà il mondo dei biocarburanti: dal 2010 inizieranno a circolare per le strade di Oslo degli autobus alimentati a biometano di produzione… umana. Ole Jakob Johansen, responsabile del progetto ha recentemente messo a punto un procedimento grazie al quale è possibile ottenere metano dalla fermentazione dei detriti solidi recuperati dalle fognature.
Giacimenti umani. Ciascuno di noi, andando in bagno, produce ogni anno l’equivalente di otto litri di diesel. Per una città come Milano, che ospita 1.300.000 abitanti, significa una produzione annua di 10,4 milioni di litri di carburante, sufficienti a far lavorare 300 autobus per 100.000 km l’uno, ma con un impatto ambientale molto più contenuto: il biometano infatti è neutrale dal punto di vista delle emissioni di CO2, rilascia il 78% in meno di nitrati e il 98% in meno di polveri sottili rispetto al gasolio fossile. Per non parlare del prezzo, che compresi i costi di produzione potrebbe essere del 30-40% più basso rispetto a quello del diesel.
Mangiare per fare il pieno. A differenza dei comuni biocarburanti ottenuti dalla fermentazione dei cereali, il biometano non impatta sulla produzione mondiale di cibo, risolvendo non pochi problemi di natura economica ed etica. La città di Oslo conta di mettere in servizio circa 350 autobus alimentati a biometano entro la fine del 2010. E per la puzza? Gli esperti affermano che non si sente assolutamente niente. Sarà vero? Non resta che attendere… naso al vento.
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Pubblicato da milionidieuro su 18 aprile 2009
”I gas inquinanti nell’atmosfera rappresentano un rischio per la salute e per il benessere di questa e delle future generazioni”. Il rapporto dell’Agenzia per l’Ambiente americana apre di fatto la strada a probabili nuovi interventi legislativi da parte degli Stati Uniti. L’Epa rileva anche che ”i veicoli a motore contribuiscono al riscaldamento del clima” e che i gas prodotti dalle attivita’ dell’uomo sono ”con ogni probabilita”’ la causa dell’effetto serra.
L’anidride carbonica è nociva per l’uomo: a ufficializzare la notizia è l’Environmental Protection Agency (EPA), l’Agenzia americana per l’Ambiente, che ha certificato che il gas CO2 emesso dalle fabbriche, dalle case e dalle automobili, dalle «attività dell’uomo» , rappresenta negli Stati Uniti un rischio per la salute delle persone.
Niente di nuovo da punto di vista scientifico, gli ambientalisti di tutto il mondo da anni sostengono che l’inquinamento fa male alla salute e che l’effetto serra è causato dalle emissioni delle fabbriche, delle case e delle automobili. Ma la certificazione di un organismo pubblico come l’Epa, che in tema di Ambiente, negli Stati Uniti, è l’istituto tenuto a vigilare in nome e per conto di tutti gli americani, ha un altro peso.
Il rapporto reso noto oggi rileva appunto che «i gas inquinanti presenti nell’atmosfera rappresentano un rischio per la salute umana e per il benessere di questa e delle future generazioni» e che «con ogni probabilità» l’effetto serra è causato dalle attività umane. Significa, nei fatti, produrre dal punto di vista politico un’incredibile base d’appoggio per qualsiasi misura possa ora varare la Casa Bianca a tutela della salute.
Il documento infatti non certifica solo che «l’inquinamento fa male», ma anche che «l’inquinamento è causato dall’uomo». Evidente l’invito a che si prendano dei provvedimenti, anche se l’Agenzia precisa che eventuali nuove regole non sono necessariamente da mettere in relazione al rapporto. Nei fatti, la relazione dell’EPA è la giustificazione “scientifica” che la Casa Bianca aspettava per varare una serie di riforme in tema di produzione e tutela dell’ambiente.
«La nostra scoperta – ha commentato l’amministratore dell’Epa, Lisa P. Jackson – conferma che l’inquinamento da emissioni di gas è un problema serio non solo per il presente, ma anche per il futuro». Si tratta dunque di prendere provvedimenti che inevitabilmente andranno a condizionare alla base gli attuali modelli di produzione industriale, così come quelli riguardanti il consumo energetico. Il presidente Obama non ha mai nascosto la sua sensibilità ambientalista. Anzi, la colloca tra le priorità della sua amministrazione, uno dei temi da affrontare subito e in concerto con partner e alleati, così come la crisi economica o la guerra in Afghanistan. Ma, tradotta in termini pratici, una riduzione delle emissioni significa andare inevitabilmente a modificare gli attuali modelli di consumo e di produzione. In nome, però, della salute delle persone.
Pubblicato in: ambiente inquinamento, anidride carbonica, BUCO NELL'OZZONO, co2, effetto serra, Environmental Protection Agency, EPA, OZZONO, SALUTE | Lascia un commento »
Pubblicato da milionidieuro su 18 aprile 2009
”I gas inquinanti nell’atmosfera rappresentano un rischio per la salute e per il benessere di questa e delle future generazioni”. Il rapporto dell’Agenzia per l’Ambiente americana apre di fatto la strada a probabili nuovi interventi legislativi da parte degli Stati Uniti. L’Epa rileva anche che ”i veicoli a motore contribuiscono al riscaldamento del clima” e che i gas prodotti dalle attivita’ dell’uomo sono ”con ogni probabilita”’ la causa dell’effetto serra.
L’anidride carbonica è nociva per l’uomo: a ufficializzare la notizia è l’Environmental Protection Agency (EPA), l’Agenzia americana per l’Ambiente, che ha certificato che il gas CO2 emesso dalle fabbriche, dalle case e dalle automobili, dalle «attività dell’uomo» , rappresenta negli Stati Uniti un rischio per la salute delle persone.
Niente di nuovo da punto di vista scientifico, gli ambientalisti di tutto il mondo da anni sostengono che l’inquinamento fa male alla salute e che l’effetto serra è causato dalle emissioni delle fabbriche, delle case e delle automobili. Ma la certificazione di un organismo pubblico come l’Epa, che in tema di Ambiente, negli Stati Uniti, è l’istituto tenuto a vigilare in nome e per conto di tutti gli americani, ha un altro peso.
Il rapporto reso noto oggi rileva appunto che «i gas inquinanti presenti nell’atmosfera rappresentano un rischio per la salute umana e per il benessere di questa e delle future generazioni» e che «con ogni probabilità» l’effetto serra è causato dalle attività umane. Significa, nei fatti, produrre dal punto di vista politico un’incredibile base d’appoggio per qualsiasi misura possa ora varare la Casa Bianca a tutela della salute.
Il documento infatti non certifica solo che «l’inquinamento fa male», ma anche che «l’inquinamento è causato dall’uomo». Evidente l’invito a che si prendano dei provvedimenti, anche se l’Agenzia precisa che eventuali nuove regole non sono necessariamente da mettere in relazione al rapporto. Nei fatti, la relazione dell’EPA è la giustificazione “scientifica” che la Casa Bianca aspettava per varare una serie di riforme in tema di produzione e tutela dell’ambiente.
«La nostra scoperta – ha commentato l’amministratore dell’Epa, Lisa P. Jackson – conferma che l’inquinamento da emissioni di gas è un problema serio non solo per il presente, ma anche per il futuro». Si tratta dunque di prendere provvedimenti che inevitabilmente andranno a condizionare alla base gli attuali modelli di produzione industriale, così come quelli riguardanti il consumo energetico. Il presidente Obama non ha mai nascosto la sua sensibilità ambientalista. Anzi, la colloca tra le priorità della sua amministrazione, uno dei temi da affrontare subito e in concerto con partner e alleati, così come la crisi economica o la guerra in Afghanistan. Ma, tradotta in termini pratici, una riduzione delle emissioni significa andare inevitabilmente a modificare gli attuali modelli di consumo e di produzione. In nome, però, della salute delle persone.
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Pubblicato da milionidieuro su 14 marzo 2009
Se il clima continua ad aumentare il 90% dei coralli della Grande Barriera sparirà nei prossimi 40 anni
Se non si rallenta il riscaldamento del pianeta alcune specie di animali spariranno: alcune entro il 2050 altre, come gli orsi polari, entro la fine del secolo. Anche per queste ragioni scatta l’”Earth Hour”, una simbolica ora al buio in tutto il Mondo per sensibilizzare opinione pubblica e governi sulla necessità di interventi urgenti per salvare la vita di piante e animali, tra i quali ci siamo anche noi. Alle 20.30 del 28 marzo verrà spenta la luce per un’ora in una grande Ola planetaria di buio. Mancano 14 giorni.
L’ALLARME DEGLI SCIENZIATI - Intanto sono arrivate le conclusioni del Congresso Internazionale sul Cambiamento Climatico che si è svolto a Copenaghen dal 10 al 12 marzo e che ha visto il contributo nei vari campi della scienza climatica di 1600 scienziati da più di 70 paesi. Le osservazioni sui livelli di emissione globale di gas serra «rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli realizzati dall’Ipcc (Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici)». Gli scienziati avvertono che «si evidenzia un andamento tale da far ipotizzare un accresciuto rischio, per il futuro, di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili».
LE CONSEGUENZE GENERALI – Nel frattempo il Wwf, che ha lanciato questo evento planetario, ha commissionato uno studio degli impatti che i cambiamenti climatici avranno sulle specie più conosciute al mondo. I risultati sono quelli di un mondo molto diverso da quello di oggi: il 90% dei coralli della Grande Barriera Corallina potrebbe scomparire entro il 2050, lo stesso vale per il 75% dei pinguini di Adelia dell’Antartico mentre gli orsi polari potrebbero essere spazzati via del tutto entro la fine di questo secolo. La Mappa del Wwf mostra che l’ “Effetto Clima” non risparmia nessuna regione al mondo costituendo anche per gli animali una minaccia globale che si aggiunge a quelle già esistenti come la deforestazione, il consumo del territorio, il prelievo non sostenibile delle risorse, il commercio e il bracconaggio: entro 50 anni più del 70% dell’habitat delle tigri in India e in Bangladesh potrà essere perso.
NEL MARE – Si riducono anche le risorse alimentari marine per effetto delle correnti oceaniche stravolte o per la riduzione della banchisa antartica o per l’acidificazione degli oceani dovuta all’aumento di livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. A rischio dunque per un incrocio di fattori negativi balene, capodogli e delfini. Dai mari traggono cibo anche i pinguini imperatori e i pinguini di Adelia: delle 19 specie di pinguini 11 sono minacciate di estinzione. Con un aumento di 2°C il 50% dei pinguini imperatore e il 75% di quelli di Adelia è destinato a scomparire. Anche le tartarughe marine vivono una crisi tutta particolare: c’è un totale squilibrio tra maschi e femmine giacchè i 34°C che si registrano sulle spiagge rispetto alla media 25-32°C risultano letali per le uova e comunque riducono la nascita degli esemplari maschi. Per gli orsi polari i nume
ri sono particolarmente drammatici: con l’incremento delle temperature fino a 5° nell’Artico negli ultimi 100 anni, sta scomparendo l’habitat vitale per questi predatori e le loro prede. 6 sottopopolazioni sono già in declino e all’attuale tasso di riduzione di ghiaccio, il 42% dell’habitat estivo dell’orso polare potrebbe andare perduto entro la metà di questo secolo.
NELL’ARIA – Effetto-clima anche sugli uccelli marini più grandi del pianeta, gli Albatross, particolarmente fedeli ai loro nidi e dunque maggiormente a rischio quando si tratta di isole antartiche remote come le Macquarie, Mewstone, Pedra Branca, etc. «Potremmo vivere in un mondo in cui gli elefanti non vagano più nella savana, gli oranghi si trovano solo in cattività e gli orsi polari che si spostano sui ghiacciai appaiono solo nei documentari d’archivio? Nessuno di noi può accettare questo scenario. Sarebbe un mondo triste e più povero senza gli equilibri dinamici essenziali che garantiscono anche la vita umana – ha dichiarato Fulco Pratesi, Presidente onorario del WWF Italia – Gli individui, le società e i governi devono fare qualunque cosa in loro potere per impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici e mitigare gli impatti sulla biodiversità e i ricchi habitat naturali dai quali dipendiamo tutti noi».
Fonti : wwf e corriere
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Pubblicato da milionidieuro su 10 marzo 2009

ROMA – Sarà la riproposizione, in chiave moderna, di un’antica tecnica agricola precolombiana a salvare il pianeta dall’effetto serra? L’ipotesi è suggestiva ma non peregrina: ci stanno lavorando in diversi centri di ricerca scientifica in tutto il mondo, compreso l’Istituto di biometeorologia del CNR (Ibimet) di Firenze, dove un’equipe di studiosi coordinata dal dottor Franco Miglietta ha ottenuto già risultati molto incoraggianti.
LA SCOPERTA – Tutto parte dalla scoperta, fatta in Brasile anni fa, che esistono dei terreni caratterizzati da un alto contenuto di materiale carbonioso, fino a 70 volte di più dei suoli circostanti: scaglie scure e friabili, del tutto simili alla carbonella che si adopera per accendere i barbecue. «Sembra che questo carbone sia stato prodotto dalla combustione incompleta di parti vegetali introdotte volontariamente nel terreno dalle popolazioni locali, nel corso di migliaia di anni. Insomma, in alternativa al “taglia e brucia”, si praticava il “taglia e carbonifica” a scopo di fertilizzazione», spiega Miglietta. Sennonché, studiandoci sopra e facendo un po’ di calcoli, si è scoperto che l’antica pratica agricola, applicata soprattutto dagli indios della regione amazzonica, non solo renderebbe i terreni più fertili ma, se applicata su vasta scala, farebbe quadrare i conti dell’effetto serra, rimuovendo dall’atmosfera una gran parte della CO2 che vi si è accumulata. «E’ noto –aggiunge Miglietta- che le piante assorbono CO2 dall’atmosfera, per poi rilasciarla quando terminano il loro ciclo di vita. Invece, interrandole, la CO2 viene trattenuta nel terreno per migliaia di anni e così si possono ridurre le emissioni di questo inquinante nell’atmosfera».
I VANTAGGI – Ribattezzata col nome di biochar, quella che un tempo si chiamava terra preta de los indios (la terra nera degli indio) è diventata oggetto di studi ed esperimenti. All’Ibimet hanno avviato uno specifico progetto, denominato ITABI (Italian Biochar iniziative) nel corso del quale sono state effettuate verifiche sperimentali su alcuni terreni della Toscana, arrivando alla conclusione che aggiungendo 10 tonnellate per ettaro di biochar, si sottraggono all’atmosfera 30 tonnellate di CO2, aumentando nello stesso tempo la produzione di frumento duro del 15%. «Ma, oltre al sequestro della CO2, i vantaggi sono molteplici», sottolinea Miglietta. «Immettere biochar nel terreno significa innanzitutto sbarazzarsi di residui organici di origine agricola o alimentare che oggi vengono bruciati; poi ridurre l’uso di fertilizzanti; e ancora generare energia grazie ai gas che vengono liberati nel corso della carbonizzazione del biochar interrato».
DA DOVE SI OTTIENE – In termini pratici, il biochar può essere ottenuto a partire da numerosi tipi di residui: scarti di potatura e lavorazione del legno, stocchi di mais, paglia, gusci di noce, pula di riso, ma anche da biomasse appositamente coltivate. Il processo di carbonizzazione si realizza accatastando i residui, ricoprendoli di terra e avviando una lenta combustione in assenza di ossigeno, a temperature di poco superiori a 300 gradi, secondo una tecnica di decomposizione termochimica chiamata pirolisi. A conferma dell’interesse della comunità scientifica internazionale, negli ultimi mesi le pubblicazioni relative al biochar si sono moltiplicate e l’argomento è diventato oggetto di confronto nel corso delle conferenze scientifiche sulla mitigazione dell’effetto serra. Secondo alcuni studiosi, la produzione su larga scala del biochar sarebbe molto più economica e vantaggiosa della sequestrazione geologica della CO2 prodotta dagli impianti energetici.
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Pubblicato da milionidieuro su 16 febbraio 2009
(ANSA) – ROMA, 15 FEB – Molto peggio di quanto si pensasse fino a poco tempo fa: questo il messaggio sul riscaldamento globale di uno dei massimi esperti. Secondo Chris Field, biologo del Carnegie Institute, c’e’ il dubbio che alcuni dei rimedi siano peggiori del male. Field afferma che e’ aumentata l’anidride carbonica nell’atmosfera, per la produzione di energia elettrica con il carbone di Cina e India. Sotto accusa anche i biocarburanti, perc
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Pubblicato da milionidieuro su 16 febbraio 2009
(ANSA) – ROMA, 15 FEB – Molto peggio di quanto si pensasse fino a poco tempo fa: questo il messaggio sul riscaldamento globale di uno dei massimi esperti. Secondo Chris Field, biologo del Carnegie Institute, c’e’ il dubbio che alcuni dei rimedi siano peggiori del male. Field afferma che e’ aumentata l’anidride carbonica nell’atmosfera, per la produzione di energia elettrica con il carbone di Cina e India. Sotto accusa anche i biocarburanti, perc
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Pubblicato da milionidieuro su 16 febbraio 2009

(ANSA) – ROMA, 15 FEB – Molto peggio di quanto si pensasse fino a poco tempo fa: questo il messaggio sul riscaldamento globale di uno dei massimi esperti. Secondo Chris Field, biologo del Carnegie Institute, c’e’ il dubbio che alcuni dei rimedi siano peggiori del male. Field afferma che e’ aumentata l’anidride carbonica nell’atmosfera, per la produzione di energia elettrica con il carbone di Cina e India. Sotto accusa anche i biocarburanti, perche’ causano la distruzione delle foreste.
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Pubblicato da milionidieuro su 16 febbraio 2009

(ANSA) – ROMA, 15 FEB – Molto peggio di quanto si pensasse fino a poco tempo fa: questo il messaggio sul riscaldamento globale di uno dei massimi esperti. Secondo Chris Field, biologo del Carnegie Institute, c’e’ il dubbio che alcuni dei rimedi siano peggiori del male. Field afferma che e’ aumentata l’anidride carbonica nell’atmosfera, per la produzione di energia elettrica con il carbone di Cina e India. Sotto accusa anche i biocarburanti, perche’ causano la distruzione delle foreste.
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Pubblicato da milionidieuro su 16 febbraio 2009

(ANSA) – ROMA, 15 FEB – Molto peggio di quanto si pensasse fino a poco tempo fa: questo il messaggio sul riscaldamento globale di uno dei massimi esperti. Secondo Chris Field, biologo del Carnegie Institute, c’e’ il dubbio che alcuni dei rimedi siano peggiori del male. Field afferma che e’ aumentata l’anidride carbonica nell’atmosfera, per la produzione di energia elettrica con il carbone di Cina e India. Sotto accusa anche i biocarburanti, perche’ causano la distruzione delle foreste.
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Pubblicato da milionidieuro su 10 novembre 2008

L’allarme c’è, ed è verissimo: il riscaldamento globale, con conseguente innalzamento del livello dei mari, rischia di far sparire un gran numero di arcipelaghi e isole.
Insomma, anche un paradiso come le Maldive, un metro e mezzo in media sopra il livello del mare, rischia grosso.
Da quelle parti del resto ne sono perfettamente consapevoli, al punto che il nuovo presidente Mohamed Nasheed ha rivelato in un’intervista al Guardian che il suo Paese è seriamente intenzionato a creare un fondo per potersi comprare una nuova patria nel caso in cui l’oceano Indiano dovesse per davvero sommergere l’arcipelago.
“Non vogliamo lasciare le Maldive – ha detto il neo-presidente Nasheed – ma non vogliamo nemmeno diventare profughi e vivere per decenni nelle tende”. Quindi, via alla raccolta di fondi per comprarsi una nuova patria. Dove non si sa ancora, ma l’importante è che da qualche parte esistano ancora le Maldive.
GIA’ NEL 2005…
Entro il prossimo secolo, se il livello del mare continuerà a salire a causa del riscaldamento globale, le isole Maldive verranno sommerse dall’acqua
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Global and Planetary Change“, entro il prossimo secolo le Maldive – una catena di oltre mille piccole isole che si estende dalla punta meridionale dell’India fino all’equatore – potrebbero scomparire sott’acqua. La scoperta riaccende il dibattito sugli effetti dei cambiamenti globali del livello del mare. Nel 2001 l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) aveva ipotizzato una crescita dei livelli del mare fra i 9 e gli 85 centimetri entro il 2100. La previsione si basava su modellizzazioni al computer di studi già pubblicati sugli effetti del riscaldamento degli oceani del pianeta. In uno scenario simile, isolette come le Maldive (la maggior parte delle quali si innalza per non più di un metro sul livello del mare) sarebbero destinate a scomparire. Ma non tutti condividono queste previsioni. Il geologo Nils-Axel Mörner dell’Università di Stoccolma, in Svezia, è convinto che i modelli dell’IPCC siano errati. In uno studio pubblicato l’anno scorso, Mörner sosteneva addirittura che l’aumento dell’evaporazione dell’Oceano Indiano causato dal riscaldamento globale avrebbe fatto calare il livello del mare di 30 centimetri negli ultimi decenni. Ora l’oceanografo Philip Woodworth del Proudman Oceanographic Laboratory, in Gran Bretagna, contesta le teorie di Mörner sostenendo che un calo del livello del mare è implausibile dal punto di vista meteorologico e oceanografico. Woodworth ha esaminato una serie di dati storici climatici e oceanografici sulle Maldive e le zone circostanti: ha studiato le temperature dell’aria e della superficie del mare, la velocità dei venti, le precipitazioni e i movimenti tellurici, senza trovare alcuna prova a sostegno delle affermazioni di Mörner e concludendo dunque che la previsione dell’IPCC resta lo scenario più probabile per il futuro delle Maldive.
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Pubblicato da milionidieuro su 26 ottobre 2008
Sale diffusione nuovo gas serra
Ricerca Usa, Trifluoruro azoto 17mila volte piu’ potente di Co2
(ANSA) – ROMA, 25 OTT – C’e’ una new entry nella questione clima. Si tratta di un gas 17 mila volte piu’ potente della CO2: e’ il trifluoruro di azoto (o NF3). E’ molto usato per realizzare monitor e schermi Lcd e la sua concentrazione e’ molto piu’ alta di quanto si pensasse, secondo una scoperta fatta da ricercatori dell’Universita’ di San Diego. Nel 2006, grazie a nuove tecniche analitiche, sono state rilevate 4.200 tonnellate di NF3 rispetto alle 1.200 stimate. Nel 2008 l’NF3 e’ salito a 5.400 tonnellate.
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